L'intervista

«Chiasso non è mai stata il Bronx: è città di frontiera, nel bene e nel male»

Dopo 26 anni da comandante della Polizia comunale di Chiasso (e 11 da vice) Nicolas Poncini, il primo giugno, andrà in pensione
©Chiara Zocchetti
Stefano Lippmann
22.05.2026 06:00

La guerra nei Balcani, la Primavera Araba, la pressione migratoria. L’omicidio di via Odescalchi e quello di via Valdani. Il successo delle collaborazioni tra forze dell’ordine e la crescita del Corpo di polizia. Dopo 26 anni da comandante (e 11 da vice) Nicolas Poncini, il primo giugno, andrà in pensione. 

Ventisei anni da comandante, undici da vice comandante: è da 37 anni al “fronte” a Chiasso. Com’è cambiata la città?
«È cambiata. È cambiata la città, è cambiata la società. Sono arrivato in un’epoca dove le problematiche di Chiasso erano altre. Era l’epoca delle rapine e delle colonne di veicoli verso e dall’Italia. Ai tempi, inoltre, non c’era la coordinazione che c’è ora con gli altri enti presenti sul territorio. E poi c’era un altro rapporto con le persone. Sembra retorica, ma quando bisognava risolvere un problema, ci si trovava e se ne discuteva. Questo mi ha permesso di conoscere persone e, perché no, anche personaggi».

Oggi non è più così?
«No, dall’inizio degli anni 2000, dunque con l’arrivo dell’era di internet, il rapporto con le persone è diventato più asettico».

La polizia, però, ha un principio cardine: essere di prossimità. Quanto è importante?
«È importante quanto la polizia. Nel senso che per definizione una polizia comunale è una polizia di prossimità, proprio perché il suo compito primario è quello di gestire l’ordine in una comunità. Deve conoscerne le particolarità e le caratteristiche».

Nel suo ruolo, ha dovuto interfacciarsi anche con la politica.
«La politica deve gestire la cosa pubblica, quindi indirettamente anche il Corpo di polizia. Ma non deve andare oltre. In questi 26 anni da comandante ho sempre trovato dei Municipi assolutamente disponibili che ci hanno permesso, seguendo le nostre indicazioni, di crescere».

Chiasso ha anche vissuto dei momenti difficili che hanno avuto ampio risalto. Un esempio è l’omicidio di via Odescalchi.
«Via Odescalchi, sì. Come anche il delitto di via Valdani. Fortunatamente sono dei fatti molto straordinari alle nostre latitudini. Ti marcano, rimangono impressi. Ma la percezione della sicurezza a Chiasso non è mai cambiata. L’omicidio di via Odescalchi è stato oltremodo mediatizzato perché si è trattato di un fatto grave che è avvenuto in un quartiere, allora, abitato anche da persone meno fortunate».

Via Odescalchi e i suoi «casermoni» poi sono cambiati.
«Ci sono altri posti in Ticino che hanno o che hanno avuto le stesse caratteristiche. Quando è cambiata la proprietà degli immobili e il Municipio si è adoperato per migliorarne la qualità di vita è stata sicuramente un’operazione positiva. Ma, va altresì detto, non è stata trasformata l’Harlem degli anni ’70».

Eppure Chiasso si è accollata un po’ l’etichetta di Bronx.
«Non è mai stata il Bronx. Non è la piazza di Ascona, non abbiamo il lago. È una città di frontiera, nel bene e nel male. Devo aggiungere una cosa».

Prego.
 «Non sono di Chiasso, sono nato in Svizzera romanda. Quello che mi ha colpito di Chiasso, sin dal mio arrivo, è l’accoglienza da parte della popolazione degli stranieri. Anche quando abbiamo avuto i periodi più delicati su questo fronte, non c’è praticamente mai stato un conflitto tra la popolazione e queste persone».

Periodi impegnativi, rimanendo nel tema, ce ne sono stati.
«Negli anni ‘90 l’arrivo delle persone in fuga dalla guerra nei Balcani. C’erano file di persone che arrivavano senza niente. Allora era inusuale alle nostre latitudini».

Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, c’è stata la Primavera Araba. È stata dura?
«È stato difficile. Inizialmente anche a livello di organizzazione tra forze di polizia. Fortunatamente si era creata, in modo naturale, una temporanea sinergia non scontata con le Guardie di confine».

Ha detto che è stato un momento difficile.
«Si è verificato un aumento deciso di episodi di microcriminalità. Molte persone provenienti dal Nord Africa creavano scompiglio: tanti furti nei negozi e nelle automobili, persone molestate. Senza dimenticare l’abuso di alcol e i comportamenti decisamente sopra le righe. Non si trattava di reati particolarmente gravi e, per questo motivo, l’evasione dei casi spettava alla Polizia comunale».

Con annesso carico di lavoro?
«Facevamo decine di interventi al giorno oltre all’ordinario. Inoltre non c’era il coordinamento di oggi, ad esempio con la Segreteria di Stato della migrazione. Era una situazione totalmente nuova che, inizialmente, si faceva fatica a gestire».

Una pressione migratoria che si è anche manifestata nell’estate del 2023.
«Con un’altra organizzazione da parte delle nostre autorità. Le polizie erano più preparate, così come la SEM. C’è stata molta più collaborazione e la gestione è decisamente migliorata».

Chiasso ha vissuto anche la «fioritura» del mercato della marijuana e poi il suo contrasto.
«Chiasso era diventata un supermercato, una cosa folle».

E la prostituzione illegale?
«C’è stato un periodo durante il quale l’esercizio illegale della prostituzione negli appartamenti era molto presente. Oggi è tutto normato e situazioni di illegalità non ve ne sono praticamente più. Inoltre abbiamo ottenuto la delega per TESEU, una sezione specialistica di polizia che si occupa di prevenire, reprimere e monitorare il fenomeno della prostituzione e le relative attività criminali collegate».

Oggi il Corpo di Polizia Regione I è composto, in totale, da 52 persone. Sono sufficienti?
«Il nostro compito è quello di garantire il servizio 24 ore su 24 per tutta la regione 1. Attualmente è un numero sufficiente. È chiaro, ogni comandante vorrebbe avere qualcosa in più per essere, diciamo così, più a suo agio. Questo effettivo ci ha permesso di ottenere anche delle specializzazioni come la già citata TESEU e la delega del gruppo minori GMin».

GMin, di cosa si tratta?
«Ci permette di svolgere inchieste a livello penale nell’ambito dei minori. È un grande vantaggio perché permette di seguire molto vicino i giovani, puntando sulla prevenzione. Anche se, va detto, questa attività l’anno scorso ha portato a quattro arresti».

Il mondo dei minori in che situazione si trova?
«Ci troviamo di fronte a situazioni, mi permetta di dirlo, abbastanza inquietanti. Parliamo di ragazzi di 12, 13, 14 anni… di sostanze stupefacenti e di bullismo, per fare due esempi. Dobbiamo prestarvi molta attenzione».

Tra pochi giorni sarà in pensione. A cosa si dedicherà?
«Gli interessi non mancano. Potrò finalmente riprendere con più serietà l’hobby del volo. Mi piace lo sport, sarò quasi tutti i giorni sui campi da tennis. Mi piace altresì viaggiare, non vedo l’ora di scoprire e riscoprire luoghi. Colgo l’occasione per riallacciarmi alla Chiasso cosmopolita e all’accoglienza dei migranti: alle persone che reclamavano o che si lamentavano mi è capitato di suggerire loro di viaggiare e vedere altre realtà. Perché quando le vedi con i tuoi occhi ti accorgi che stiamo bene dove siamo, anche se non siamo perfetti».

Un’ultima riflessione?
«Ho un principio al quale tengo molto: la collaborazione con gli altri enti. In questi 26 anni da comandante abbiamo avuto ottime collaborazioni, in particolare con la Polizia cantonale. Abbiamo fatto ottime cose, ne sono felice».

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