Fare il pieno è sempre più caro: «E una diminuzione oggi è un miraggio»

Che cos’è la crisi energetica? È quando il contatore alla pompa di benzina sembra girare più velocemente. Poi vai alla cassa e scopri che il pieno – lo stesso pieno di sempre – costa molto di più.
Basta guardare il grafico in alto per rendersene conto: dall’inizio dell’anno i carburanti sono aumentati tra il 23% e il 29%. L’incremento più forte riguarda il diesel, ormai quasi un terzo più caro.
I dati, forniti dal TCS, mostrano l’evoluzione del prezzo medio alla pompa in Svizzera nel corso del 2026. Rispetto alla media nazionale, la benzina in Ticino oggi costa leggermente meno, ma la differenza si è ormai assottigliata. La senza piombo 95 viaggia attorno ai 2 franchi al litro, la 98 ha superato i 2,10 franchi, mentre il diesel è stabilmente sopra i 2,20 franchi, con punte che raggiungono i 2,30 franchi. Fare il pieno con un serbatoio da 80 litri significa spendere più di 160 franchi. Ecco che cosa significa la crisi energetica.
Tra cause e record
Prima delle cause, un aneddoto: il primato assoluto era stato raggiunto dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, quando il litro di benzina 95 superò la soglia dei 2,30 franchi. Oggi non siamo ancora a quel punto, ma le prospettive restano incerte. Molto incerte. Soprattutto dopo la conquista, ieri, da parte dei ribelli Houthi della città portuale di Mokha, sulla costa del Mar Rosso, non lontana dallo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale e una rotta sempre più importante per il trasporto di petrolio, soprattutto dopo le difficoltà nello Stretto di Hormuz. Il Brent, che già da alcuni giorni era tornato sopra i 100 dollari al barile, ha superato in giornata i 107 dollari, spinto dai timori legati alle forniture dal Medio Oriente. Dopo Hormuz, insomma, si è aggiunto un nuovo elemento di incertezza, che si somma ai precedenti, come ricorda al Corriere del Ticino, il portavoce di TCS, Laurent Pignot: «Il basso livello del Reno, causato dal caldo estivo, ha ridotto la quantità di petrolio trasportabile. Le navi possono quindi caricare meno e, a parità di costi di trasporto, ogni litro di petrolio finisce per costare di più».
Cresce l’incertezza
Ed è proprio questo insieme di fattori che complica i giochi. Negli scorsi giorni, ancora prima della conquista di Mokha, gli analisti di UBS avevano messo in guardia da uno scenario estremo: con lo Stretto di Hormuz chiuso per un periodo prolungato, il petrolio potrebbe arrivare a costare tra i 150 e i 200 dollari al barile. Un’impennata che non si fermerebbe alla pompa di benzina, ma finirebbe per colpire trasporti, riscaldamento, industria e consumi, con il rischio di trascinare l’economia mondiale in recessione. Ora, come detto, si è aggiunto un ulteriore elemento di instabilità. La crisi energetica è anche questo: ciò che accade lontano finisce per avere conseguenze concrete anche qui, in Ticino.
La lenta discesa
E ora? Secondo Pignot, prevedere l’andamento del mercato del petrolio è praticamente impossibile. «Dipende da troppi fattori, soprattutto in questa fase storica, caratterizzata da conflitti in cui gli equilibri possono cambiare rapidamente».
L’esperto non esclude nuovi aumenti dei prezzi, soprattutto alla luce dei rischi geopolitici. Di certo, aggiunge, il prezzo di 1,61 franchi al litro, registrato il 3 febbraio, appare molto lontano: «Per adesso resta un miraggio». In futuro, tuttavia, i prezzi potrebbero tornare a scendere, come già accaduto dopo il picco raggiunto nel 2022. «Non nel breve termine, però».
Anche sul fronte del Reno, secondo Pignot, la situazione non è destinata a risolversi in tempi brevi. Per invertire la tendenza sarà necessario il ritorno delle piogge, che dovrebbe riportare gradualmente il livello dell’acqua a valori più elevati.
Infine, per quanto riguarda il gasolio, la situazione rischia anche di peggiorare. Con l’arrivo della stagione fredda, infatti, è probabile che la domanda di olio per il riscaldamento crescerà, facendo lievitare i prezzi già alti.
«Molti hanno rimandato l’acquisto nella speranza che le tensioni internazionali si allentassero e che i prezzi tornassero su livelli più normali», spiega il presidente di Swiss Oil Ticino, Paolo Righetti. «Questo però non è avvenuto e ora, con l’avvicinarsi della stagione del riscaldamento, molti si trovano a dover fare i conti con prezzi decisamente più elevati».
La strategia del piede destro
Nel frattempo, prosegue Pignot, per contenere l’impatto dei rincari la soluzione più semplice è ridurre i consumi, anche attraverso alcune abitudini di guida. Ridurre la velocità, evitare accelerazioni brusche e mantenere un’andatura regolare permette infatti di limitare gli sprechi. «Una guida più attenta ed efficiente può consentire di risparmiare fino al 20% di carburante», conclude il portavoce del TCS. Un margine non indifferente che, soprattutto con i prezzi attuali, può tradursi in un risparmio concreto.
Olio da riscaldamento, «rincari di circa il 60%»
«Il costo in questo momento è incredibilmente elevato rispetto alla mediana degli anni passati». Paolo Righetti, presidente di Swiss Oil Ticino, non nasconde le difficoltà del momento. Il prezzo dell’olio da riscaldamento si aggira oggi attorno a 1,65 franchi al litro, IVA compresa, circa il 60% in più rispetto ai livelli medi degli anni passati.
Un rincaro che pesa sui bilanci di famiglie e aziende e che arriva a poche settimane dall’inizio della stagione del riscaldamento. «Abbiamo visto che molti clienti hanno posticipato il momento dell’acquisto nella speranza che i prezzi diminuissero. Cosa che però non è avvenuta, e ora si trovano a sostenere costi maggiori». Per una famiglia che, ad esempio, consuma circa 3.000 litri di gasolio all’anno, la differenza si fa sentire pesantemente sul bilancio. Se in passato potevano bastare, per questi volumi, circa 3.000 franchi, oggi la spesa può arrivare a 4.800 franchi. Una situazione che rischia di cambiare anche le abitudini dei consumatori.
Una dinamica che rischia di generare anche un’altra conseguenza: «Se prima la maggior parte della gente prendeva una consegna all’anno per coprire tutto il fabbisogno annuale, adesso spezzerà il suo fabbisogno su più ordini», spiega Righetti. Per i distributori questo significa più consegne, maggiori costi logistici e un aumento del carico di lavoro. Una scelta comprensibile per chi deve fare i conti con un rincaro così importante, ma che comporta conseguenze anche per i rivenditori.
Righetti non ricorda di aver mai visto un aumento così importante in un periodo di tempo così breve. E le difficoltà non riguardano soltanto i clienti. «I rivenditori hanno registrato un calo esorbitante delle vendite. E anche noi abbiamo dipendenti e costi fissi che dobbiamo coprire. Non è facile neanche per noi, in quanto datori di lavoro».
