Esplosione a Leontica: «Era una trappola per i poliziotti»

(In aggiornamento) È normale, quando si è confrontati con avvenimenti scioccanti, che fra le prime reazioni ci sia anche un tentativo di razionalizzazione. Cercare, insomma, di dare un senso agli eventi traumatizzanti con i quali si è confrontati. Non è, quindi, per una morbosa curiosità, quanto più per un umano bisogno di comprendere, che siano ancora tanti, tantissimi i quesiti in attesa di risposta sulla tragedia consumatasi fra giovedì e venerdì, nell'arco di 24 ore, fra Faido e Leontica. Alcuni, probabilmente, sono destinati a rimanere tali.
Nella conferenza stampa andata in scena quest'oggi alla Centrale comune d'allarme (CECAL) di Bellinzona, la Polizia cantonale ha cercato di fare chiarezza su un punto: il «come». Come si è consumato il femminicidio-suicidio? E come sono intervenuti gli agenti per limitare i danni in una situazione critica come quella dell'esplosione a Leontica? Come proseguiranno le indagini?
Un'altra persona in pericolo
Di fronte ai media, il tenente colonnello Lorenzo Hutter, il capitano Alberto Marietta e il capitano Andrea Cucchiaro hanno fatto il punto su una vicenda che, usando le parole dello stesso Hutter, «ha profondamente colpito il cantone». Nessuno stravolgimento delle dinamiche già emerse negli scorsi giorni, ma qualche dettaglio in più per, appunto, meglio capire che cosa sia successo fra Faido e Leontica. A partire dalla segnalazione arrivata giovedì sera, alle 20.10, alla CECAL: una donna trovata in una pozza di sangue nei giardini dell'ospedale di Faido. «Accertamenti della videosorveglianza», come già ricostruito dal CdT, «hanno permesso di confermare che la vittima ha trascorso almeno un'ora in compagnia dell'ex marito», il 59.enne morto poi nell'esplosione di Leontica, ha spiegato Marietta. Nessuno ha sentito niente e la visita dell'umo non era attesa. «Da non escludere, che l’arma fosse silenziata».
Partite immediatamente, le ricerche dell'uomo si sono concentrate sulle proprietà dell'uomo, «luoghi indicati da parenti e amici» e da lui più spesso frequentati. Una decina gli edifici perquisiti nella notte immediatamente seguente il femminicidio. Non inclusa fra queste, tuttavia, la proprietà del fratello dell'uomo, poi al centro dell'operazione avvenuta nella serata di venerdì. Fatto importante emerso nel corso della conferenza stampa, è la messa sotto protezione, giovedì notte, di una terza persona che - per la sua vicinanza alla vittima e/o all'omicida in quel momento ancora in fuga - è stata ritenuta particolarmente a rischio.
L'intervento e l'esplosione
Ritrovato nel pomeriggio di venerdì, nascosto nel bosco nei pressi di Leontica, il veicolo utilizzato dall'uomo, la svolta è arrivata alle 19 dopo la segnalazione di colpi di pistola sparati in un'abitazione del nucleo, alla quale è seguito l'intervento delle cosiddette «teste di cuoio», agenti del reparto interventi speciali (RIS) formati per interventi di questo tipo. «Sei agenti», ha raccontato Cucchiaro, «si sono avvicinati all'edificio, e mentre uno assicurava l'esterno, gli altri cinque sono entrati». Ed è qui che, «sentito tre rumori metallici», è esploso l'ordigno preparato dal 59.enne. Quel suono ha allertato fortunatamente gli agenti, che rapidamente si sono separati: due sono stati sbalzati fuori dall'edificio, uno è rimasto sotterrato dalle macerie, altri due sono stati intrappolati in una stanza dell'edificio nel quale cominciavano a divampare le fiamme. «Ci sono voluti dieci minuti per estrarli. Dieci lunghi minuti durante i quali si temeva che l'autore fosse ancora vivo e potesse ancora agire», ha sottolineato Cucchiaro complimentando lo spirito di squadra degli agenti implicati, e delle altre unità presenti, che muovendosi rapidamente hanno permesso di limitare i danni dell'esplosione. «Nessuno si è risparmiato».
Una trappola
Nei prossimi giorni si lavorerà ancora per ricostruire nei dettagli quanto accaduto. Ma una cosa sembra probabile: «Si trattava di una trappola. I colpi sono stati esplosi per attirare gli agenti», ha commentato Cucchiaro. I lavori di bonifica condotti sul posto hanno permesso di trovare, nel frattempo, una carica inesplosa, con un cordone detonante e un innesco con detonatore elettrico. Due chili di esplosivo che potevano causare danni enormi e rendere drammatico il bilancio dell'intervento.
Nelle ore dell'intervento, e ancora oggi, «non sono emersi elementi che facciano ritenere che la sicurezza generale del territorio sia stata compromessa», ha spiegato Hutter. Da procedura, la polizia non ha quindi diramato allerte specifiche «per evitare un panico generalizzato». Conosciuto dalla Polizia cantonale, ma non per reati violenti, l'uomo non è stato ritenuto avere intenzione di agire indiscriminatamente contro la popolazione. «Questo non vuole dire tuttavia che non si sia fatto nulla per mitigare il rischio».
«Serve una strategia coerente»
I funzionari ticinesi si sono poi espressi sulla presa di posizione della Federazione svizzera dei funzionari di polizia (FSFP), che nelle scorse ore, dicendosi «profondamente colpita dai tragici eventi verificatisi lo scorso fine settimana in Ticino», ha chiesto una strategia coerente per combattere violenze domestiche e femminicidi, domandando anche l'aumento del numero di agenti. «Non diremo mai di no all'aumento del numero di agenti, ma il vero problema, qui, è la parte nera della statistica, chi subisce ma non segnala». Il valore aggiunto, ha spiegato quindi la Polizia cantonale, sta proprio nella segnalazione. «Tutti devono collaborare, agenti e polizia fanno parte del sistema di risposta, ma nessuno va escluso di fronte a questa problematica da affrontare su tutti i livelli».
