Da cinque anni Umamy sforna integrazione

La cucina è un luogo in cui ci si può sentire in sintonia con la propria cultura. Preparare piatti che hanno segnato la propria infanzia, le ricette segrete della nonna o semplicemente qualcosa di tipico del paese che un tempo si chiamava casa, può essere un modo per accogliere gli altri in un mondo incredibilmente familiare per chi lo vive. Ed è esattamente questo lo spirito di Umam
Sono ormai passati quasi cinque anni dall’apertura di Umamy nel novembre del 2021. La Croce Rossa Svizzera, sezione del Sottoceneri, ha avviato questo progetto di ristorazione sociale, dove persone migranti, affiancate da chef professionisti e da un team specializzato nell’integrazione socioprofessionale, preparano e consegnano piatti etnici autentici.
La missione di Umamy è l’integrazione sociale attraverso il linguaggio universale del cibo. La CRSS ha compreso che il cibo riveste un ruolo fondamentale in ogni cultura e che un ottimo modo per far sentire tutti meno estranei fosse quello di permettere loro di condividere le proprie vite attraverso la cucina. Mirko Bianchi, capoarea Integrazione e Socialità, di cui fa parte il progetto Umamy, spiega che «la cucina è un luogo in cui ci si unisce, ci si confronta e dove nascono idee». Non importa da quale parte del mondo si provenga, cucinare sarà sempre un modo per sentirsi a casa. Umamy rappresenta per i richiedenti l’asilo un modo per ricreare un senso di appartenenza in Svizzera condividendo le loro ricette preferite. Tuttavia, non si tratta solo di una sensazione, ma è un’opportunità per loro di imparare l’italiano, interagire con gli altri e acquisire una nuova competenza che un giorno potrebbe aiutarli a trovare un lavoro stabile nel settore della ristorazione.
Ma chi sono, in concreto le persone che ogni giorno lavorano nelle cucine di Umamy? Sono migranti ospitati nei centri di accoglienza della CRSS. Ogni anno Umamy segue 40 persone attraverso un percorso di sei mesi. Fino ad ora, Umamy ha accolto circa 200 partecipanti. Metà della loro giornata è dedicata al lavoro in cucina, mentre l’altra metà viene trascorsa in aula, dove seguono corsi di italiano. Bianchi ha tenuto a precisare che «noi non offriamo una formazione professionale», bensì un’opportunità di integrazione sia all’interno della comunità, sia per acquisire nuove competenze.
Il progetto è cresciuto anche nell’organizzazione pratica. All’inizio la cucina utilizzata era quella del ristorante Ombrone a Cadro; dopo la sua chiusura, poco più di tre anni fa, Umamy si è trasferito all’Hotel Ceresio di Lugano. Questo cambio di sede ha permesso loro di ampliare l’attività, passando dal semplice servizio delivery al catering. A guidare la cucina è oggi Stefano Granata, che ha lasciato il suo lavoro all’Hotel Splendide Royal per lavorare presso Umamy, una scelta che ha dimostrato quanto credesse nella missione del progetto. In media preparano circa 150 pasti al giorno. Ogni mese si focalizzano sulla cucina tradizionale di un Paese. «Le ricette prendono spunto da ciò che portano i partecipanti», spiega Bianchi.
Negli ultimi cinque anni, l’entusiasmo per questo progetto è rimasto vivo. Sebbene ci sia la speranza di un eventuale allargamento, al momento l’obiettivo principale è mantenere un’indipendenza finanziaria: «Siamo un progetto alla pari», afferma il responsabile. Tuttavia, non è stato tutto rose e fiori. Mirko Bianchi ha raccontato che una delle difficoltà è quella di gestire le differenze nelle culture lavorative, spiegando che si sono verificati problemi relativi alla puntualità, alle assenze e all’organizzazione in generale, ma che si tratta di difficoltà prevedibili.
La direttrice della Croce Rossa Svizzera, Sezione del Sottoceneri, Debora Banchini Fersini, racconta che «la cosa più bella è che tutto è nato da un gesto semplice e universale: la volontà di dire grazie condividendo qualcosa di sé». Umamy, in altre parole, è un modo non solo per condividere diverse culture culinarie, ma anche per consentire ai richiedenti d’asilo di sentirsi parte di una comunità, integrandosi socialmente attraverso qualcosa che tutti amano: il cibo.