Chi è Piero Marchesi, il subentrante di Claudio Zali

«Non nascondo che preferirei correre su una lista di soli leghisti e che l'idea di continuare ad avere un subentrante democentrista non mi rende felice». Lo diceva Claudio Zali il 24 marzo scorso, sciogliendo le riserve sulla propria ricandidatura. Quattro mesi dopo, quel subentrante democentrista sta per prendere il suo posto.
Piero Marchesi, presidente dell'UDC ticinese e consigliere nazionale, è il primo dei non eletti sulla lista Lega+UDC del 2 aprile 2023. In casi del genere, non serve un'elezione complementare: quando Zali lascerà, la Lega ha indicato la fine di settembre, il seggio passa a lui. Per gli ultimi mesi della legislatura, e con le cantonali in agenda nell'aprile del 2027.
Come si è arrivati al listone
Quella lista unica nasce a Bioggio nel dicembre del 2022. Il Comitato cantonale dell'UDC ratifica all'unanimità l'accordo con la Lega e dà il via libera ai due nomi proposti dalla Direttiva: Marchesi, appunto, e il deputato Paolo Pamini. Restano fuori altri interessati, fra cui il municipale di Lugano Tiziano Galeazzi. Sul fronte leghista, i due uscenti Zali e Norman Gobbi più il capogruppo in Gran Consiglio Boris Bignasca. Tre leghisti, due democentristi. Cinque nomi, quattro seggi mai in discussione, e la ragione la spiegava allora Sergio Morisoli: «Nessuno nel centrodestra vuole regalare un seggio di governo agli altri». Pamini, all'epoca, se ne uscì con una battuta: «Accetterei molto volentieri una mia elezione in Consiglio di Stato, ma anche quella di Piero visto che sono suo subentrante in Consiglio nazionale».
Il veto, e su chi cadeva
L'alleanza, però, si è rotta. E si è rotta su un nome solo. Nelle discussioni per una lista comune in vista del 2027, l'UDC ha messo per iscritto «una chiara riserva politica» sul nome di Zali. Marchesi lo ha detto senza giri di parole: nessuna lista comune con la Lega se Zali sarà candidato. «Lui ha detto in televisione che si sente più vicino ai Verdi che all'UDC. È eletto anche grazie ai voti dell'UDC». La risposta del direttore del Dipartimento del territorio, a Detto tra noi: «Taluni hanno avvertito che più che un'alleanza è un abbraccio molto stretto, dove uno può anche soffocare se si fa abbracciare troppo».
Quando lo scandalo esplode, il 24 luglio, l'UDC rompe un silenzio di giorni con un comunicato che è anche un regolamento di conti. Zali «si è sempre dimostrato la principale pietra d'inciampo nella storica collaborazione tra UDC e Lega dei Ticinesi». Alla richiesta di dimissioni immediate si aggiunge la stoccata sul Consiglio di Stato, «un vero e proprio Governo del Mulino Bianco».
Cosa cambia adesso
La pietra d'inciampo si toglie da sola. Ma la lista unica non torna automaticamente sul tavolo, e Marchesi non si sbilancia: la commissione cerca dell'UDC, guidata da Gabriele Pinoja, sta già lavorando alle candidature per il Consiglio di Stato. Il ragionamento che circola nel partito è di quelli pratici: associarsi oggi alla Lega significherebbe caricarsi in campagna elettorale non solo il caso Zali, ma l'intera stagione difficile del movimento di via Monte Boglia.
Sul riequilibrio dei rapporti di forza Marchesi mette un paletto: «Se guardiamo al livello federale, il riequilibrio c'è già stato: l'UDC ha superato la Lega. In Ticino, invece, saranno gli elettori a decidere». Dal 5% di inizio anni Dieci il partito è salito al 10%, alle federali oltre il 15%. «Se questa crescita fosse confermata, avremo reali chance di entrare in Consiglio di Stato». Chance che, per una via che nessuno aveva messo in conto, si sono appena materializzate senza passare dalle urne.
Due aspetti da chiarire
Restano da capire due cose. Quale dipartimento riceverà Marchesi, dato che il Territorio è il portafoglio che Zali ha diretto per dodici anni e che l'attribuzione è di esclusiva competenza dell'Esecutivo, punto che il Governo ha rivendicato con fermezza durante l'affare dell'arrocchino. E come lavorerà, in un collegio di cinque, accanto a Norman Gobbi: l'unico leghista rimasto, e l'uomo che con Zali aveva costruito quello scambio di dossier che l'UDC ha appena definito «l'ennesimo pasticcio».
