L'intervista

«Fare il municipale dopo Crans? La dura lezione di una tragedia»

La vicenda con la sua lunga catena di responsabilità penali potrebbe avere un effetto deterrente su chi valuta di assumere una funzione pubblica? Le riflessioni del presidente dell’Associazione dei comuni ticinesi (ACT), Felice Dafond
© CdT/ Chiara Zocchetti
Francesco Pellegrinelli
28.02.2026 06:00

l drammatico incendio di Crans-Montana solleva numerosi interrogativi sul ruolo e sulle responsabilità di chi sceglie di mettersi al servizio della collettività, come sindaco o municipale. La vicenda con la sua lunga catena di responsabilità penali potrebbe avere un effetto deterrente su chi valuta di assumere una funzione pubblica? Le riflessioni del presidente dell’ACT, Felice Dafond.

Avvocato Dafond, il sindaco Nicolas Féraud si è trovato al centro di una forte esposizione mediatica. Dal punto di vista comunicativo ha commesso alcuni gravi errori. Da presidente dell’Associazione dei Comuni ticinesi, come ha vissuto quel momento?
«Sono profondamente preoccupato. Il mio primo pensiero va ai ragazzi coinvolti. Allo stesso tempo, è difficile esprimere un giudizio puntuale sul sindaco senza conoscere con precisione non solo quanto accaduto al momento dell’incendio, ma anche tutto ciò che è avvenuto negli anni precedenti. È indubbio che spetti al Municipio, quale autorità politica, vigilare e controllare l’operato dei propri dipendenti. In concreto, ciò significa interrogarsi su come l’amministrazione comunale eserciti i controlli previsti dalla legge e su come ne garantisca l’effettiva applicazione. Va però riconosciuto che gli strumenti a disposizione dei municipali non sono sempre di facile utilizzo e che ogni situazione presenta caratteristiche specifiche, talvolta complesse. A prescindere dalle dimensioni del Comune, non è semplice assicurare un monitoraggio costante dell’amministrazione e dei controlli da svolgere sul territorio. Proprio per questo, ritengo necessaria una riflessione più approfondita sul tema della responsabilità del Municipio e dei suoi membri».

Non teme che il caso di Crans-Montana possa fungere da deterrente per chi desidera impegnarsi nella cosa pubblica?
«Non credo. È evidente, però, che assumere una carica pubblica comporta responsabilità importanti. Proprio per questo, chi si mette a disposizione dell’ente pubblico non deve essere lasciato solo né considerato unicamente sotto il profilo sanzionatorio. Accanto alla responsabilità devono esserci formazione adeguata, strumenti chiari e un sostegno concreto, così da permettere ai membri dell’Esecutivo di svolgere il proprio compito con competenza, consapevolezza e senso di responsabilità».

Il sistema federale svizzero, basato sul principio di sussidiarietà, impone che siano i Comuni a svolgere determinati compiti. In questo senso, è indubbio che vi siano responsabilità penali da accertare. Allo stesso tempo, però, il sistema di milizia sembra avere dei limiti. Che valutazioni fa di questa situazione?
«Il sistema di milizia non presenta dei limiti in sé . Al contrario, costituisce un valore fondamentale del nostro ordinamento. È un modello che avvicina le istituzioni ai cittadini e rafforza il legame tra chi governa e la comunità. Al tempo stesso, assumere una carica politica non è solo portatrice di onore e gloria ma anche di responsabilità. Più in generale, e qui rispondo alla sua domanda, non confonderei il sistema di milizia con la maggiore o minore attrattività del ruolo politico a livello comunale. Se oggi si registra una certa difficoltà nel reperire persone, le ragioni vanno ricercate altrove, ma non nel modello di milizia in quanto tale».

Quali sono allora le cause?
«Credo che vi siano numerosi fattori che vanno ricondotti, in generale, al modo in cui è organizzata la nostra società: dalla maggiore pressione professionale e mediatica, alla crescente complessità normativa e al calo di fiducia nelle istituzioni. Il tema è complesso».

Chi si mette a disposizione della cosa pubblica non deve essere considerato solo sotto il profilo sanzionatorio

Torniamo un istante a Crans-Montana. Come già sindaco di Minusio, e ora Presidente dell’associazione di Comuni ticinesi, si è immedesimato nella posizione di Féraud? Quali riflessioni ha fatto personalmente?
«L’empatia è un valore fondamentale e, umanamente, mi sono immedesimato non solo nella posizione di Féraud, che non conosco personalmente, ma più in generale nella drammaticità di questa situazione. Sono momenti che impongono una riflessione profonda. Per quanto si possa aver maturato esperienza sul campo e acquisito competenze professionali nel corso degli anni, esistono sempre circostanze che possono sfuggire. Applicare la legge a una fattispecie concreta non è un esercizio automatico: richiede valutazioni complesse e presuppone conoscenze tecnico-giuridiche che non sono affatto scontate. In altre parole, fare politica oggi significa assumersi responsabilità importanti, spesso articolate e impegnative».

In che modo la vicenda di Crans-Montana interpella l’Associazione dei Comuni ticinesi?
«Certamente questo fatto deve fare riflettere l’ACT che - ricordo - ha lo scopo di promuovere e difendere gli interessi pubblici dei Comuni, mettendo in atto e sostenendo ogni iniziativa che possa contribuire a salvaguardare la loro autonomia e la loro capacità di amministrazione autonoma, valorizzandone le risorse e le particolarità. Alla luce di quanto accaduto in Vallese, credo che in Ticino sia indispensabile approfondire – prima ancora che il “buon governo” – il rapporto esistente tra l’autorità politica e l’amministrazione che le sta sotto. Questo rapporto deve poggiare su processi di lavoro chiari, strutturati e fondati su basi legali precise. Forse, nel recente caso di Crans, è mancato un metodo di gestione condiviso, prima che di controllo».

Nel nostro cantone, in che misura sindaco e municipali sono ritenuti responsabili dei danni cagionati?
«Nel Cantone Ticino la responsabilità è disciplinata da una legge specifica che regola i danni causati nell’esercizio di funzioni pubbliche. Questa normativa si applica a tutte le persone che svolgono compiti pubblici – quindi anche a sindaci e municipali – e riguarda sia eventuali danni arrecati a terzi sia quelli causati all’ente pubblico stesso. In linea generale, se nell’esercizio delle loro funzioni viene provocato un danno illecito a terzi, è il Comune a risponderne. Non occorre dimostrare una colpa personale del sindaco o del municipale: è sufficiente che vi sia stato un atto illecito e un legame causale adeguato tra il comportamento e il danno subito. Spetta comunque alla persona danneggiata provare l’esistenza del danno, dell’atto illecito e del rapporto tra i due. Diverso è il discorso quando si parla di responsabilità personale nei confronti dell’ente pubblico. In quel caso, sindaco e municipali possono essere chiamati a rispondere direttamente, ma solo se hanno agito con dolo o con colpa grave».

Accanto alla responsabilità devono esserci formazione adeguata e metodi condivisi

Il caso di Anna Giacometti, ex sindaca di Bondo e oggi consigliera nazionale del PLR, accusata di omicidio colposo in relazione alla frana che colpì il suo Comune, è un altro esempio che solleva il tema della responsabilità penale degli amministratori locali. Pensa che oggi ci sia il rischio che la politica comunale venga portata sul piano giudiziario troppo spesso o troppo facilmente?
«Se una persona sbaglia è giusto che paghi. L’accertamento dei fatti deve imprescindibilmente svolgersi attraverso un’inchiesta del potere giudiziario che garantisca il rispetto e il diritto di tutte le parti coinvolte e non trascenda in sterili polemiche come qualcuno pensa di poter fare oggi. I processi sommari sui mezzi di comunicazione creano solo distacco fra cittadini e amministratori, altrimenti detto pericolosa confusione. La giustizia ha i suoi tempi e vanno da tutti rispettati».

Si riferisce, immagino, al modo in cui la vicenda è stata trattata da alcuni media italiani?
«Di delinquenti ve ne sono in Italia come ve ne sono in Svizzera e di esercizi pubblici rispettosi o meno delle normative antincendio ve ne sono in entrambi i Paesi. Ho sentito sterili ed inutili polemiche che confondono il cittadino e lo disorientano allontanandolo dalle nostre istituzioni. Questo non è più giornalismo. Non ha alcun senso puntare il dito. Un atteggiamento adulto fa sì che occorre sapere quando e se parlare, e la vita non è un talk show».   

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