Chiesti oltre 17 anni di carcere per gli autori della presunta truffa milionaria

Un sistema in piena regola. Ideato e portato a termine con il solo intento di truffare. In cui niente è stato lasciato al caso. È sulla base di questa certezza che oggi, davanti alla Corte delle assise criminali di Lugano (presieduta dal giudice Amos Pagnamenta) la procuratrice generale sostituta, Chiara Borelli ha formulato le richieste di pena nei confronti dei tre imputati alla sbarra per una presunta truffa di 60 milioni di franchi ai danni di un cittadino georgiano sull’asse Dubai-Lugano-Lussemburgo: un italiano di 60 anni residente a Lugano, un belga 51.enne con casa in Lussemburgo e un iraniano di 51 anni residente a Dubai. Tutti arrestati nella seconda metà del 2025 con l’accusa di truffa e falsità in documenti ai danni del cittadino georgiano.
Per l’italiano, considerato da Borelli «il deus ex machina» del raggiro, la magistrata ha chiesto 7 anni e mezzo di detenzione e un’espulsione dalla Svizzera per 10 anni; per l’iraniano, «che ha mentito su tutto ed è iperbolico nelle sue menzogne», 6 anni e mezzo e un’espulsione di 10 anni, mentre per il cittadino belga, «che ha costruito la sua tesi fuggendo da ogni responsabilità», 3 anni e mezzo di detenzione e un’espulsione di 5 anni dalla Svizzera. «Con tre imputati che dicono tutto e il contrario di tutto, a chi dobbiamo credere? Al cittadino georgiano, il cui racconto è sempre stato lineare», ha affermato nella sua requisitoria Borelli, secondo cui il terzetto ha messo in piedi «una mascherata sofisticata», il cui fine ultimo è stato appunto quello di intascarsi i 60 milioni del georgiano, che voleva solo investire al sicuro i suoi soldi in Europa. È con queste intenzioni che si sarebbe affidato al terzetto, che, attraverso varie operazioni legali, avrebbe dovuto realizzare interessanti profitti, procedendo, ad esempio, con la costituzione di un fondo di investimento basato in Lussemburgo. E invece quei soldi, il georgiano li ha persi quasi tutti, a eccezione di circa 10 milioni, che sono stati recuperati. Una parte dei soldi «scomparsi», secondo l’accusa, sono finiti nelle tasche del terzetto, un’altra negli Stati Uniti e un’altra ancora per andare a ripagare debiti e «arricchire» altre persone.
«Sono rimasto molto deluso dalle dichiarazioni degli imputati - ha sottolineato da parte sua l’avvocato Luca Marcellini, rappresentante dell’accusatore privato, quindi del georgiano - il cittadino italiano sembra capitato per sbaglio in quella che lui ha definito una tempesta perfetta, l’iraniano sembra alla ricerca continua di una versione da fornire, mentre il belga ha preferito chiudere gli occhi». Eppure, ha continuato Marcellini, in questo caso le impronte digitali ci sono e sono le chat e le comunicazioni che hanno permesso di ricostruire la vicenda». Marcellini le ha definite «tracce innegabili». Domani si continua con la palla che passa alle difese dei tre imputati. Difese che hanno già preannunciato che chiederanno il proscioglimento da tutte le accuse dei loro clienti.
