L'intervista

«Con l'Italia un segnale chiaro: si intervenga anche sui ristorni dei frontalieri»

Le relazioni con il Belpaese stanno vivendo una fase di forte tensione - In questo contesto, il consigliere di Stato Christian Vitta riflette sull’opportunità di decurtare i ristorni
©Gabriele Putzu
Francesco Pellegrinelli
31.01.2026 06:00

In un clima di crescenti tensioni tra Italia e Svizzera, il consigliere di Stato Christian Vitta torna sul tema dei ristorni dei frontalieri in relazione alla tassa sulla salute. Secondo il direttore del DFE, «la Svizzera deve far valere gli elementi tecnici e giuridici che possono giustificare una riduzione dei ristorni». La proposta si inserisce nel contesto delle recenti misure unilaterali adottate dall’Italia, tra cui la legge finanziaria che mette a rischio le esportazioni svizzere di macchinari, nonché l’ipotesi di istituire una zona economica a statuto speciale lungo il confine.

Consigliere di Stato, prima di affrontare il tema dei ristorni, partiamo dalle novità fiscali italiane. Di che cosa si tratta?
«La nuova legge di bilancio, in vigore in Italia dal 1. gennaio 2026, introduce importanti incentivi fiscali per le aziende che investono in macchinari destinati al territorio italiano, a condizione però che tali macchinari siano fabbricati nell’Unione europea o nello Spazio economico europeo. È evidente che il Ticino, e la Svizzera più in generale, ne risultano penalizzati».

Quindi, i macchinari svizzeri sul mercato italiano diventeranno meno competitivi?
«In sostanza, se un’azienda acquista macchinari dalla Svizzera, potrà beneficiare di ammortamenti inferiori rispetto a quelli previsti per i macchinari provenienti dall’Unione europea. Di conseguenza, l’acquisto di macchinari svizzeri diventa meno conveniente, con un chiaro effetto penalizzante per i nostri esportatori».

È possibile quantificare il rischio potenziale per le aziende svizzere e ticinesi?
«Solo dal Ticino verso l’Italia, nel 2025, le esportazioni dirette in questo comparto hanno raggiunto circa 180 milioni di franchi. A livello svizzero, le stime indicano un volume complessivo di esportazioni di macchinari verso l’Italia pari a circa un miliardo di franchi. Parliamo quindi di cifre molto rilevanti, con conseguenze concrete per il nostro tessuto economico».

Il Consiglio di Stato, negli scorsi giorni, ha quindi deciso di scrivere a Berna. Con quale richiesta?
«Abbiamo scritto a Berna innanzitutto per segnalare l’attuale inasprimento dei rapporti tra Svizzera e Italia. Si parte dall’inaccettabile ingerenza politica italiana nel sistema giudiziario svizzero in relazione ai tragici eventi di Crans-Montana. A questo si aggiungono una serie di misure unilaterali prese recentemente dall’Italia con conseguenze negative per il Ticino: dalla proposta di creare una zona economica a statuto speciale lungo il confine, alla nuova misura la cui applicazione è prevista per il 1. febbraio 2026, di cui abbiamo detto, fino alle discussioni sulla cosiddetta tassa sulla salute. Si tratta di decisioni unilaterali adottate dall’Italia senza alcuna consultazione con la controparte svizzera e che appaiono in contrasto con la normativa vigente. Questa situazione non è accettabile. Lo abbiamo chiaramente segnalato al Consiglio federale. Esistono linee rosse che la Svizzera non può accettare che siano superate».

Le iniziative intraprese da Roma in queste settimane richiedono una ferma presa di posizione da parte svizzera

Restando sulla legge finanziaria italiana e sulla questione dei macchinari, non si tratta di una violazione degli accordi di libero scambio sottoscritti con l’Unione europea?
«Noi interpretiamo sicuramente queste misure come non rispettose del diritto vigente e, in particolare, dell’accordo di libero scambio».

Queste iniziative da parte italiana sembrano inserirsi in uno schema preciso, con un chiaro obiettivo economico di natura protezionistica. Condivide?
«Sì, il fatto che si tratti di iniziative unilaterali si inserisce chiaramente in un contesto di crescente tensione tra le parti e può essere letto come un insieme di misure di carattere protezionistico. Di fronte a questa situazione, da parte svizzera è necessaria una reazione chiara e netta. Come ho già detto, esistono linee rosse che non possono essere superate perché altrimenti il rischio è alto che, nel tempo, si consolidino ulteriori misure unilaterali a danno della Svizzera».

Ha citato la tassa sulla salute. Anche questa misura sembra perseguire lo stesso obiettivo: favorire le regioni italiane lungo il confine, rendendo il territorio italiano più attrattivo per i lavoratori frontalieri.
«In questo caso, personalmente ritengo che si tratti di una nuova imposta che ha voluto introdurre il Governo italiano, il cui obiettivo è anche di reperire nuove risorse finanziarie».

Ovvero?
«Ritengo che questa cosiddetta “tassa sulla salute”, al di là del nome, rappresenta di fatto un’imposta introdotta dal Governo italiano a carico dei lavoratori frontalieri. Al riguardo, vorrei richiamare l’accordo sottoscritto tra Svizzera e Italia - recentemente aggiornato - sull’imposizione dei frontalieri, che all’articolo 9 prevede un’eccezione per i cosiddetti “vecchi frontalieri”, ai quali continua ad applicarsi il regime precedente. Ricordo che, in base a quel regime la Svizzera versa ogni anno all’Italia i cosiddetti ristorni sui frontalieri: si tratta di importi molto elevati, oltre 100 milioni di franchi annui solo per quanto riguarda il Canton Ticino. Alla base di questi versamenti vi è un principio chiaro sancito dall’accordo: il ristorno è riconosciuto perché dal lato italiano non viene prelevata alcuna imposta sui frontalieri (principio dell’imposizione esclusiva in Svizzera). Ora, con l’introduzione di una nuova imposta in Italia, come appunto questa “tassa sulla salute”, verrebbe meno uno dei presupposti dell’accordo. In questo scenario, la Svizzera deve far valere gli elementi tecnici e giuridici che possono portare a una decurtazione dei ristorni».

Intende dire che, come già accaduto in passato, andrebbero nuovamente bloccati?
«No, non si tratterebbe di un blocco dei ristorni, perché lo stesso implicherebbe che i ristorni restino dovuti e vengano trattenuti temporaneamente come forma di pressione. Qui invece parliamo di una decurtazione: significa riconoscere ogni anno un importo inferiore, perché cambiano le condizioni che giustificano quei versamenti. È una differenza sostanziale, poiché la decurtazione non sarebbe una misura di carattere temporaneo e andrebbe a beneficio dei Cantoni e dei Comuni interessati nonché della Confederazione».

Chi dovrebbe prendere questa decisione?
«La Confederazione deve sollevare la questione con la controparte italiana nell’ambito delle attuali discussioni sulle misure unilaterali prese dall’Italia. In seguito, i Cantoni interessati potranno agire di conseguenza nell’applicazione dell’accordo a vantaggio, come detto in precedenza, dei Cantoni e dei Comuni interessati e della Confederazione».

Come intende muoversi, politicamente, per sollevare il tema e portare la proposta a Berna?
«Nell’ambito delle discussioni aperte con l’autorità federale vi sarà la possibilità di sollevare anche questo aspetto, a meno che la stessa autorità federale non si attivi prima. Ad ogni modo le iniziative intraprese dall’Italia in queste ultime settimane richiedono una presa di posizione e una reazione decisa da parte della Svizzera».

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