Gran Consiglio

Divide il tribunale dei ricorsi

Firmati due rapporti in Commissione sull’iniziativa di Dadò che intende superare l’attuale Servizio con la creazione di una vera autorità giudiziaria autonoma, togliendo così la competenza al Consiglio di Stato – Il voto tra due settimane in aula: sì da Centro, PLR e UDC, contrari Lega, PS e Verdi
Il settore dell'edilizia catalizza molti ricorsi che giungono al Consiglio di Stato. ©Gabriele Putzu
Giona Carcano
13.10.2026 06:00

Sono passati più di cinque anni dal lancio dell’iniziativa parlamentare che mira a istituire un tribunale amministrativo di prima istanza. Una proposta di Fiorenzo Dadò (Centro) inizialmente sostenuta anche da esponenti di Lega, PS e UDC ma che nel frattempo – vista anche la piega presa dal dibattito tra Governo e Commissione giustizia e diritti – ha perso pezzi.

Ma andiamo con ordine: riassumendo all’osso, l’iniziativa intende superare il Servizio dei ricorsi del Consiglio di Stato così come si presenta oggi. E questo, secondo i promotori, per più motivi: si va dall’«ambiguità istituzionale del doppio ruolo di Governo e giudice del Consiglio di Stato» all’«illegittimità del Consiglio di Stato ad assumere abitualmente un ruolo giusdicente» fino all’«assenza di chiarezza sull’effettivo potere decisionale del Consiglio di Stato», arrivando infine al «rischio di decisioni politiche o comunque non disgiunte dalle posizioni del Governo o di suoi membri». Un altro elemento critico riguarda poi «la qualità delle decisioni del CdS, dato che un ampio numero di decisioni vengono impugnate con successo al TRAM».

Di qui, appunto, la richiesta di separare del tutto i poteri, sopprimendo la competenza generale di ricorso del Consiglio di Stato in favore di uno o più Tribunali amministrativi di prima istanza indipendenti e imparziali composti da magistrate e magistrati permanenti e a tempo pieno, eletti nelle forme previste per i magistrati.

Un iter lunghissimo

Dopo un iter lunghissimo, nelle ultime settimane il dossier ha subito un’improvvisa accelerazione. Tanto che, dalla Commissione giustizia e diritti, ieri sono spuntati due rapporti. Il Gran Consiglio dovrebbe quindi dibattere già alla fine del mese. E, viste le forze in campo, non mancheranno discussioni accese.

La maggioranza (relatrici Cristina Maderni, PLR, e Roberta Soldati, UDC) propone di accogliere l’iniziativa. Oggi, scrivono le deputate, la maggior parte dei ricorsi è istruita dal Servizio dei ricorsi del Consiglio di Stato, che prepara decisioni poi formalmente adottate dal Governo. Tuttavia, a mente della maggioranza il sistema presenta criticità: il collegio governativo non può esaminare migliaia di incarti, di fatto le decisioni sono prese da funzionari e il Governo è quindi esposto al sospetto di parzialità politica. Le audizioni svolte in questi anni, inoltre, secondo il rapporto di maggioranza confermano i problemi di efficienza. «Nel 2025 il Servizio ha evaso 1.069 ricorsi, con tempi medi di circa nove mesi, che salgono a undici in edilizia». Non solo: l’ex «ministro» Claudio Zali - in una di queste audizioni - ha definito l’iniziativa «cosa buona e giusta», segnalando però costi e logistica come nodi da sciogliere. Nodi che anche la Commissione ha fatto propri, sottolineando nel rapporto che andranno ponderati aspetti come costi, neutralità finanziaria, tempi della giustizia in edilizia e commesse pubbliche. Maderni e Soldati, nel dare il loro assenso al progetto a nome della maggioranza della Giustizia e diritti, hanno previsto la creazione di una Pretura amministrativa avente carattere giudiziario. Di conseguenza, andando a modificare la Costituzione cantonale, anche con un eventuale via libera del Gran Consiglio sarà necessario passare dal voto popolare. La Commissione chiede dunque al Governo di evadere l’articolo costituzionale tramite un messaggio. E questo entro il prossimo mese di novembre.

«Il sistema funziona»

Di tutt’altro avviso la minoranza della Commissione (relatore Alessandro Mazzoleni, Lega), che intende respingere la proposta di Dadò e cofirmatari. Nel rapporto, ad esempio, si sottolinea come l’attuale sistema funzioni nel suo complesso e che i problemi vadano risolti con correttivi mirati, senza stravolgere l’assetto istituzionale. Non solo: secondo Mazzoleni, il sistema ticinese già garantisce un controllo giudiziario. Le decisioni del Consiglio di Stato possono essere impugnate davanti al Tribunale cantonale amministrativo. La questione, dunque, non è dare accesso a un giudice, ma se valga la pena introdurre un ulteriore grado, con costi e complessità aggiuntivi.

Il relatore sottolinea il valore del modello attuale: il Governo, «collegio pluralista e responsabile davanti al Parlamento», garantisce il raccordo con il territorio in ambiti come edilizia, paesaggio e diritto degli stranieri. Un tribunale di prima istanza, di conseguenza, risponderebbe meno direttamente ai cittadini. Mazzoleni cita poi i numeri forniti dal Governo: secondo l’Esecutivo, il Servizio evade circa 1.300 ricorsi l’anno e le decisioni annullate sono una minoranza limitata. Ecco perché, stando alla nutrita schiera di contrari, nuove strutture e passaggi formali potrebbero allungare le procedure, che oggi durano in media circa nove mesi.

Ad ogni modo, nel suo rapporto Mazzoleni indica alcuni correttivi da integrare, come un potenziamento delle risorse del Servizio, un monitoraggio dei tempi per materia, una migliore pubblicazione delle decisioni di principio e una conciliazione obbligatoria davanti al Servizio, con la partecipazione dei servizi cantonali.

Numeri risicati

A questo punto, la partita si giocherà fra un paio di settimane in Parlamento. E i numeri rischiano di essere risicati. Centro, PLR e UDC sostengono la misura, mentre Lega, PS e Verdi la combattono. Il match, dunque, sarà sul filo del rasoio fino all’ultimo minuto.