Con l’acqua alla gola ma pur sempre truffatore

Vittima dello Stato oppure truffatore astuto? L’imputato alla sbarra oggi di fronte alla Corte delle assise correzionali presieduta da Curzio Guscetti ha cercato in tutti i modi di far valere la prima delle due possibilità. La linea dell’innocenza e dell’estraneità alle accuse di truffa e falsità in documenti da cui doveva difendersi. Nello specifico l’uomo era accusato di aver ottenuto un credito COVID-19 senza averne il diritto grazie alla compilazione fraudolenta del formulario per richiedere aiuto economico. Guscetti e la Corte ha però virato senza dubbi verso la seconda possibilità: l’uomo ha agito da truffatore.
200 mila franchi in 30 minuti
A inizio 2020 l’imputato, un 68.enne confederato domiciliato a Rheinfelden (canton Argovia) e gerente di una società con sede a Novazzano specializzata nella compravendita della seta, è con l’acqua alla gola. «Stavamo affogando», ha spiegato lui stesso in aula. Decide quindi di richiedere l’aiuto che lo Stato ha messo a disposizione per le piccole e medie imprese e compila il relativo formulario. La sua richiesta viene accettata in mezz’ora. Riceve 200 mila franchi, sulla base di una cifra d’affari dichiarata di 2 milioni.
Poi iniziano i problemi. Anzi, ricominciano (come vedremo tra poco). Perché alla banca a cui chiede il prestito viene il sospetto che la cifra di 2 milioni non corrisponda alla realtà. Perché è troppo lontana da quelle degli anni precedenti. E infatti viene scoperto che sul formulario il 68.enne invece della cifra d’affari dell’anno precedente ha inserito una previsione della cifra d’affari per l’anno appena iniziato, il 2020, visto che nel 2018 e 2019 la sua società non poteva operare. Ma emerge anche che buona parte dei 200 mila franchi ricevuti sono stati usati per pagamenti non inerenti all’attività o girati sul proprio conto privato. Questo almeno secondo quanto ricostruito dall’inchiesta curata dal procuratore pubblico Claudio Luraschi che, per i reati di truffa e falsità in documenti oggi in aula ha chiesto una pena di 18 mesi, sospesa per due anni, una multa e il sequestro dell’appartamento a Rheinfelden dell’imputato per risarcire l’accusatore privato (la cooperativa che richiede il corrispondente del maltolto). «L’imputato non è mai stato in grado di fornire documenti che provassero compravendite anche solo vicine ai 2 milioni», ha detto Luraschi in aula sottolineando come il 68.enne si sia spesso «arrampicato sugli specchi».
Di parere totalmente opposto la difesa impersonata dall’avvocato Matteo Quadranti che ha descritto l’imputato come «la vera vittima» di questa vicenda, «dello Stato e della Segreteria di Stato dell’economia (SECO)». E qui ci riallacciamo all’affermazione per cui l’inchiesta penale per il 68.enne ha rappresentato il ritorno di problemi. Sì perché se nel 2020 la società dell’imputato si trovava con l’acqua alla gola era perché da due anni e mezzo la sua attività era sostanzialmente congelata. Bloccata da un’inchiesta della SECO sulla liceità di commerciare la seta con la Corea del Nord. Una procedura poi finita in niente ma che ha portato al congelamento di tutti i conti. «È stato tradito dal proprio Paese – ha detto Quadranti – ma ha fatto di tutto per evitare che l’intervento della SECO facesse morire la società. I soldi inoltre li ha usati per coprire debiti e poter ripartire» ha sostenuto prima di evidenziare come la previsione di una cifra d’affari di 2 milioni «riflettesse il potenziale dell’azienda». Ma questo serve a poco, soprattutto nell’ambito del dibattimento: «Da nessuna parte nel formulario per il credito COVID era fornita la possibilità di indicare una stima sulla cifra d’affari futura – ha sentenziato Guscetti –, non vi è quindi alcun dubbio che le cifre fornite siano false». Il credito COVID inoltre, «serviva per sopperire alla mancanza di liquidità, non per rimborsare prestiti. Non è compito di questi aiuti coprire danni creati dalla procedura SECO». La Corte ha in ogni caso tenuto conto della situazione dell’imputato e dell’evoluzione commerciale di quegli anni e ha accordato «uno sconto» di pena rispetto alle richieste dell’accusa. Al 68.enne è stata inflitta una pena di 10 mesi, sospesi per due anni, ma gli sarà anche venduta la casa di Rheinfelden, per saldare i 190 mila franchi ricevuti illecitamente.
