Dal furto al fendente sul collo: chiesti otto anni di carcere

Sono le prime ore del 7 giugno dello scorso anno. Dopo aver sottratto il portafogli a un uomo di fronte al casinò, un richiedente l’asilo marocchino oggi 38.enne, attorno alle 2.30 fa la stessa cosa di fronte al Seven. Le cose, però, degenerano quasi subito. La vittima si accorge del furto e affronta l’uomo insieme ad alcuni amici. Il 38.enne tenta di allontanarsi ma viene raggiunto e getta a terra i portafogli. Ne nasce una colluttazione e l’uomo rompe una bottiglia che teneva in mano per provare a spaventare i ragazzi. Due di loro lo inseguono di nuovo, fino ad arrivare in piazza Manzoni. Ed è a questo punto che le versioni divergono: il ragazzo derubato sostiene, e i referti agli atti lo accertano, di essere stato colpito al collo con un oggetto appuntito, ossia il collo della bottiglia rotta. Il 38.enne, comparso davanti a una Corte delle assise criminali per rispondere principalmente di tentato omicidio intenzionale e rapina (per il primo episodio), afferma invece di non ricordare quanto successo perché in preda ai fumi dell’alcol. Viene poi fermato dalla Polizia dei trasporti in stazione.
«Questione di millimetri»
Nei confronti del 38.enne, la procuratrice pubblica Anna Fumagalli ha chiesto una pena detentiva di 8 anni oltre all’espulsione dalla Svizzera per 15 anni. La Corte presieduta dal giudice Curzio Guscetti (a latere Werner Walser e Claudio Colombi) è dunque composta anche dagli assessori giurati. «Il ragazzo colpito è stato sottratto alla morte per puro caso», ha detto la procuratrice nella sua requisitoria. «Quella sera inizia con due interventi di Polizia: prima per aver sottratto una birra da un chiosco, poi per un comportamento sopra le righe. Non paga, si reca in centro città e fa incetta di reati». Per la magistrata, «l’imputato non voleva restituire il maltolto e ha usato la bottiglia di vetro per riuscire ad allontanarsi». Le telecamere della città non hanno potuto immortalare il momento dell’ultima colluttazione, «ma agli atti ci sono indizi schiaccianti che dimostrano un tentato omicidio»: sul collo di bottiglia, «arma improvvisata da lui stesso creata», ci sono ad esempio le tracce di DNA dell’imputato. «La vittima è scampata alla morte per pochi millimetri», ha concluso.
«Un’azione dissuasiva»
Diverso il quadro tratteggiato dalla difesa. L’uomo, patrocinato dall’avvocato Nikolas Atasayar, ha in sostanza ammesso di aver sottratto i due portafogli per potersi comperare le sigarette (nega però l’addebito di rapina in relazione al primo episodio, affermando non aver ricorso alla forza e di aver solo sfilato il borsello) e, come detto, afferma di non aver colpito la giovane vittima. O perlomeno di non ricordare nulla. «Tutti gli attori coinvolti quella sera si trovavano in stato di alterazione alcolica. È un dato oggettivo che incide sulla loro percezione e che influisce sulla memoria dei protagonisti. La maggior parte delle persone interrogate non è riuscita a ricordare con esattezza quanto accaduto», ha argomentato Atasayar, battutosi per una condanna per lesioni semplici in un contesto di legittima difesa e per furto. Il difensore ha chiesto una pena contenuta nel periodo già trascorso in carcere dall’imputato. «Dopo il secondo furto, la vittima e i suoi amici affrontano il mio cliente, che viene colpito con uno schiaffo e inseguito. Raggiunto, getta per terra i due portafogli, eppure l’inseguimento non si placa. La vittima e un amico cercano di fargliela pagare, mentre lui voleva solo scappare». Il gesto di rompere la bottiglia? «Nasce da questo contesto, ma è stata un’azione dissuasiva». Il coccio di vetro, lungo 8 centimetri, ha concluso l’avvocato, il quale ha invocato il principio in dubio pro reo, «è troppo corto per essere impugnato e usato come un pugnale. Da parte del mio cliente non c’era volontà di uccidere». Quanto alla rapina (reato che come il tentato omicidio prevede l’espulsione penale obbligatoria), Atasayar ha fatto presente che la prima vittima non si era inizialmente accorta della sottrazione del portafoglio e che si è dunque trattato di un furto con destrezza.
«Arma creata apposta»
La vittima, costituitasi accusatrice privata e rappresentata dall’avvocata Claudia Solcà, ha chiesto il pagamento delle spese mediche e legali. «Il mio assistito ha subito un atto di assoluta gravità. Non si è trattato di una zuffa tra ubriachi: l’imputato ha inferto dei colpi potenzialmente letali con un’arma da lui stesso creata. E questo denota una totale mancanza di scrupoli». L’imputato, arrivato in Svizzera nella primavera del 2025, ha alle spalle una condanna sospesa per una serie di furti nei veicoli e lo scorso ottobre, è emerso in aula, l’Ufficio federale di giustizia ha pronunciato l’allontanamento dalla Svizzera in quanto la sua domanda di asilo non era stata accettata. Esito analogo lo avevano avuto altre due richieste depositate in Norvegia e Spagna. La sentenza verrà pronunciata domani pomeriggio. Nel prendere la parola, l’imputato si è scusato con le vittime.
