«Con arroganza ha negato l'innegabile»

Sette anni e 9 mesi di detenzione e un’espulsione dalla Svizzera di 10 anni. È questa la condanna della Corte delle assise criminali di Lugano, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, inflitta al consulente finanziario italiano di 55 anni residente in Svizzera da un ventennio, alla sbarra da lunedì per rispondere dei reati di truffa (in parte tentata), ripetuta appropriazione indebita, amministrazione infedele qualificata, ripetuto riciclaggio di denaro, ripetuta falsità in documenti, ma anche frode fiscale, abuso delle targhe e contravvenzione alla Legge federale concernente i crediti Covid.
Nell’emanare la sentenza la Corte ha fatto suo l’impianto dell’accusa, rappresentata dalla procuratrice pubblica, Raffaella Rigamonti e il procuratore generale, Andrea Pagani. Accusa, che aveva chiesto otto anni e dieci mesi da espiare e un’espulsione dalla Svizzera per 10 anni, e aveva giudicato estremamente grave la colpa del consulente patrimoniale e anche commerciante di auto d’epoca, a cui erano contestate presunte malversazioni per circa 20 milioni di franchi ai danni di una ventina di clienti per un indebito profitto stimato in circa 15 milioni di franchi. «L’accusa ha detto che mai ha incontrato sulla sua strada un imputato così difficile e ha ragione- ha riferito Pagnamenta, leggendo il dispositivo della sentanza - l’imputato ha negato l’innegabile con arroganza. Con spocchia ha accampato scuse, costringendo gli inquirenti ha dimostrare l’evidenza con centinaia di pagine». Tutto questo, mettendo in piedi, sempre secondo la Corte che si avvalsa anche degli assesori giurati, «una cortina di fumo con la speranza di far abboccare gli inquirenti, quando invece non sono stati investimenti finanziari andati male, ma investimenti gestiti per il suo arricchimento personale». Come se non bastasse il 55.enne «ha fatto la parte della vittima, ha incolpato gli altri ed è ricorso ai classici non ricordo», ponendo in essere «il classico schema Ponzi» del buco tappa buco. A colpire la Corte è stata anche l’intensità degli illeciti. «Nulla ha fermato l’imputato - ha sottolineato Pagnamenta - se non la brama di investimenti facili».
A nulla sono insomma valse le argomentazioni della difesa, rappresentata dall’avvocato David Simoni, che stamattina ha ripreso il filo del discorso interrotto martedì sera e si è concentrata su alcune richieste ben precise: la sospensione della pena, la rimessa in libertà dell’imputato dopo il processo e la rinuncia all’espulsione dal Paese. «I clienti avevano accesso alle informazioni e partecipavano alle stesse – ha detto Simoni -. Inoltre, la Corte dovrebbe considerare le restituzioni, anche immobiliari, operate dal mio assistito che ha continuato a proporre soluzioni anche durante la carcerazione preventiva, che è stata eccessivamente lunga». Per la difesa, insomma il 55.enne avrebbe operato all’interno di un quadro certamente complesso e in fase di deterioramento a causa delle mutate condizioni quadro mondiali, ma non all’interno di un sistema truffaldino che aveva l’unico scopo dell’arricchimento personale. Da qui l’invito a rileggere la storia con una chiave diversa da quella proposta dall’accusa.
Dal canto suo, approfittando della possibilità di intervenire per ultimo, il 55.enne aveva colto la palla al balzo per togliersi anche qualche sassolino dalle scarpe. «Vengo descritto come un truffatore, una persona priva di scrupoli, ma questa è un’immagine capovolta di me – ha detto, leggendo da un quadernetto dove si è marcato degli appunti -. Sono un imputato difficile? Ho solo resistito alle pressioni e alle minacce tutte volte a ottenere la mia confessione», ha specificato riferendosi a quanto detto martedì dai procuratori pubblici. «L’accusa – ha continuato - si basa solo su indizi, in 20 mesi di inchiesta non hanno trovato una prova». Prima di apprendere il dispositivo della sentenza, l’imputato si è rivolto anche agli investitori. «Sono dispiaciuto per loro e per tutto quello che c’è stato, per quello mi sono accordato con molti di loro per poterli risarcire fino in fondo. Restano ancora 7 milioni da restituire», ha precisato, prima di rivolgere un pensiero anche alla figlia, presente per qualche minuto martedì in aula, emozionandosi non poco. «È stato detto che non ho legami qui, ma non è vero. Sono dispiaciuto di non essere riuscito a vedere martedì mia figlia. Ma una cosa è sicura: la voglio rivedere», ha sottolineato facendo capire di opporsi all’espulsione dalla Svizzera. «Quello che ho fatto – ha poi aggiunto - non è stato per arricchimento personale. Certo, alcune scelte sono state sbagliate, ma col senno di poi è sempre facile giudicare».
