Condannato lo spallone che trasportava (tanti) soldi contaminati

Una volta venivano definiti spalloni. Erano, in sostanza, gli uomini dediti al contrabbando – sul confine – di merci o grandi quantità di denaro. Carichi che si portavano, appunto, sulle spalle.
L’uomo comparso quest'oggi davanti alla Corte delle assise correzionali di Mendrisio – presieduta dal giudice Paolo Bordoli – era a tutti gli effetti uno spallone. Forse qualcosa di più. La Corte, in procedura di rito abbreviato, l’ha condannato a 14 mesi di carcere sospesi per un periodo di prova di due anni. C’è mancato poco, però, che il giudice Bordoli facesse «saltare» l’accordo tra le parti.
Pizzicato a Brogeda
L’uomo, un 36.enne italiano, è stato fermato il 7 ottobre scorso al valico di Chiasso-Brogeda. Agendo su richiesta di una persona ad oggi non ancora identificata, ha preso in consegna in Italia 98.600 euro. L’obiettivo? Portarli in Svizzera. Il tutto, però, senza fare i conti con le già guardie di confine. Il denaro – suddiviso in 11 mazzi di banconote – era all’interno di una borsa rossa posizionata nel bagagliaio dell’auto con la quale stava effettuando il trasporto. Pacco che, se non fosse stato per le forze dell’ordine, sarebbe stato consegnato verosimilmente a Lugano, dietro un compenso – è emerso durante l’inchiesta coordinata dalla procuratrice pubblica Chiara Buzzi – di mille euro. Oltre all’importante rinvenimento di denaro, le successive analisi di ciò che è stato sequestrato hanno fatto emergere una seconda sorpresa: le banconote erano fortemente contaminate dalla cocaina. Con ogni probabilità, dunque, provenivano da un crimine legato alla legge sugli stupefacenti. Da qui, come detto, la condanna (sospesa) per il reato di riciclaggio di denaro.
Quanti dubbi
La vicenda, per quel che riguarda la giustizia elvetica, si è risolta. Le parti – vista anche la procedura di rito abbreviato – hanno già annunciato di rinunciare all’appello. Ma resta più di un dubbio. A partire dal ruolo del 36.enne, difeso dall’avvocato Davide Ceroni. Secondo l’accusa, infatti, il ruolo dell’imputato non è stato quello del semplice spallone. Dello stesso avviso il giudice Paolo Bordoli il quale ha evidenziato come l’uomo facesse parte di «un mondo nel quale sicuramente era più attivo di quello che ha voluto dire».
Tante le non risposte durante l’inchiesta come pure in aula. Il 36.enne, malgrado avesse in apertura di procedimento dichiarato di essere disponibile a rispondere alle domande del giudice, al primo quesito ha reagito con le parole: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Sollecitato sulla destinazione del denaro ha altresì preferito non rispondere. Poi ha corretto il tiro. Alla richiesta di delucidazioni sulle banconote contaminate ha detto: «Non conoscevo l’ammontare ma sapevo che i soldi provenivano da attività legate al mondo della droga». Un’ammissione, arrivata a tempo quasi scaduto, che ha di fatto portato il giudice – non senza rimostranze – a convalidare l’accordo tra le parti.
