Sanità

È il momento di proteggersi dai virus, «ma l'esitazione vaccinale è reale»

L’UFSP ha diramato le direttive in vista della stagione più problematica per la salute, in particolare, delle persone a rischio – Anche l’OMS, nel presentare le proprie raccomandazioni, sottolinea come milioni di bambini continuino a non ricevere una protezione adeguata
© Gabriele Putzu
Paolo Galli
15.10.2026 06:00

«Nel semestre invernale, l’incidenza delle malattie respiratorie è elevata. A causarle sono diversi virus o batteri che possono colpire le vie respiratorie superiori, ma anche i bronchi e i polmoni. Alle persone ad alto rischio è pertanto raccomandato farsi vaccinare contro determinate malattie respiratorie». L’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) ha pubblicato le sue direttive in vista dell’imminente inverno (vedi sotto). Il recente «caso Xhaka» ha però fatto riemergere le discussioni attorno alla fiducia nei confronti della scienza, in particolare in fatto di vaccini e antibiotici. Proprio martedì, sul tema, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha annunciato un appello globale rivolto a organizzazioni e istituzioni affinché aderiscano a un nuovo movimento, Together for Science and Health, volto proprio a «rafforzare il legame tra scienza, salute e società» e a «costruire fiducia nel processo decisionale basato su dati concreti».

«Lo facciamo più in là»

L’OMS sottolinea come la scienza abbia cambiato il corso della salute umana. E cita i risultati ottenuti con gli antibiotici, con i vaccini, con i progressi in materia di nutrizione, igiene e assistenza medica. Ma poi avverte: «Il progresso non può essere dato per scontato». Le persone devono potersi fidare delle prove scientifiche, comprenderne il significato per le proprie vite, contribuire a definire le domande a cui la scienza cerca di rispondere e avere una giusta opportunità di beneficiare dei suoi progressi. Molto si gioca, quindi, nell’ambito della comunicazione scientifica. Lo abbiamo visto bene durante la pandemia. Alessandro Diana, pediatra, esperto in vaccinologia e professore all’Università di Ginevra, parte da un dato: in Svizzera non si può ancora dire con precisione quanto la fiducia sia calata. «Siamo un Paese piccolo e non abbiamo statistiche davvero affidabili. Servirebbero numeri precisi e oggi non li abbiamo». Restano le impressioni dei medici. «I pazienti raramente dicono “sono esitante”. Dicono “lo facciamo più in là”». Dopo la pandemia di COVID, la pediatria ha dovuto recuperare vaccinazioni rimandate: «Ho visto ragazzi che avrei dovuto vaccinare a undici anni e che si sono presentati solo a quindici». Quanto all’Europa, uno studio recente segnala cali diffusi.

Il «caso Xhaka»

La disinformazione, sicuramente, ha un ruolo diretto rispetto a questi numeri. Su chi debba rispondere alla disinformazione in Svizzera, Diana indica prima di tutto l’Ufficio federale della sanità pubblica, riferimento per le raccomandazioni. «Sarebbe utile che il messaggio fosse uniforme, così che tutti i Cantoni si allineino». Subito dopo viene il ruolo dei professionisti. «Noi vediamo il paziente, conosciamo la sua cartella clinica. Il paziente non dice “ho la polmonite”, dice “ho febbre e tosse”: sono io che devo poi fare la diagnosi». Per questo, spiega, sono state organizzate due giornate di formazione interprofessionale dedicate alla comunicazione vaccinale. Insomma, si lavora in questa direzione.

Il metodo è il punto centrale. Diana distingue tre modi di comunicare: prescrittivo, fattuale ed empatico. Con chi esita, serve il terzo. «Il messaggio “vaccinatevi contro l’influenza” serve a poco. Chi vuole vaccinarsi non ha bisogno di sentirselo dire». L’alternativa è la domanda: «Quest’anno lei ha pensato al vaccino antinfluenzale?». Ma, avverte il professore, la domanda funziona solo se alle spalle c’è una struttura che sa rispondere. «Quando si parla di investire risorse per informare, come una linea telefonica o un gruppo di esperti, tutto si sgonfia. Sull’autostrada, con 110 feriti, giustamente tutti si mobilitano». Una cosa è l’emergenza, un’altra la prevenzione sul medio-lungo termine. C’è poi una distorsione che pesa sulla percezione del rischio. «Le cose negative fanno più scalpore, anche se una campagna vaccinale evita ricoveri e morti. Ma è molto difficile contare i ricoveri che non ci sono stati, i morti che non sono morti». Secondo le stime che cita, i vaccini hanno salvato milioni e milioni di persone. «Quelle persone non hanno fatto rumore. Non hanno avuto peso sulle attuali opinioni».

Sul ruolo dei personaggi pubblici, il caso Xhaka è il riferimento inevitabile. «Conta molto. Io cerco di fare da ambasciatore del mio campo: gli esperti devono scendere nei social, perché lì c’è uno spazio autentico di espressione». Non tutti i colleghi sono d’accordo. «C’è stata una resistenza, soprattutto tra i più âgé: “i social non sono fatti per me, i giornalisti non li posso sopportare”». Lui stesso, ammette, aveva questa diffidenza. Poi ha capito che, «se ho vent’anni di esperienza in vaccinologia, è mio dovere metterla a disposizione della società».

Le nuove minacce

Sul paradosso tra nuove minacce - dall’Ebola sino alla peste russa - e minori investimenti da parte dei Governi (dagli Stati Uniti in giù), Diana invita a non opporsi al corso degli eventi. «Per fortuna, ogni volta che emerge una malattia abbiamo la tecnologia per sapere come fare un vaccino e ci sono gruppi che ci lavorano». Il vero ostacolo, dice, è altrove. Diana osserva che l’antivaccinismo è entrato nei partiti di destra ed estrema destra, e che negli Stati Uniti se ne vede l’effetto. «Qui non siamo più nel quadro scientifico: c’è una strumentalizzazione del vaccino per fini politici». La risposta, secondo lui, non è lo scontro. «Bisogna mettere il nome alle difficoltà. Dire: “Ci sono aspetti, sul vaccino, da chiarire”: questo aiuta anche chi non è esperto a capire». Non chiede di combattere i social: «Quello che voglio combattere è la disinformazione, cioè l’informazione che non serve al mio paziente».