L'intervista

«Così l’ospedale del cuore apre la porta a vasi e polmoni»

A tu per tu con il direttore del Cardiocentro Massimo Manserra, con cui abbiamo fatto una riflessione partendo da lontano o, meglio, dal 2020
©Chiara Zocchetti
Paolo Galli
04.05.2026 06:00

Il Cardiocentro si è fatto più grande. È il titolo che l’EOC ha voluto dare alla giornata inaugurale di oggi, ma è anche la descrizione di una realtà dei fatti: l’Istituto cresce ancora. In attesa di riportare i discorsi pubblici previsti oggi, con il direttore Massimo Manserra ci concediamo una riflessione, partendo da lontano, dal 2020.

Direttore, la nostra ultima intervista risale al 2021. A un anno dal passaggio del Cardiocentro sotto il cappello dell’EOC, le chiedemmo, come prima cosa, come fosse andata la fase di transizione. Oggi in quale fase siete?
«Da allora sono passati altri cinque anni. Sicuramente siamo usciti dalla fase di transizione iniziale, dalla fase dell’integrazione. Il grosso è stato fatto. Poi, certo, ci possono essere ancora alcuni aspetti ancora in fase di realizzazione, o di ultimazione. Ma a parte questo, siamo in una fase successiva. Negli anni, l’Istituto Cardiocentro ha consolidato la sua posizione nel panorama della sanità cantonale, beneficiando dell’integrazione nell’Ente ospedaliero cantonale e, quindi, crescendo lui stesso. E oggi siamo proprio in questa fase in cui iniziamo a raccogliere i frutti di tutta questa evoluzione e a investire su un “ospedale del cuore” che si è fatto più grande».

Ripensa mai a quei tempi tribolati, alle discussioni, alle polemiche? Quali lezioni sono state apprese dalle criticità del passato, e come si riflettono concretamente nel nuovo progetto?
«Ogni tanto ci ripenso, sì. Noi operativi, in realtà, eravamo impegnati a garantire quello che il Cardiocentro aveva fatto sino ad allora e a garantirlo anche in vista del futuro. Oggi si riguarda a quella fase persino con un sorriso, ma è chiaro che ci sono state, comunque, delle lezioni di vita. Tanto per cominciare, in quella fase abbiamo consolidato una squadra forte. Abbiamo rafforzato l’unità dell’équipe sia medica, sia infermieristica, sia amministrativa. Una squadra che non si è fatta influenzare dalle polemiche ma che si è concentrata sulle opportunità - più che sulle criticità - che un progetto come l’integrazione nell’EOC poteva offrire. Lo spirito di allora resiste ancora oggi, e proprio per questo è bello iniziare a raccogliere i frutti di quanto fatto, perché è grazie alla progettualità - mai venuta a mancare - che si è potuto dare slancio a idee e progetti nati ancora prima dell’integrazione del Cardiocentro nell’EOC. Tra questi, la creazione dell’“Istituto cuore, vasi e polmoni”».

Il titolo della giornata di oggi è «Il cardiocentro si è fatto più grande». Qual è la visione strategica dietro l’ampliamento del Cardiocentro e quali bisogni intende soddisfare nei prossimi anni?
«È un progetto ambizioso, fortemente voluto. Non è solo un progetto infrastrutturale, non si tratta semplicemente di una crescita di un edificio, ma piuttosto di un cambiamento, di un’evoluzione di quello che eravamo abituati a conoscere come l’“ospedale del cuore”. Era una definizione pertinente, lo è stata a lungo, perché il Cardiocentro nel tempo ha saputo diventare un punto di riferimento per la popolazione ticinese per la cardiologia e la cardiochirurgia della Svizzera italiana e non solo. Ma qui si entra in una nuova fase, perché alle specializzazioni citate, si aggiungono la chirurgia toracica, la chirurgia vascolare e l’angiologia. Quindi cuore, vasi e polmoni. È un’integrazione naturale, in quanto si interviene in un unico distretto del corpo umano, il torace. Procedendo in questa direzione - facendo cioè convivere nello stesso presidio i chirurghi specializzati nei tre rami -, ci portiamo alla pari con i grandi centri universitari e con i loro centri di eccellenza, garantendo maggiore qualità e sicurezza ai pazienti, ma anche efficacia negli interventi».

Ma quindi che cosa cambia, concretamente?
«Se pensiamo alla nostra realtà, fino a un mese fa la chirurgia cardiaca - il cuore - era al Cardiocentro; la chirurgia toracica - parliamo dei polmoni - era all’Ospedale San Giovanni di Bellinzona; tutto ciò che riguarda invece la chirurgia dei grandi vasi, quindi la chirurgia vascolare in particolare, all’Ospedale Civico. Concretamente, tutte queste specializzazioni devono concentrarsi in un solo sito. Un passo l’abbiamo già fatto con la prima fase del cantiere, che si è conclusa con la sopraelevazione dell’edificio e con il trasferimento e l’integrazione della chirurgia toracica nell’Istituto. Che è diventato, di fatto, l’Istituto di cuore e polmoni. Era il primo passo. Con la nuova fase che è iniziata, invece, relativa al potenziamento e rinnovamento della piastra tecnica (sala operatoria, sala risveglio, terapia intensiva...), integreremo anche il servizio di chirurgia vascolare e angiologia. Il tutto per garantire la migliore qualità e sicurezza ai pazienti, presi a carico a 360 gradi, ma anche agli operatori stessi».

Un’evoluzione continua che fa ripensare proprio a tutte le polemiche del decennio scorso.
«Senza l’integrazione nell’EOC sarebbe stato tutto più complicato, perché è chiaro che, quando sei da solo, anche in termini di investimenti, è più difficile realizzare evoluzioni simili. Poi anche all’interno della stessa organizzazione bisogna riuscire a far collimare tutte le esigenze, gli uni degli altri, cercando di far quadrare il cerchio. Fare squadra, fare rete, integrare: tutto va nella direzione di una sanità più sostenibile, più attenta e rigorosa».

I cambiamenti sociali, di ritmi di vita quotidiana, così come le nuove dipendenze: come si ripercuote tutto ciò sulle malattie del cuore?
«Per una risposta più scientifica, bisognerebbe porre questa domanda ai nostri medici. Io posso dirle quello che vedo, e che ci viene confermato dagli studi di ricerca, e cioè che la società moderna ci espone a pressioni, a stili di vita, emozioni e stress diversi rispetto ai decenni passati. E questi aspetti non possono non ripercuotersi sulla salute delle persone, e più nello specifico su un organo delicato come il cuore. Noi siamo motori ma siamo anche vittime di questi ritmi, di questa vita. E questa rispondenza la osserviamo, per esempio, sull’età dei nostri pazienti, con casi sempre più frequenti che riguardano persone non nella loro terza età. In questo senso, è fondamentale la prevenzione. Un aspetto che ci riguarda da vicino: il nostro stesso Istituto gioca un ruolo di primo piano nella promozione della prevenzione. Nel ricordare a tutti l’importanza di ascoltarsi, di non trascurare i piccoli segnali e di prendersi cura di sé».