Fra truffe COVID e lavoro ridotto sono in otto a finire alla sbarra

Presunte truffe legate ai crediti COVID per oltre 700.000 franchi. All’incirca la stessa cifra incassata indebitamente da delle indennità di lavoro ridotto in realtà non dovuto (perché quel lavoro non era stato svolto, o solo in piccola parte). Accuse di cattiva gestione, di non aver cioé depositato per tempo i bilanci di diverse società, aggravandone la situazione debitoria per centinaia e centinaia di migliaia di franchi. Auto ottenute in leasing senza intenzione di pagare le rate. Falsi stipendi per permettere a stranieri di ottenere permessi di domicilio. E una montagna di documenti falsi per provare a nascondere le proprie tracce. Sono queste le principali accuse mosse a vario titolo agli otto imputati alla sbarra di fronte alla Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Siro Quadri. In realtà le vicende giudiziarie di un imputato - assente ingiustificato - sono state disgiunte, mentre un altro non era presente per malattia. Comunque: un’aula penale ben gremita per un processo destinato a durare parecchio (la sentenza è attesa per venerdì), tanto che quest'oggi in avvio di procedimento il giudice Quadri ha dispensato alcuni imputati, invitandoli a ripresentarsi solo domani. Quanto a dove sia finito il presunto maltolto: spese personali e l’acquisto di uno storico locale a luci rosse nel Niederdorf, a Zurigo.
I fatti sono sostanzialmente ammessi, meno le qualifiche giuridiche.
I protagonisti
Il tutto è cominciato a Maroggia. Non perché nel comune in riva al Ceresio sia stato commesso qualche reato, ma perché è lì che tempo fa due dei principali imputati si sono conosciuti: si tratta di un falso avvocato italiano cinquantenne («falso» perché accusato di esercizio abusivo della professione: poteva però operare in Italia) in carcere da quasi un anno, e di un avvocato suo connazionale, 46.enne. Il terzo protagonista è un 49.enne svizzero in carcere da settembre che gestiva una discoteca di Lugano (chiusa da qualche anno) e che gestisce tutt’ora una società di sicurezza. Gli altri imputati sembrano invece aver avuto ruoli minori, fungendo da correi per singoli episodi. Tra di essi spicca un 66.enne ticinese coinvolto in quanto membro dirigenziale di una delle due società che ha massicciamente beneficiato di indennità di lavoro ridotto senza averne facoltà: «Se devo essere sincero, ho fatto da prestanome», ha detto oggi in aula.
Un’attestazione tira l’altra
In base a quanto emerso finora la persona più coinvolta sembra essere il falso avvocato. In realtà il primo a inviare un’attestazione COVID non veritieria (con indicato un fatturato gonfiato per ottenere più aiuti) è, in solitaria, l’amico/collega il 26 marzo 2020. Il giorno seguente i due si scatenano. Ne compilano una insieme (con successo) e poi - con altri correi o da soli - rispettivamente quattro il falso avvocato (una con successo) e due l’amico (senza successo). Amico che ad aprile ci riprova senza successo in un paio d’occasioni, e altrettanto fa a fine maggio il finto avvocato, in correità con il gerente di discoteca, riuscendoci in un caso. In tutto vengono impropriamente incassati quasi 750.000 franchi. Nel frattempo il falso avvocato e il gestore di discoteca iniziano a richiedere indennità di lavoro ridotto, continuando a farlo sino a maggio 2021. Stesso fa, in solitaria, il gestore per la sua società di sicurezza: ottengono così quasi 800.000 franchi. Come detto, i tre riconoscono sostanzialmente i fatti, ma contesteranno la qualifica giuridica (l’accusa di truffa, in particolare).
Quei bilanci non depositati
Questi i fatti imputati più gravi: la punta dell’iceberg di una serie di altre condotte asseritamente illegali venute a galla in seguito. All’avvocato 46.enne viene ad esempio imputato di aver aggravato pesantemente la situazione debitoria di una mezza dozzina di società omettendo di depositare per tempo i bilanci: parliamo di centinaia di migliaia di debiti che per la procuratrice pubblica Rigamonti potevano essere evitati. Gli è inoltre imputato - assieme al falso avvocato - di aver prodotto finti contratti d’affitto nei locali della società che gestisce il locale erotico di Zurigo a cinque italiani allo scopo di permettere loro di richiedere dei permessi di per stranieri UE/AELS. Gli imputati sostengono che - anche se i contratti erano falsi - queste persone hanno effettivamente pernottato a Zurigo.
E spunta il crac Adria
Nell’inchiesta spunta anche il crac Adria Costruzioni. L’avvocato 46.enne, tramite una sua società, intendeva rilevare un cantiere a Besazio della ditta finita sotto inchiesta, tanto da scriverne all’allora procuratore generale John Noseda. Nell’operazione ha anche assunto uno dei principali imputati nel crac: «Conosceva il cantiere, poteva darci una mano». Per la procura, invece, l’assunzione era fittizia per permettergli di rinnovare il permesso B.
