L'intervista

Fiorenzo Dadò: «Con Speziali ora c'è un ottimo rapporto. De Rosa? Se vorrà, lo ricandideremo»

Dai rapporti con il PLR (migliorati) a quelli con la Lega (oggi meno brillanti), fino alla campagna elettorale, passando per i tanti «scandali» della legislatura - Con il presidente del Centro, Fiorenzo Dadò, ospite ieri sera a La domenica del Corriere, facciamo una chiacchierata a tutto tondo sull’attuale momento politico
©Francesca Agosta
Gianni Righinetti
27.04.2026 06:00

Si appresta a guidare il Centro per una terza tornata elettorale. Con quali sentimenti? Ha qualche timore?
«Sono una persona positiva e ho sempre l’obiettivo di raggiungere qualcosa. I sentimenti sono positivi: il partito funziona bene, il gruppo parlamentare è serio e attivo, a Berna ci sono due deputati (Giorgio Fonio e Fabio Regazzi, ndr) che si danno molto da fare. Mi presento con un partito in pole position. Non vedo, quindi, difficoltà dal punto di vista della squadra».

Timori quindi non ne ha?
«Ho i timori che hanno tutti. Il giudice supremo in democrazia è il popolo, che giudicherà il consigliere di Stato e noi deputati. È libero di poter dire esattamente quello che vuole. Vedremo i risultati».

Longevo alla presidenza e finanche una sorta di «culo di pietra» in Parlamento, dove siede dal 2006. Non ritiene eccessivo nei tempi moderni occupare una sedia tanto a lungo?
«Ho un percorso lungo in politica, iniziato nei movimenti giovanili, e sono ancora attivo a livello comunale. Sono entrato in Parlamento relativamente giovane e ho ricoperto per sei anni il ruolo di capogruppo, mentre da quasi 10 sono il presidente. Non sono stanco, ho ancora voglia di fare molte cose: i tempi della politica sono lunghi, le proposte di oggi magari si realizzano dopo quattro o cinque anni. Secondo aspetto: un presidente di partito deve sedere in Parlamento. Se non sei più dentro, diventa difficilissimo anche confrontarsi. Non da ultimo, ricordo che quando ho cominciato la mia attività parlamentare ho avuto alcuni maestri che sedevano in Gran Consiglio da tanti anni. Ecco, proprio loro mi hanno dimostrato che nonostante l’età e malgrado una trentennale presenza in Parlamento avevano ancora tanta voglia di fare. Uno è proprio il suo compianto padre, e mio caro amico, Tullio Righinetti».

Però le toccherà comunque chiedere una deroga per ricandidarsi. Come pensa verrà accolta questa richiesta?
«Deciderà liberamente l’assemblea distrettuale. Da parte mia, però, ho messo una condizione precisa: posso continuare a svolgere il ruolo di presidente solo se sono in Gran Consiglio».

Secondo aspetto: un presidente di partito deve sedere in Parlamento. Se non sei più dentro, diventa difficilissimo anche confrontarsi
Fiorenzo Dadò, presidente del Centro

Che cosa farà, invece, in futuro? Esclude di tentare la via del Consiglio di Stato o di Berna?
«Fino a oggi non ho avuto alcun interesse ad andare in questa direzione, perché quando assumo un ruolo mi piace portarlo avanti nel migliore dei modi. Poi vedremo cosa succederà in futuro».

Il Centro politico non vive un periodo entusiasmante. Ha qualche idea per smuovere le acque?
«In realtà, se guardiamo le ultime elezioni in Europa e qui da noi mi pare che anche la destra abbia seri problemi di credibilità e di essere apprezzata a livello popolare. Io credo che il cittadino si aspetti schiettezza, chiarezza, proposte concrete, ma anche equilibrio. Ecco, il centro politico rappresenta proprio questo equilibrio».

Con Speziali all’inizio della legislatura c’erano stati un po’ di attriti, mentre oggi sembra che vi parliate di più. Come stanno le cose? Quali sono le prospettive?
«A un certo punto sono stato criticato perché collaboravo con il PS e la Lega. Oggi ho anche intese, e sono contento di averle, con il PLR. Con Speziali ci sono stati un po’ di problemi iniziali: lui era nuovo nel ruolo di presidente e non ci conoscevamo bene. Tuttavia, abbiamo approfondito la nostra conoscenza personale e anche la nostre idee politiche e oggi abbiamo un ottimo rapporto. Non la pensiamo uguale su tutto, ma c’è un grande rispetto. E credo potremmo fare belle cose insieme».

Con Speziali ci sono stati un po’ di problemi iniziali: lui era nuovo nel ruolo di presidente e non ci conoscevamo bene. Tuttavia, abbiamo approfondito la nostra conoscenza personale e anche la nostre idee politiche e oggi abbiamo un ottimo rapporto

Con la Lega, invece, i rapporti sembrano essersi incrinati. È cambiato qualcosa per motivi politici o questioni personali?
«La Lega ha vissuto una forte crisi interna, fatta di grosse diatribe e una lotta di potere. Questo non ha sicuramente giovato al rapporto con gli altri partiti. Con la Lega abbiamo però portato avanti progetti interessanti, come il Tribunale di prima istanza o l’inasprimento delle pene per i pedofili. Proposte, queste, portate avanti in particolare insieme all’allora deputata Sabrina Aldi, una delle granconsigliere più valide che la Lega aveva in Parlamento. Io mi auguro che si possa ancora poter lavorare insieme. Con Piccaluga, ad esempio, ho un buon rapporto. Avere un buon rapporto, però, non significa non poter dire le cose che non vanno».

Il Mattino della domenica lo legge? La disturbano le cose che vengono pubblicate o le ignora?
«Non sono un assiduo lettore del Mattino, ma ogni tanto lo sfoglio. È un giornale che schernisce gli altri, che scrive anche cose assolutamente non vere sulle persone, molto spesso firmandosi con nomignoli. Ecco, io vorrei dire a colei che è l’anima del Mattino e che lo finanzia, ossia Antonella Bignasca, che una volta dovrebbe avere il coraggio di venire in uno studio tv e confrontarsi con noi. La aspetto».

Questo studio è sempre aperto a tutti, quindi faremo un tentativo. Venendo invece alla campagna elettorale: arriverete con una notizia che farà il botto, oppure non sapete ancora dove andare?
«Da quando sono alla presidenza del Centro, portiamo avanti una linea precisa. Vogliamo essere un partito concreto. Non facciamo discorsi di cadreghe, ma facciamo proposte realizzabili. Per quanto riguarda la composizione delle liste ed eventuali intese, invece, ci stiamo lavorando».

Ecco, io vorrei dire a colei che è l’anima del Mattino e che lo finanzia, ossia Antonella Bignasca, che una volta dovrebbe avere il coraggio di venire in uno studio tv e confrontarsi con noi.

Vuol dire prima dell'estate o da settembre in poi?
«Su queste cose non abbiamo alcuna fretta. Ora dobbiamo concentrarci sulle due iniziative sulle casse malati e sul relativo finanziamento. Queste sono le cose che si aspetta il cittadino da noi, non certo sapere se Dadò ambisce a una sedia o l’altra».

Parliamo del Consiglio di Stato. Lo aveva definito il «Governo degli opossum». Ora vede qualche guizzo o ancora nulla?
«Il Consiglio di Stato cerca di fare il suo. Evidentemente è in difficoltà e lo si nota. Tutti i dipartimenti e tutti i consiglieri di Stato hanno le proprie magagne. Però un politico - e vale soprattutto per quelli di professione, come i consiglieri di Stato - non può pretendere di avere i riflettori puntati addosso solo quando le cose vanno bene. Lo abbiamo visto capitare più volte, di fronte a situazioni di difficoltà. Pensiamo all’incidente di Gobbi, all’arrocchino, o addirittura quando c'è stata la votazione sulle casse malati, quando solo tre consiglieri di Stato su cinque si sono presentati al Paese in conferenza stampa mentre gli altri due erano a festeggiare da un’altra parte. Ecco, bisogna sapersi presentare di fronte alla stampa e agli elettori anche quando le cose non vanno bene e ci sono problemi. L’opossum quando vede un pericolo si finge morto, aspetta che passi. E questo è un po’ l’atteggiamento di questo Governo di fronte alle difficoltà».

Ciò riguarda anche il vostro consigliere di Stato. Ecco, da De Rosa si attendeva di più o è finito nel dipartimento sbagliato nel momento sbagliato?
«Raffaele De Rosa è una persona molto seria ed è un gran lavoratore. E io mi sento di difenderlo. Poi, non sempre le sue proposte mi trovano d’accordo, ma questo è il nostro ruolo diverso. Del resto, dirige un dipartimento difficilissimo, che va a toccare anche il portamonete delle persone. Lui si prende persino le colpe per gli aumenti del costo della sanità e delle casse malati. Colpe che non ha, perché dipende da una legge federale che a Berna nessuno vuole modificare per via delle lobby in Parlamento dei medici, delle case farmaceutiche e delle casse malati. Io penso che per risolvere qualcosa presto o tardi su questi temi dovrà esprimersi il popolo in votazione».

Sarà quindi ricandidato?
«Se lui vorrà ripresentarsi il partito lo sosterrà e lo ricandiderà».

Quindi andrà come una lettera alla Posta...
«Il nostro giudice non è il partito, e nemmeno io, ma il popolo ticinese».

Raffaele De Rosa è una persona molto seria ed è un gran lavoratore. E io mi sento di difenderlo. Poi, non sempre le sue proposte mi trovano d’accordo, ma questo è il nostro ruolo diverso. Del resto, dirige un dipartimento difficilissimo

Spostandoci su un altro consigliere di Stato, Norman Gobbi, sembra che voi due siate un po' ai ferri corti. E oltre ai motivi politici pare esserci altro. Quali sono i vostri rapporti?
«Io ho ricoperto il ruolo di presidente in alcune commissioni e con Gobbi ci siamo incontrati spesso. I rapporti sono sempre stati istituzionalmente funzionali, ma anche cordiali. Non andiamo a cena insieme, è evidente. Penso che lui abbia fatto alcuni errori di conduzione del suo dipartimento, ma ha fatto anche cose buone. Con la legge sulla Polizia si è cercato di metterlo in difficoltà, senza che lui avesse colpa. E a metterlo in difficoltà è stato però il suo collega di partito Claudio Zali».

Lei è stato il più assiduo fustigatore di Gobbi per l’incidente in Leventina. La questione, penalmente, è finita in poco o niente. Uno a zero per Gobbi?
«Queste non sono battaglie nei confronti di qualcuno, fatte per vincere qualcosa. Quando si viene messi al corrente di una situazione potenzialmente molto problematica, è compito del deputato sollevare la questione. Poi l’iter giudiziario ha fatto il suo corso e i due poliziotti sono stati scagionati. È stato però sollevato un altro tipo di problema, quello degli etilometri non calibrati. Ricordiamoci poi che Claudio Zali è venuto in Gran Consiglio a raccontare una bugia di fronte al plenum, dicendo che gli etilometri erano a posto, per poi venire a sapere con il processo che invece così non era. Questi sono fatti gravi».

Anche lei è finito nella morsa giudiziaria per una sorta di colpo di coda del cosiddetto caos al TPC. Ha qualcosa da rimproverarsi?
«Non sono infallibile e tantomeno perfetto. Sicuramente ho fatto degli errori, anche considerata la situazione. Non dobbiamo dimenticare che ero diventato da poco presidente della Commissione Giustizia e diritti, e che quanto avvenuto al TPC è un fatto di inaudita gravità, mai capitato. In Commissione non potevamo nemmeno più lavorare serenamente, al punto che ho dovuto chiedere di istituire una Sottocommissione speciale che si occupasse dei tanti dossier perché ogni lunedì mattina usciva qualcosa di nuovo e bloccava tutto. Per non parlare del dibattito sulla stampa. Insomma, probabilmente tutti abbiamo alzato troppo i toni, forse io per primo. Oggi, con il senno del poi, magari farei le cose diversamente».

Non sono infallibile e tantomeno perfetto. Sicuramente ho fatto degli errori, anche considerata la situazione

Lei è stato scagionato dall'ipotesi di denuncia mendace, mentre rimane la falsa testimonianza davanti al procuratore generale Andrea Pagani. Da cittadino, lei ha mentito davanti all’autorità giudiziaria. Ritiene che sia una macchia per lei?
«Ho fatto semplicemente da passacarte: qualcuno mi ha dato qualcosa e l’ho portato in commissione per una valutazione. La commissione, che è composta anche da diversi avvocati, ha poi deciso liberamente di mandarle a chi ha ritenuto. Resto dell’idea che un deputato deve poter proteggere le proprie fonti. Più volte ho ricevuto informazioni molto riservate, anche sul caso Gobbi. Ma non ho mai detto - né mai lo farò - chi me le ha date. Resta il fatto che noi deputati purtroppo non abbiamo la protezione delle fonti come i giornalisti, e questo è un problema».

Nelle ultime settimane sono emersi anche ulteriori sviluppi legati al cosiddetto «caso Gobbi». Tre agenti risulterebbero infatti indagati con l’accusa di fuga di notizie. Lei era tra i destinatari di queste informazioni confidenziali?
«Assolutamente no. Mentre ero in viaggio a piedi in Sicilia, qualcuno vedendo la notizia mi ha scritto se c’entrassi qualcosa, ma io non so né chi siano i poliziotti in questione, né ho ricevuto qualcosa da loro».

In questo articolo: