Ticino

Così giovani, ma già bloccati

Sono noti come NEET, si tratta di ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano – Nel nostro cantone sono circa 6.200, pari al 10,9% – Per alcuni la condizione è temporanea, per altri no e quei casi celano situazioni di vulnerabilità – Le strategie per affrontare e prevenire il fenomeno
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Lidia Travaini
04.11.2026 06:00

Intercettare, monitorare, seguire, anticipare. Quando si parla di giovani che non fanno nulla e di strategie per il loro reinserimento nella vita attiva (che sia scolastica, lavorativa o sociale in generale) i verbi si moltiplicano. Perché il fenomeno noto come NEET (Not in Education, Employment, or Training), che coinvolge i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono occupati e non hanno seguito alcuna formazione nelle quattro settimane precedenti la rilevazione, è complesso e più attuale che mai. Ma anche e forse soprattutto perché per affrontarlo si intrecciano competenze, misure, progetti e di riflesso il lavoro di molte persone.

Importante agire subito

Il fenomeno è ben presente anche alle nostre latitudini. Lo è ancora di più che nel resto della Svizzera, con una percentuale che in Ticino nel 2025 ha raggiunto il 10,9% dei giovani, che corrisponde a quasi 6.200 casi (in Svizzera la percentuale dei NEET è invece dell’8,7%, con oltre 127.000 casi rilevati). A illustrarci i dati è il Cantone, a cui ci siamo rivolti per radiografare il fenomeno a livello cantonale. Una radiografia a cui hanno contribuito tre Dipartimenti diversi, a riprova della complessità del tema: Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS), Dipartimento della sanità e della socialità (DSS) e Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE).

Iniziamo cercando di capire chi siano i giovani che rimangono inattivi. Ai servizi cantonali abbiamo chiesto se sia possibile individuare delle caratteristiche ricorrenti o dei percorsi comuni che permettano poi di anticipare un’eventuale inattività. «È importante distinguere le diverse situazioni che possono portare un giovane o una giovane a trovarsi in una condizione di inattività, ovvero a non essere inserito né in un percorso formativo né nel mondo del lavoro. Dopo la conclusione degli studi, questa condizione può essere temporanea e legata alle difficoltà di accesso al mercato del lavoro, senza che vi siano particolari problematiche personali, familiari o sociali», è la premessa. Quando invece l’inattività si protrae nel tempo, «spesso si tratta di giovani in situazioni di vulnerabilità familiare, di contesto socioeconomico sfavorito, che manifestano atteggiamenti di ritiro o isolamento sociale, assenteismo e abbandono scolastico e sono segnati da profonde sofferenze psicofisiche (ansia, depressione), accompagnate, a volte, dal consumo di sostanze, spesso con funzione di automedicazione». Ben presto, si aggiunge, «viene a crearsi uno scollamento crescente tra le aspettative della società e le proprie risorse personali. Ciò si traduce in situazioni di esclusione sociale, che influiscono notevolmente sulla loro autostima e motivazione e portano spesso a un generale sentimento di fallimento, di frustrazione e di inutilità». Fondamentale è quindi l’intervento precoce in modo da evitare il cronicizzarsi delle situazioni: «Sia a livello di sostegno familiare nell’infanzia, in modo da rinforzarne le competenze socioemotive (autostima, empatia, motivazione, rispetto di sé e degli altri, ecc.), sia nel caso dei primi segnali di disagio scolastico, in modo da rafforzarne la resilienza. Risulta pure fondamentale continuare ad accompagnarli lungo il percorso di transizione alla maggiore età e negli anni successivi, in modo da garantire una continuità di intervento attraverso i vari servizi già attivi sul territorio».

Per affrontare in modo proattivo l’inattività giovanile è di conseguenza imprescindibile l’attivazione di competenze interdisciplinari specifiche. Non solo per gestire, ma con l’obiettivo di superare difficoltà scolastiche, vulnerabilità familiari o sofferenze psicofisiche. E anche per anticipare queste situazioni. Spiegato con le parole scelte dal Cantone, occorre un «lavoro coordinato», di squadra e che crei una rete efficace.

«Lavoro coordinato»

Una parte preponderante di questo lavoro si concretizza a margine del mondo scolastico e di formazione professionale. «L’obiettivo è innanzitutto evitare che i giovani interrompano la formazione e, quando questo accade, aiutarli a trovare una nuova strada». Come? «Nelle scuole professionali, i docenti mediatori contribuiscono a individuare e affrontare le situazioni di difficoltà, mentre gli ispettori di tirocinio intervengono quando emergono problemi durante la formazione in azienda, cercando soluzioni insieme agli apprendisti, alle scuole e ai datori di lavoro, per evitare, laddove possibile, l’interruzione del tirocinio oppure trovare un nuovo posto di apprendistato senza interruzioni». Durante l’estate entra inoltre in azione il Gruppo operativo per il collocamento a tirocinio, «che sostiene i giovani ancora alla ricerca di un posto di apprendistato. Quando un giovane interrompe la formazione e non risulta iscritto ad alcun percorso nel sistema scolastico pubblico, interviene il servizio GO95». Si tratta quindi di un «lavoro coordinato che punta a prevenire gli abbandoni, intercettare tempestivamente le interruzioni e favorire il reinserimento in formazione, evitando che i giovani e le giovani rimangano a lungo senza una prospettiva formativa».

Il GO95 è un servizio gestito dal DECS che si rivolge ai giovani tra i 15 e i 18 anni che non sono iscritti nel sistema formativo delle scuole pubbliche. «Questi giovani vengono rilevati e contattati sistematicamente per verificare la loro situazione e, laddove necessario, offrire un accompagnamento verso una soluzione formativa. Il servizio interviene anche a seguito di richieste spontanee o segnalazioni di altri enti, in particolare dell’Ufficio dell’orientamento scolastico e professionale, dell’Istituto della transizione e del sostegno e dell’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento». Nel 2025 – ci viene spiegato – il GO95 ha verificato la situazione di circa 1.900 giovani, di cui 260 maggiorenni tra i 18 e i 25 anni. «Una parte consistente aveva già un progetto formativo, ad esempio presso una scuola privata o all’estero, stava svolgendo uno stage oppure era già seguita da altri servizi specializzati. In questi casi, il GO95 mantiene un monitoraggio regolare per verificare l’evoluzione del percorso e intervenire in caso di difficoltà o interruzione». I giovani che hanno beneficiato di un «accompagnamento attivo e personalizzato» sono invece stati 411.

Collaborazioni e rete

Dei giovani che hanno compiuto 18 anni e che beneficiano di prestazioni si occupa invece la Sezione del sostegno sociale, che segue «l’accompagnamento delle persone beneficiarie di prestazioni nel loro percorso di integrazione sociale, linguistica e di inserimento socioprofessionale. Per poter svolgere al meglio questo compito collabora con enti e partner presenti sul territorio, che offrono un accompagnamento professionale specialistico in diversi ambiti e settori d’attività, ma anche con i Comuni, che con la loro prossimità territoriale conoscono il contesto e favoriscono il buon coordinamento degli interventi». E qui si torna al fondamentale concetto di rete. «Il lavoro di prevenzione dell’abbandono formativo e di accompagnamento dei giovani e delle giovani si basa su una rete di collaborazioni che coinvolge, oltre ai servizi cantonali, anche enti e realtà attive sul territorio. Il servizio GO95 e altri servizi del DECS e del DSS collaborano con diversi partner, tra cui servizi sociali comunali, associazioni e organizzazioni che si occupano di giovani in difficoltà, inserimento sociale e professionale – riassume e conclude il Cantone –. La collaborazione con le realtà locali è importante soprattutto per individuare tempestivamente le situazioni di fragilità e costruire percorsi di accompagnamento adeguati alle esigenze dei singoli giovani. Il coinvolgimento dei Comuni può contribuire a rafforzare questa rete, favorendo lo scambio di informazioni e il coordinamento degli interventi, nel rispetto delle competenze dei diversi servizi». Anche perché il Cantone vede che le misure attuate hanno efficacia: «I primi risultati rilevati confermano l’importanza delle misure e dei servizi attivati o rafforzati negli ultimi anni. L’intenzione del Cantone, in collaborazione con i Comuni e le associazioni attive sul territorio, è di proseguire e consolidare gli interventi a favore dei giovani e delle giovani NEET».

Più in Ticino che in Svizzera, ma non sorprende

Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, la quota di NEET in Ticino (10,9% nel 2025) è superiore a quella svizzera (8,7%), con una differenza analoga nel 2023 (9,5% contro 7,7%). In entrambi i territori la quota è aumentata tra il 2023 e il 2025. «Il divario sorprende solo in parte – commenta il Cantone –: circa 49.000 dei 127.000 NEET in Svizzera sono disoccupati secondo la definizione dell’Organizzazione internazionale del Lavoro, e la disoccupazione è strutturalmente più alta in Ticino. Va anche tenuto presente che le stime per il Ticino si basano su un campione più ridotto e sono quindi meno precise».