Verso l'8 marzo

Dumping, battaglia di cifre e princìpi: il mondo del lavoro fa discutere

L'iniziativa «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattere il dumping salariale» ha riacceso il lungo dibattito sui controlli e sul ruolo dello Stato – Sergi: «Da noi molte verifiche? Giochiamo in un campionato di brocchi» – Cotti: «Si crea un apparato statale permanente»
©Chiara Zocchetti
Giona Carcano
20.02.2026 06:00

Una battaglia di princìpi, di cifre, e di una certa idea di Stato. Sull’iniziativa «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale!» le posizioni sono nette: chi la sostiene reputa imperativo aumentare i controlli per evitare abusi, anche alla luce di recenti casi di cronaca; chi la combatte, al contrario, è convinto che il monitoraggio funzioni e che potenziare la «macchina» degli ispettori sia costoso e inutile.

In vista della votazione popolare dell’8 marzo, abbiamo scelto di discutere con Giuseppe Sergi (deputato Mps), fra i promotori dell’iniziativa, e Giuseppe Cotti (deputato del Centro). Posizioni, si diceva, inconciliabili. «Chi combatte la proposta la definisce sproporzionata», osserva Sergi. «È semplicemente sbagliato. Perché significa non riconoscere la realtà». Una realtà, spiega, peggiorata negli anni. Il dumping, per Sergi, resta un grave problema. «C’è una grandissima necessità di rafforzare l’ispettorato del lavoro per fare in modo che le condizioni di lavoro e i diritti dei salariati siano tutelati». Per Cotti, invece, il Ticino fa già abbastanza. In particolare da quando, nel 2016, è entrata in vigore la legge che rafforza la sorveglianza del mercato del lavoro. «Il Cantone ha potenziato in modo significativo il sistema dei controlli: c’è maggiore coordinamento tra Commissione tripartita, commissioni paritetiche, Ufficio dell’ispettorato del lavoro, AIC e SUVA, oltre che più professionalizzazione e più risorse mirate. Non si è rimasti fermi, anzi». Non solo: per il deputato del Centro, «il Ticino effettua già oggi un numero di controlli nettamente superiore a quanto richiesto a livello federale. Mentre le raccomandazioni SECO indicano una percentuale di lavoratori controllati tra il 3 e il 5%, in Ticino si arriva a percentuali sensibilmente più elevate, attorno al 30% dei collaboratori controllati in un anno». Ciò, aggiunge Cotti, dimostra la volontà di intervenire e che il problema «non è l’inerzia dello Stato, bensì come rendere i controlli sempre più efficaci e mirati». Secondo Sergi, invece, la tesi dei molti controlli non regge. «È vero, in Ticino si fanno molte più ispezioni rispetto al resto del Paese», commenta. «Ma bisogna tenere presente che in Svizzera si fa poco o nulla in questo campo, siamo molto indietro. Noi ticinesi siamo bravi, ma giochiamo in un campionato di brocchi». Un concetto, annota ancora il deputato dell’MpS, sottolineato anche da Pier-Yves Maillard, presidente dell’Unione sindacale svizzera. «E attenzione: in Ticino i controlli vengono effettuati laddove ci sono i contratti collettivi, cioè su circa il 30-35% di tutti i lavoratori. Il resto è una zona grigia, ed è la maggioranza».

Il nodo politico

Nemmeno Cotti sottace il problema del dumping. Anzi: «Esiste ed è un problema serio», dice. «La tutela delle condizioni di lavoro e della dignità dei salari è un compito essenziale. Proprio per questo, però, è importante interrogarsi non solo sull’obiettivo, ma sugli strumenti e sulla concezione di Stato che l’iniziativa sottintende». Per il deputato del Centro, infatti, la proposta dell’MpS non raggiunge gli obiettivi. Perché «non si limita a rafforzare i controlli laddove emergono rischi o abusi. Introduce invece una logica di controllo generalizzato: notifiche sistematiche di tutti i rapporti di lavoro, raccolta estesa di dati personali e professionali, e un apparato che, per essere coerente, dovrebbe essere in grado di verificare potenzialmente tutti. È qui che emerge il vero nodo politico: si passa da uno Stato che interviene in modo mirato a uno Stato che presume il sospetto e controlla in via preventiva l’insieme del mercato del lavoro. Un’impostazione problematica, che mette in discussione princìpi fondamentali come proporzionalità, fiducia e responsabilità». Una tesi, questa, combattuta da Sergi. «Abbiamo purtroppo capito l’importanza dei controlli nella tragedia di Crans-Montana», spiega. «Tutti hanno compreso che è inutile avere regolamenti e leggi se poi nessuno verifica la loro effettiva applicazione». E lo stesso principio vale anche per il mercato del lavoro. Tornando ai settori professionali, Sergi solleva un caso di cronaca recente e un caso di dumping emerso in uno studio di architettura di Mendrisio. «Vicende come queste, che ogni tanto vengono alla luce del sole, dimostrano che la realtà è molto peggiore di quello che viene raccontata». Un’affermazione che Cotti nega: «La grande maggioranza dei datori di lavoro in Ticino agisce correttamente, rispetta le regole e contribuisce in modo responsabile al funzionamento dell’economia e alla tutela dei lavoratori. Un sistema che tratta tutti come potenziali trasgressori rischia di minare questo rapporto di fiducia».

Una questione mai chiarita

C’è poi la questione dei costi, che riporta alla battaglia delle cifre. La differenza è sostanziale, come si è capito anche durante il dibattito in Parlamento. L’MpS sostiene che la proposta costerà circa 6 milioni l’anno (54 nuovi ispettori). I contrari, invece, sono convinti che serviranno 160 nuovi ispettori, per un costo di oltre 18 milioni di franchi. «La raccolta di decine di migliaia di notifiche all’anno comporta un carico amministrativo enorme sia per le aziende sia per lo Stato», sottolinea Cotti. «Le stime parlano di un aumento molto consistente degli effettivi e di costi annui nell’ordine di decine di milioni di franchi, già solo per il personale, senza considerare infrastrutture, sistemi informatici e servizi di supporto. Non si tratta quindi di un semplice rafforzamento, ma della creazione di un nuovo apparato statale permanente».

«Non è così», ribadisce invece Sergi. «La nostra proposta chiede un ispettore ogni 5.000 lavoratori e un ispettore ogni 2.500 donne attive. Il calcolo è presto fatto: in Ticino lavorano circa 210 mila persone, di cui 90 mila donne. Le cifre della maggioranza non stanno in piedi, ed è un modo di procedere che abbiamo già visto in passato. Spero che i cittadini non si facciano ingannare».

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