Moda

Dopo la pizza e le rose una pena pecuniaria

Lo stilista Philipp Plein è stato condannato tramite un decreto d’accusa cresciuto in giudicato per infrazione alla Legge federale sul lavoro tra il 2016 e il 2019 – Abbandonato invece il procedimento per l’ipotesi di amministrazione infedele
© CdT/Chiara Zocchetti
Federico Storni
16.03.2022 20:26

Probabilmente sperava in un finale tutto rose e fiori, lo stilista Philipp Plein. Anche perché di rose ne aveva letteralmente inviate duecento all’ex sindaco di Lugano Marco Borradori. Invece la querelle apertasi, almeno pubblicamente, con gli ispettori del lavoro che gli sono piombati in azienda a tarda sera nel marzo del 2018 mentre stava mangiando una pizza, per lo stilista trapiantato a Lugano, si è chiusa con un decreto d’accusa per infrazione alla Legge federale sul lavoro. Decreto, come ha riportato la RSI e come abbiamo potuto confermare, che prevede una pena pecuniaria sospesa. Pena accettata dallo stilista, che non ricorrerà.

Instagram, Facebook, letterina
Quell’intervento dell’ispettorato del lavoro, a Plein non era affatto piaciuto. «Non posso credere - aveva scritto su Instagram - che il canton Ticino, che cerca costantemente di attrarre aziende, specie nel settore della moda, ci abbia trattato da criminali mentre ci stavamo mangiando una PIZZA (maiuscolo suo, ndr.) alle 11.25 di sera». Gli ispettori, stando a Plein, avevano ordinato ai suoi impiegati di abbandonare l’ufficio immediatamente, cosa che aveva lasciato lo stilista esterrefatto. Il messaggio si chiudeva chiamando in causa l’ex sindaco di Lugano Marco Borradori, che di par suo aveva risposto su Facebook, scrivendo: «Il mio apprezzamento per Philipp Plein rimane immutato, così come la stima per la sua attività. Al di là della rabbia del momento sono certo che sappia che noi non lo trattiamo come un criminale e che anzi siamo ospitali e fieri di avere il suo brand. Sono sicuro che, passata l’amarezza, si renderà conto di quale grande privilegio sia vivere e lavorare in un paese in cui la legge e le norme valgono per tutti».

La vicenda, almeno pubblicamente, era poi rientrata con l’invio da parte dello stilista al sindaco di duecento rose per ringrazialo di essersi proposto come mediatore. Ma all’intervento Plein deve aver continuato a pensare, tanto che ci era ancora tornato su nell’estate del 2019, con tono scherzoso, durante una conferenza stampa alla presenza di Silvio Berlusconi, con cui stava collaborando per la creazione delle divise del Monza calcio: «Lavoreremo giorno e notte, ma per questo siamo stati criticati e siamo finiti sui giornali, perché qui non va bene lavorare nei weekend. Però io sono uno stakanovista. Quindi nei fine settimana spegniamo la luce a Lugano e chiudiamo tutto. Ci portiamo il lavoro altrove».

Ovviamente, lavorare nel fine settimana inSvizzera la sera si può. Anche la sera, anche di notte. Ma a determinate condizioni. Che evidentemente lo stilista non ha rispettato, dato che ha rimediato una condanna penale per il suo agire. Condanna per infrazione dell’articolo 59, lettera b, della Legge federale sul lavoro. Articolo che regolamenta la durata dei turni previsti per i dipendenti. Articolo violato ripetutamente da Plein, dato che l’infrazione copre un periodo che va dal 2016 al 2019.

L’altro filone
Si è invece risolto in un decreto d’abbandono l’altro filone penale che interessava Plein: una controversia con un’altra società attiva nella moda che lo accusava di amministrazione infedele e falsità in documenti. Per il procuratore pubblico Daniele Galliano, che ha curato entrambi gli incarti, non sono emerse irregolarità in quest’ambito. I denuncianti, tuttavia, hanno impugnato la decisione alla Corte dei reclami penali.

«Non siamo degli schiavisti»
In seguito alla vicenda della pizza, erano emerse diverse testimonianze (anche su questo giornale) di impiegati o ex impiegati di Plein che parlavano di turni massacranti e di un ambiente di lavoro malsano. Accuse rimandate al mittente da Plein, che ha sempre parlato di rivalse da parte di dipendenti scontenti: «Non siamo certo degli schiavisti - aveva detto da noi intervistato pochi giorni dopo l’intervento dell’ispettorato del lavoro, - offriamo un ambiente di lavoro assolutamente nei limiti della legge e quindi rigettiamo queste voci su di noi».

«Niente di personale»
A spingere negli scorsi anni affinché l’ispettorato del lavoro controllasse quanto stava succedendo era stato in particolare il sindacato OCST: «Non perché avessimo qualcosa di personale contro l’imprenditore - ci dice il sindacalista Paolo Coppi - ma per tutelare i dipendenti che ci segnalavano un disagio oggettivo. Ci conforta che le Istituzioni siano state solidali nell’applicare la legge». Secondo Coppi, tutto questo non sarebbe successo se l’azienda di Plein (che non è affiliata a TicinoModa) si fosse dotata di un contratto collettivo: «Non si sarebbe mai arrivati a questo punto: la Commissione paritetica sarebbe intervenuta molto prima». Intanto la situazione sembra migliorata: «Devo dire che da diversi mesi non riceviamo più segnalazioni particolari: voglio sperare che sia perché Plein ha capito che conviene gestire diversamente queste cose».