Meride

Dai boschi alla Pretura penale, nel mirino dei guardacaccia

Condannato un cacciatore che, nell’estate del 2024, ha predato un cinghiale fuori dal periodo consentito utilizzando armi modificate e non solo – La giudice Bernasconi Matti: «Era un sorvegliato speciale, la tenevano d’occhio»
©Keystone
Stefano Lippmann
01.04.2026 06:00

I guardacaccia lo tenevano d’occhio da qualche tempo. E a ben vedere – forti della sentenza pronunciata ieri in Pretura penale – avevano sostanzialmente ragione. Protagonista della vicenda, finanche giudiziaria, è un cacciatore del Mendrisiotto di 68 anni il quale, nell’ambito della sua attività venatoria, è andato oltre le regole e i regolamenti in vigore all’epoca dei fatti. Da qui la condanna – pronunciata dalla giudice Elettra Orsetta Bernasconi Matti – a 40 aliquote giornaliere (da 90 franchi) sospese per un periodo di prova di 2 anni, una multa di 400 franchi, alla devoluzione al Fondo d’intervento selvaggina del medesimo importo e, infine, alla privazione del diritto di esercitare la caccia per 3 anni. Colpevole, dunque, di infrazione alla Legge federale sulla caccia, infrazione alla Legge federale sulle armi, gli accessori di armi e le munizioni nonché contravvenzione alla Legge sulla caccia e la protezione dei mammiferi e degli uccelli selvatici.

Il cinghiale, le armi e gli attrezzi

Nel 2024 la caccia alta è cominciata il 31 agosto alle 6 del mattino. Nei boschi di Meride, però, all’incirca due ore prima dell’apertura, un cinghiale femmina di circa 40 chilogrammi era già stato abbattuto. Il suono del colpo di carabina, seppur «attutito», non è sfuggito all’udito dei due guardacaccia presenti in zona i quali, in poco tempo, hanno identificato il 68.enne e la postazione sopraelevata – se ne vedono diverse nei boschi ticinesi – dalla quale ha sparato.

Non è finita qui. I controllori hanno infatti trovato armi e attrezzature non conformi . Una carabina – quella utilizzata per abbattere il cinghiale –, oltre ad avere la lunghezza della canna più corta rispetto al regolamento in vigore allora, era dotata – secondo l’accusa sostenuta dalla procuratrice pubblica Anna Fumagalli – di un silenziatore artigianale (un filtro dell’olio) e di un cannocchiale di puntamento notturno a visione termica. Con sé aveva inoltre un’altra carabina e ulteriore attrezzatura non permessa per l’attività venatoria. Dalla perquisizione effettuata nella baita che il cacciatore aveva in comodato d’uso a Meride sono emerse anche altre sorprese: ovvero un pasturatore automatico (di per sé legale ma se utilizzato soltanto in determinati periodi dell’anno) e una «lecca salina» usati per attrarre la selvaggina.

Cacciatore o bracconiere?

Accusatore privato, in questa vicenda, era l’Ufficio della caccia e della pesca. Il funzionario Alessandro Gianinazzi, durante il suo intervento ha ricostruito il quadro probatorio e ha parlato di una «serie di reati gravi, simultanei e premeditati». Per Gianinazzi, l’uomo «ha dimostrato di non essere un cacciatore, ma un bracconiere». Da qui la richiesta di confermare la proposta di pena formulata dall’accusa: 40 aliquote sospese per due anni, multa di 300 franchi, devoluzione allo Stato di 400 franchi e privazione della patente di caccia per 5 anni.

Di diverso avviso, invece, l’avvocato difensore Pierluigi Pasi. Legale che – al netto delle ammissioni fornite dal suo assistito – si è comunque battuto per il proscioglimento da alcuni reati invocando alcuni tecnicismi giuridici. A ragione, ad esempio, il 68.enne non è stato condannato per aver effettuato alcuni tiri di regolazione della carabina nell’appezzamento di terreno che circonda la sua baita. Pasi, inoltre, si è battuto per una diminuzione degli anni di revoca della licenza (da 5 a 2) che avrebbero potuto, vista l’età, «precluderlo per sempre dall’attività venatoria».

Per la giudice Bernasconi Matti, in definitiva, il cacciatore si è macchiato di una colpa grave: «Era un sorvegliato speciale, un po’ la tenevano d’occhio», ha ricordato durante la lettura della sentenza.

Il laser per... i gatti

Infine, un ultimo episodio per il quale l’uomo è stato condannato (in questo caso l’accusa è stata formulata dalla procuratrice pubblica Chiara Buzzi). Nel marzo del 2025 l’uomo ha acquistato su internet e importato un puntatore laser vietato ai sensi della Legge federale sulle armi. In aula il cacciatore si è difeso spiegando che il laser era stato comperato per intrattenere i propri gatti. Tesi che non ha fatto breccia: «È stato sincero su tutto – ha chiosato la giudice –, ma la storia del puntatore per i gatti non me la sono bevuta».

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