Danza e teatro sono validi ma anche molto fragili

Lugano vuole rinnovare il suo impegno per favorire le occasioni di produzione e creazione per gli operatori culturali, elaborando nuove strategie per una revisione dei sistemi di finanziamento e una più forte collaborazione con le istituzioni culturali cittadine e il Cantone. Ad annunciarlo è stato ieri ai media il vicesindaco e capo Dicastero cultura, sport ed eventi, Roberto Badaracco, illustrando i risultati della terza indagine sulla cultura luganese compiuta questa volta sugli operatori e le associazioni culturali luganesi che si occupano di danza e teatro, dopo le analisi sulla musica classica e di tradizione del 2021 e quella sulle musiche attuali del 2023. Occorre cambiare marcia, insomma. Perché l’indagine sugli operatori e sulle organizzazioni che si occupano di danza e teatro «ha evidenziato una situazione finanziaria precaria, sia dei singoli operatori, che delle organizzazioni», è stato detto. Questo nonostante una grande vivacità dell’offerta che ha tratto beneficio dell’apertura del LAC, che dunque si è dimostrato un volano formidabile. Visto che nel campo della danza e del teatro «quasi il 50% delle «strutture operative» e il 60% delle «scuole» sono state fondate tra il 2015 e il 2023», è stato indicato.
Da qui la certezza di trovarsi di fronte a un settore in espansione, «ben integrato a livello territoriale» e capace di «godere di un buon riconoscimento anche da parte delle istituzioni». Un comparto che però vive di luci, ma anche di ombre. «La questione degli spazi per la produzione e la creazione è una criticità costante, chiaramente espressa anche in questa ultima indagine – ha spiegato Badaracco - La Città, insieme al Cantone e a eventuali partner privati dovrà impegnarsi a trovare delle risposte a tale carenza in tempi brevi, nonostante la difficile congiuntura economica. Senza questi spazi – ha aggiunto il vicesindaco – una delle condizioni quadro per valorizzare al meglio e rafforzare la capacità creativa della nostra città rischia di venire meno a discapito di tutta la comunità».
Sono da leggersi in questo senso le volontà cittadine di trovare uno spazio adeguato alla cultura indipendente – spazio che dovrebbe essere stato individuato nella Scuola d’arti e mestieri della sartoria (SAMS) di Viganello, i cui locali saranno lasciati vuoti a partire dall’anno scolastico 2028-2029, quando la SAMS traslocherà a Chiasso sotto il tetto del Centro professionale tecnico (CPT) del settore tessile – e, soprattutto, di candidarsi quale Capitale svizzera della cultura nel 2030. Candidatura che dovrebbe passare dal Municipio in questi giorni ed essere così sottoposta al Consiglio comunale. «Grazie a queste tre indagini – ha sottolineato dal canto suo il capo della Divisione della cultura, Luigi Di Corato, riprendendo il filo del discorso – sappiamo quanto dà oggi la Città e quanto potrebbe ancora andare. In questo senso la sfida della candidatura di Lugano come Capitale svizzera della cultura 2030 ci permetterebbe di rivedere le strategie e i modelli anche di finanziamento, andando oltre gli steccati geografici e mantenendo un approccio più allargato, complesso e aggregativo».
Conoscere per intervenire. È sulla base di questa convinzione che la Divisione cultura ha voluto approfondire anche il settore della danza e del teatro attraverso vari questionari. Il primo di questi era rivolto alle organizzazioni culturali (profit e non profit), il secondo agli operatori individuali. Lo studio ha analizzato nel concreto i dati di 38 organizzazioni e le risposte di 59 operatori individuali. «Dai risultati delle organizzazioni – ha sottolineato Laura Brenni, responsabile dell’Ufficio sviluppo culturale – si può osservare un settore in espansione, culturalmente dinamico e piuttosto professionalizzato». A livello finanziario l’indagine ha invece mostrato «la precarietà in cui vivono le organizzazioni del settore. Soltanto il 23% delle 466 persone attive ha un contratto a tempo indeterminato. Inoltre, soltanto il 30% registra un utile annuo». Non così diversa è la realtà in cui vivono gli operatori culturali. «Per coloro che dichiarano di lavorare nel settore delle arti sceniche a tempo pieno – ha evidenziato Brenni – la media si attesta a 41 mila franchi di reddito annuo con una mediana di 33 mila franchi. A ciò si aggiunge una limitata copertura previdenziale, dato che più della metà dei rispondenti dispone esclusivamente del 1° pilastro AVS».
