L'intervista

De Rosa: «Ristorni? Opzione da valutare; sulle iniziative idea pragmatica»

Il direttore del DSS, in onda a "La domenica del Corriere", a ruota libera su molti dossier «caldi» che occupano la politica ticinese
© CdT/Chiara Zocchetti
Gianni Righinetti
18.05.2026 06:00

Raffaele De Rosa, in onda a La domenica del Corriere, a ruota libera su molti dossier «caldi» che occupano la politica ticinese: dalle iniziative di cassa malati agli Spitex, passando dalla sanità e dal possibile blocco dei ristorni dei frontalieri. Il direttore del DSS si esprime anche sulla possibilità di ridefinire le competenze dei Dipartimenti e dei consiglieri di Stato.

È noto per essere un politico che lavora molto dietro le quinte, senza cercare le luci della ribalta. Poi, quando parla, si fa sentire. È una scelta o una necessità?
«Lo considero un complimento. Amo stare con la gente, amo ascoltare e capire quali sono i loro vissuti, i loro problemi e mi piace soprattutto lavorare collegialmente per trovare delle soluzioni. Quindi questo fa parte di me, del mio essere in ambito politico, ed è sempre stato parte della mia personalità anche in ambito professionale».

Sanità e socialità sono sempre più intrecciati. Però la politica continua spesso a trattarli come mondi separati. È un errore?
«Sì, credo che purtroppo ci sia questa tendenza a ragionare sempre più in maniera settoriale. Questo viene anche accentuato perché oggi i problemi e i temi diventano sempre più tecnici e complessi, sempre più specialistici e quindi si tende a ragionare purtroppo un po’ a compartimenti stagni. Il mio impegno al DSS in questi anni è di procedere però a un cambiamento di questo paradigma, rafforzando nel contempo la promozione della salute e la prevenzione».

In Ticino esiste una povertà nascosta che pesa anche sulle scelte sanitarie. Quanto incide davvero nell’indirizzo del DSS?
«È innegabile che il nostro cantone conosce una situazione particolare, se pensiamo ad esempio alla pressione sul mercato del lavoro, sui salari, e quindi è necessario in questo ambito anche rivedere regolarmente tutta una serie di misure e strumenti che vengono messi in campo. Penso ad esempio al Rapporto sociale che è stato pubblicato per la prima volta e che restituisce una radiografia della situazione sociale e quindi anche della povertà nel nostro cantone. Questo rapporto mostra che la povertà in Ticino viene dimezzata grazie agli strumenti e alle misure a disposizione. Il lavoro da fare ovviamente è ancora molto, ma è importante avere la consapevolezza che la rete sociale attiva nel nostro cantone funziona, grazie alla preziosa collaborazione tra enti e associazioni, Comuni e Cantone».

È innegabile che il nostro cantone conosce una situazione particolare, se pensiamo ad esempio alla pressione sul mercato del lavoro, sui salari, e quindi è necessario in questo ambito anche rivedere regolarmente tutta una serie di misure e strumenti che vengono messi in campo.

Ha definito la sanità un “cantiere aperto”. Ma siamo ancora in fase di costruzione o in una condizione di emergenza permanente?
«La sanità è davvero un cantiere aperto ed è uno di quei settori che in questi anni sta conoscendo dei cambiamenti rapidi e senza precedenti. Pensiamo ad esempio al progresso della medicina, allo sviluppo della tecnologia, a nuovi macchinari per trattamenti e per terapie ma anche alla diagnostica, e ai nuovi medicamenti. Le sfide sono molte, citiamo l’evoluzione demografica, l’invecchiamento della popolazione, la spinta verso l’ambulatoriale e l’importanza di garantire la sostenibilità del sistema anche dal punto di vista finanziario ed economico, con il peso sempre più importante, purtroppo, dei premi di cassa malati».

Il Ticino invecchia, la domanda di cure cresce, le risorse non seguono lo stesso ritmo. Dove si interviene senza compromettere il sistema? Ci sono poi le cure a domicilio. Il sistema sta sfuggendo di mano?
«C’è certamente tanta sensibilità e attenzione. Il Consiglio di Stato ha attuato diverse misure per contenere la crescita della spesa sanitaria e, di riflesso, dei premi di cassa malati. Anche nell’ambito specifico delle cure a domicilio, si è intervenuti con diversi strumenti perché in Ticino abbiamo una realtà che nessun altro cantone in Svizzera conosce: un numero molto elevato di Spitex privati (ne abbiamo un’ottantina). E poi all’incirca 600 infermieri indipendenti. Si tratta di una situazione veramente particolare che ha condotto ad un’esplosione della spesa di molto superiore rispetto alla media nazionale. Anche il numero di ore per utente è eloquente: 82 ore in Ticino, rispetto alla media nazionale di 60 ore, quindi una differenza di quasi il 40% in più. Rispetto ai Grigioni (49 ore per utente), la differenza è ancora più marcata. È dunque imperativo intervenire per garantire la sostenibilità e la qualità delle cure offerte in questo settore così fondamentale e prezioso».

Se dovesse dire ai ticinesi una cosa impopolare ma vera sul tema delle casse malati, quale direbbe?
«Credo che non sia questione di dire qualcosa di impopolare o scomodo, ma di dire la verità, perché governare non è compiacere. A volte può capitare anche al Governo di dover prendere delle decisioni che magari non vorrebbe, ma è obbligato a farlo perché bisogna tener conto del quadro generale, scongiurando il rischio di un dissesto delle finanze pubbliche».

Sulle casse malati ci sono due iniziative, due visioni e ora due percorsi separati per effetto della proposta di “spacchettamento” avanzata da Fiorenzo Dadò: soluzione pragmatica o una mossa politica?
«Il Governo ha presentato un messaggio in cui prevedeva un’applicazione della volontà popolare in due tappe, la prima già dal primo gennaio 2027, mettendo sul tavolo complessivamente 61 milioni e poi l’applicazione a regime dal primo gennaio 2029. Il Governo ha fatto questa proposta perché vuole un’applicazione veloce, e che sia anche sostenibile ed ordinata. Per quanto mi concerne, accolgo favorevolmente proposte che permettano la quadratura del cerchio, e l’implementazione delle iniziative, il cui nodo principale era ed è il loro finanziamento».

E dello spacchettamento di Dadò che ne dice?
«È una mossa pragmatica interessante. Si tratta di riuscire a trovare delle maggioranze in Parlamento e auspico che la soluzione proposta da Dadò possa rivelarsi efficace e sciogliere anche il nodo del finanziamento».

Lo spacchettamento delle iniziative sulle casse malati? Una mossa pragmatica interessante. Si tratta di riuscire a trovare delle maggioranze in Parlamento

Marina Carobbio, una settimana fa da queste colonne, ha rilanciato il tema di una ridefinizione delle competenze dei Dipartimenti e dei consiglieri di Stato. È una discussione che la convince?
«È un tema che abbiamo avuto modo di discutere in Consiglio di Stato e ritengo che sia estremamente importante, soprattutto alla luce dell’evoluzione che abbiamo visto in questi ultimi anni. Un cambiamento molto rapido nella società, nei modelli familiari, nell’economia, rappresentano una sfida: mantenere l’organizzazione dell’amministrazione al passo con i tempi e permettere di dare una risposta con servizi che siano sempre adeguati ai bisogni e di qualità. Per me è un imperativo rivedere regolarmente l’organizzazione, i servizi e le misure messe in campo, riducendo la burocrazia e evitando di cadere nel dipartimentalismo».

Claudio Zali (dopo Christian Vitta e Norman Gobbi) ha rilanciato con forza il tema del blocco dei ristorni. Politicamente lei come legge questa mossa? E sarebbe saggio aprire insieme un fronte con l’Italia e con Berna?
«È un tema che ritorna tutti gli anni. Infatti, annualmente, il Governo nel mese di giugno deve espletare le formalità del ristorno della quota parte delle imposte all’Italia. Ad un anno dalle elezioni capisco che il tema diventa succulento e interessante».

Sono i suoi colleghi a renderlo tale…
«Dal mio punto di vista è importante chiarire obiettivi e strategia, perché è un tema che va soppesato bene e che va associato alla prospettata imposta sulla salute voluta dall’Italia. Una simile imposta rappresenta una violazione dell’Accordo sui frontalieri, e per questo sono aperto a valutare l’opzione di un blocco o di una decurtazione dei ristorni».

A proposito di elezioni il suo presidente Fiorenzo Dadò ha detto: «Attendiamo di sapere che cosa vuole fare Raffaele De Rosa». Glielo chiedo: cosa vuole fare nel 2027?
«Non si tratta di sciogliere le riserve. Io sono concentrato quotidianamente nell’affrontare i temi, nel trovare soluzioni nel campo del mio Dipartimento, ma anche in altri ambiti, come ad esempio quello di cui abbiamo appena discusso. In questo momento per me non è una questione prioritaria, avremo tempo durante l’estate per discuterne».

Di questi 8 anni al DSS c’è una decisione o qualcosa che, col senno di poi, farebbe in modo diverso?
«Sono una persona fortemente autocritica, cerco sempre di fare al meglio il mio lavoro e mi interrogo quotidianamente se una cosa si poteva fare meglio e questo lo chiedo anche alle mie collaboratrici e ai miei collaboratori. Quindi in questo senso sicuramente ci sono tante cose che si potevano fare meglio o diversamente, perché nessuno è perfetto o infallibile. Perciò, nell’ottica di fare meglio domani, è importante trarne degli insegnamenti. E così continuerò a fare».

Se dovesse descrivere il Canton Ticino in una sola parola oggi, quale utilizzerebbe?
«Senz’altro ‘‘bello’’. Tale è il nostro cantone, che viene ammirato, ci viene invidiato. Purtroppo, spesso non ce ne rendiamo conto perché nella frenesia di tutti i giorni, siamo immersi nel risolvere i nostri problemi quotidiani, e facciamo fatica ad ammirare anche quanto di bello, quanto di positivo abbiamo nel nostro cantone, con il suo potenziale. Se penso ad esempio alla sanità, talvolta parliamo solo dei problemi, ma non ci rendiamo conto dei progressi che sono stati fatti a livello medico e nelle cure, come anche nella ricerca e nella formazione. Se pensiamo che soli 20 anni fa era necessario spesso prendere il treno per Zurigo per farsi curare, quindi stare lontano dai propri cari, capiamo che non dobbiamo solo lamentarci, ma essere consapevoli di ciò che abbiamo conquistato e ottenuto. Siamo apprezzati anche oltre lo stereotipo del boccalino e del merlot».