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«Complotto? Sarebbe un alibi»: il caso Zali spacca lo studio

Gli ultimi sviluppi legati al consigliere di Stato leghista sono stati al centro di una puntata speciale di «Detto tra Noi»
©Gabriele Putzu
Red. Online
01.09.2026 19:46

Il procedimento penale per reati contro l'integrità sessuale e la richiesta di dimissioni immediate del Consiglio di Stato. In studio, a Detto tra Noi, si sono scontrati garantismo e ruolo della stampa, mentre sull'ipotesi di un procuratore straordinario gli ospiti si sono divisi. Cinque voci a confronto nella trasmissione di Andrea Leoni su Teleticino.

Un Governo «forcaiolo» oppure «pavido», a seconda di chi parla. L'ipotesi di una manovra concertata per far cadere Claudio Zali, evocata da uno degli ospiti e respinta dagli altri come «cultura del sospetto». E un pronostico: «Credo che questa sarà l'ultima notte di Zali in Consiglio di Stato». La giornata che nel pomeriggio ha portato all'apertura di un nuovo procedimento penale nei confronti del consigliere di Stato, e in serata alla richiesta del Governo di dimissioni con effetto immediato, è stata al centro della puntata condotta da Andrea Leoni, con Gianni Righinetti, Daniel Ritzer, Renzo Galfetti, Matteo Pronzini e Claudia Rossi quali ospiti.

«Chi usa violenza è fuori, senza termine»

La posizione più netta è quella di Matteo Pronzini. Per il deputato dell'MPS la permanenza di Zali in Consiglio di Stato negli ultimi due mesi «non aveva più senso, indipendentemente dagli ultimi sviluppi»: «Quando un dirigente dà le dimissioni, va subito, in qualsiasi azienda. Cosa resta a fare?». Sul ritardo dell'Esecutivo l'immagine è dialettale: «Alla quarta fetta hanno capito che è polenta».

Il punto centrale del suo intervento riguarda gli audio di luglio: «Dobbiamo riconoscere e ribadire che l'unica persona che ha ammesso di aver fatto violenza è lo stesso Claudio Zali». Violenza verbale, precisa. «Dobbiamo dire in modo chiaro che non è accettabile alcun tipo di violenza, soprattutto verso le donne. Chi lo fa, in qualsiasi caso, è fuori. Senza termine». Alla presidente Marina Carobbio Guscetti rivolge una critica diretta: al suo posto, dice, «da subito avrei detto che non mi siedo più al tavolo con Zali». Dice anche di essere andato a leggere gli articoli 191 e 193 del Codice penale: «Mi è venuta la pelle d'oca».

Quanto alle responsabilità dell'Esecutivo, la formula è severa: «Chi è vittima del proprio male pianga se stesso». Se il Consiglio di Stato si trova in questa situazione, sostiene, è perché non ha mai voluto affrontare problemi già evidenti e segnalati dal suo movimento.

«Avrei detto a Zali di tenere duro»

Sul fronte opposto si colloca l'avvocato penalista Renzo Galfetti, già deputato PPD, l'unico in studio a sostenere che Zali non avrebbe dovuto dimettersi. Sul caso del quattordicenne detenuto alla Farera, per lui «probabilmente il più grave», ribalta il giudizio: «Se fossi stato consigliere di Stato e avessi saputo che un ragazzino di 14 anni era in galera con gli adulti, mi sarei agitato e sarei intervenuto anch'io». Che nell'intervento Zali sia stato «maldestro», che abbia «sbroccato», è «sicuramente possibile», ammette; ma il problema vero è altrove, cioè nell'assenza in Ticino di una struttura adeguata per accogliere minorenni di quell'età. Che il ragazzo fosse una conoscenza, e sua madre pure, per Galfetti «non è importante».

Quanto al procedimento aperto in questi giorni, il penalista invita ad attenersi a quanto è documentato e accusa il Governo di aver violato la presunzione di innocenza, chiedendo le dimissioni immediate «in modo un po' forcaiolo»: «Avrebbe dovuto rispettare i principi fondamentali dello Stato di diritto, che impediscono di essere giustizialisti e forcaioli». Elenca tre elementi: i fatti risalgono a diversi anni fa, la segnalazione al Ministero pubblico è stata fatta da una terza persona, la presunta vittima non si è costituita accusatrice privata. Da qui due sue deduzioni – che la segnalazione sia «probabilmente motivata da astio verso Zali» e che la presunta vittima «non si sentisse vittima» – che vanno però tenute distinte da quanto riportato dalle fonti: laRegione, cui Galfetti fa riferimento, non attribuisce alcun movente alla terza persona, e la mancata costituzione come accusatrice privata non consente inferenze sul vissuto della persona coinvolta, tanto più che i reati sono perseguibili d'ufficio. A sostegno della propria tesi Galfetti richiama un articolo di Manuele Bertoli pubblicato sulla Regione.

Lo scontro sulla stampa

Il passaggio più teso della serata mette Galfetti contro Ritzer. Il penalista evoca lo sdegno svizzero per il modo in cui stampa e politica italiane, «governo compreso», avevano affrontato la tragedia di Crans-Montana, e da lì attacca frontalmente: «Le domande di Ritzer non sono domande, sono provocazioni, illazioni, attacchi alla Magistratura».

La replica del giornalista della Regione si muove su due piani. Il primo è filologico: si dichiara stupito dal testo letto in studio da Galfetti, «molto arricchito» rispetto all'originale: «Mi ricordo che cosa ho scritto e non è esattamente la domanda che avevo formulato». Il secondo rivendica la funzione della stampa: «Ci assumiamo le nostre responsabilità, senza le domande che abbiamo posto non parleremmo di quello che stiamo parlando. La stampa svolge il suo ruolo, a volte in modo brusco, mi spiace se urtiamo sensibilità, ma se le stanze del potere si chiudono, allora vale il principio di grande rilevanza». Un richiamo all'articolo 74 del Codice di procedura penale, la norma con cui il Ministero pubblico ha giustificato la propria comunicazione.

«Un Governo senza spirito d'iniziativa»

Ritzer, autore per laRegione dell'articolo che ha reso note le ipotesi di reato, sposta l'analisi sul metodo dell'Esecutivo: «Il Governo ci ha abituato a reagire solo quando non ha altre chance, di per sé non ha grande spirito di iniziativa e lo ha spesso dimostrato». Oggi, «con la pressione mediatica e dell'opinione pubblica, rispetto a un fatto grave, il Governo infine ha reagito».

Ricorda inoltre che non esiste un meccanismo istituzionale che permetta ai quattro colleghi di destituire un membro del Consiglio di Stato: secondo Ritzer solo il Parlamento potrebbe farlo, e a sentenza definitiva, situazione che non si è verificata. Sul piano del lavoro giornalistico rivendica la risposta ottenuta dal Ministero pubblico, arrivata dopo che le domande alla Procura erano state rese pubbliche in un editoriale del giornale: «Domande che purtroppo abbiamo dovuto rendere pubbliche». Il fatto che la Procura abbia comunicato, dice, lo rassicura.

«Reati infamanti». E il nodo della sequenza

Gianni Righinetti risponde a Galfetti sul caso Farera con un'osservazione di fatto: di quattordicenni in quella struttura ce ne sono stati altri, «e non ci risultano interventi». Sull'assenza di strutture adeguate, invece, concorda.

Respinge però l'accusa di forcaiolismo, capovolgendola: «Questo Governo non lo è. È un Governo che ha sempre agito in maniera pavida». E richiama la conferenza stampa del giorno delle dimissioni annunciate, «quando ogni consigliere di Stato ha letto una recita come fossimo alle elementari. Una cosa aberrante, terribile». Sul procedimento aperto oggi il giudizio è severo: «Quelli ipotizzati sono reati gravissimi, infamanti, pesanti. Sono da provare, va bene, ma spiegatemi come sia possibile una sequenza così pressante e presente di situazioni che emergono su Claudio Zali». Per Righinetti il Governo «ha fatto la sola cosa plausibile», e il pronostico è netto: «Credo che questa sarà l'ultima notte di Zali in Consiglio di Stato».

«Mi aspettavo un altro passo indietro»

Claudia Rossi confessa di non aver mai creduto a un ritiro spontaneo: «Da Zali non mi sarei mai aspettata le dimissioni». Di fronte alla «sequela di notizie» e ai nuovi casi, pur riconoscendo la presunzione di innocenza, si attendeva «un altro passo indietro». Cioè dimissioni immediate. Concorda con Righinetti sul fatto che questo non sia un Governo forcaiolo e porta un precedente a sostegno: «Io ricordo la non comunicazione quando hanno deciso di levare la Polizia a Norman Gobbi. Poche righe, nessuna intervista».

L'ipotesi del complotto, respinta in studio

Galfetti evoca dubbi su un possibile disegno per far cadere Zali, ipotizzando un coinvolgimento anche dell'UDC e fondando il ragionamento sul timing degli episodi. Alla contestazione di stare avanzando illazioni risponde che si tratta di dubbi.

La tesi viene respinta da due ospiti. Per Ritzer «poteva avere senso finché discutevamo di un giallo politico, ma non di cronaca nera»: di fronte a una donna deceduta che aveva legami con Zali e che pochi giorni prima aveva denunciato un'aggressione, «non possiamo più parlare di complotto. Sarebbe un alibi». Righinetti è altrettanto netto: «Sono d'accordo che la principale causa della fine politica di Zali è Zali. Complotto? È cultura del sospetto. Dimostratelo».

Procuratore straordinario: lo studio si divide

Sull'ipotesi di affidare il caso a un procuratore straordinario, Ritzer si dichiara favorevole: «Non possiamo tralasciare il fatto che Zali, prima di essere consigliere di Stato, ha avuto un lungo percorso in Magistratura». La Magistratura è in grado di svolgere il proprio lavoro, precisa, ma «tanti fattori non giocano a favore di una fiducia a priori»; il ricorso a un procuratore esterno «non lo trovo un gesto di sfiducia ma di salvaguardia del lavoro». Anche Pronzini è d'accordo: «Era opportuno e sarebbe opportuno che di questa questione se ne occupi un procuratore straordinario, esterno».

Contrari Rossi e Galfetti. «Io, ripeto, mi fido. Secondo me no», dice la giornalista, che sul clima generale aggiunge: «Non vedo tutta questa fiducia nelle nostre istituzioni. Abbiamo visto tanti scandali e scandaletti, ma ne abbiamo visti anche che hanno coinvolto la Magistratura. Io, di mio, mi fido, ma capisco chi di fiducia ne ha meno». Righinetti si limita al principio: «La fiducia vale e deve valere finché la sfiducia non viene comprovata».

Un Governo che «ha amministrato e non ha condotto»

Nell'ultima parte il confronto si allarga alla legislatura. Righinetti auspica che il prossimo Governo «cambi marcia»: la piega degli ultimi quattro anni «è attendista, rinunciataria, ognuno fa i fatti suoi, così non si fa i fatti degli altri». Serve un Esecutivo «che sappia anche litigare», mentre questo «è tutto troppo piatto». La sintesi: «Un Governo che ha amministrato e non ha condotto».

Galfetti difende invece l'Esecutivo: «Abbiamo avuto e abbiamo un buon Consiglio di Stato», di qualità, messo in difficoltà da un Parlamento che lo attacca di continuo, e con la particolarità che ad attaccarlo sono rappresentanti di partiti presenti in Governo. L'immagine è calcistica: se nel Lugano i giocatori giocassero contro l'allenatore, «diremmo che l'allenatore è in difficoltà». La conclusione è istituzionale: il Governo «è stato scelto dal popolo e va rispettato», bisogna smetterla di metterlo in difficoltà; a chi non è soddisfatto, l'invito a raccogliere le firme e chiedere nuove elezioni.

Pronzini replica spostando il piano sui contenuti: la critica è legittima perché i problemi esistono e il Governo non ha dato risposte su temi che toccano la popolazione — casse malati, affitti, un Cantone dove «i giovani non hanno più lavoro». Da qui la conclusione politica: serve un cambiamento, vanno rafforzate le forze intenzionate a risolvere quei problemi, e i partiti che dirigono Consiglio di Stato e Parlamento «vanno mandati via».

I fatti della giornata

Nel pomeriggio il Ministero pubblico ha confermato di aver avviato un procedimento penale nei confronti di Zali per reati contro l'integrità sessuale, in relazione a fatti risalenti ad alcuni anni fa e «sulla scorta di dichiarazioni di terza persona»; secondo laRegione le ipotesi di reato sarebbero quelle degli articoli 191 e 193 del Codice penale. Zali è stato interrogato come imputato e ha contestato ogni responsabilità di natura penale.

In serata il Consiglio di Stato, riunito in seduta straordinaria, ha chiesto al consigliere di Stato di rendere effettive da subito le dimissioni annunciate a luglio, che avrebbero effetto a fine settembre. Zali per il momento non ha dato seguito alla richiesta: in assenza di un passo indietro, il Governo ha annunciato che nella seduta di domani procederà «alla ridefinizione della conduzione del Dipartimento del territorio». Resta aperto anche il primo procedimento, per abuso di autorità e tentata coazione, legato alla riunione del 9 giugno sul quattordicenne detenuto alla Farera.

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