Giovani anche senza alcol

Una generazione spaccata in due: tutto oggi è polarizzato, anche il modo in cui i giovani bevono. C'è infatti qualcosa di profondamente contraddittorio nei dati sul consumo di alcol tra i giovani europei degli anni Venti. Da un lato i sondaggi internazionali raccontano di una generazione Z sempre più sobria e attenta al benessere. Dall'altro i rapporti epidemiologici nazionali, quelli italiani in testa, documentano l'aumento del binge drinking tra gli adolescenti, l'abbassamento dell'età della prima sbronza, la diffusione dell'ubriachezza puntuale come pratica rituale del fine settimana. Come si conciliano queste due fotografie? Ecco, non si conciliano. Sono entrambe vere, e la loro coesistenza racconta molto su come stia cambiando il modo in cui i giovani si rapportano all'alcol in Italia, in Svizzera e in Europa.
Fronte dell’alcol
Secondo l’ultimo rapporto disponibile dell'Osservatorio Nazionale Alcol dell'Istituto Superiore di Sanità, del 2025, i consumatori a rischio in Italia hanno superato gli 8,2 milioni, mentre il binge drinking (per la statistica il consumo di cinque o più bicchieri in un'unica occasione) coinvolge circa 4,45 milioni di persone, tra le quali 79.000 tra gli 11 e i 17 anni. Il dato che più colpisce riguarda le donne: negli ultimi dieci anni il binge drinking femminile è cresciuto dell'84%, contro il 24% registrato tra gli uomini. Tra i giovani adulti della fascia 18-44 anni il fenomeno tocca picchi del 20,6% nei maschi e del 12,1% nelle femmine. Il rapporto ESPAD Italia 2024, curato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, aggiunge un dettaglio inquietante: tra gli studenti delle scuole superiori, oltre tre quarti (76%) hanno consumato alcol nell'ultimo anno.
Alcol alla ticinese
Secondo i dati di Dipendenze Svizzera circa il 14,7% della popolazione beve in modalità da ubriacatura almeno una volta al mese, comportamento concentrato tra i giovani maschi. Il Canton Ticino ha storicamente registrato i tassi di consumo quotidiano di alcol più alti del paese: secondo i dati MonAM dell'Ufficio Federale della Sanità Pubblica il 21,5% dei ticinesi dichiara di bere almeno una volta al giorno, contro una media svizzera del 10,9%. Il Ticino occupa il primo posto in questa graduatoria dall'inizio dei rilevamenti, nel 1997, e anche qui il consumo giornaliero ha un'impronta fortemente maschile, 12,4% contro il 4,9% delle donne a livello svizzero. I test d'acquisto condotti in Svizzera nel 2024 rivelano un'ulteriore anomalia: un quarto dei punti vendita (il 25,2%) ha venduto bevande alcoliche a minorenni che ne hanno fatto richiesta, con una diminuzione lentissima rispetto agli anni precedenti. In Ticino, il limite di età è fissato a 18 anni per tutte le bevande alcoliche, una soglia più alta che nel resto della Svizzera, ma l'accesso informale rimane relativamente agevole. A livello europeo, il progetto ESPAD 2024 fotografa una tendenza di lungo periodo incoraggiante: il consumo di alcol nel corso della vita tra i quindicenni è sceso dall'88% del 1995 al 74% del 2024, e il binge drinking è diminuito dal 36% al 30%, il livello più basso mai registrato. Ma questi dati medi nascondono una polarizzazione interna: in molti paesi chi beve beve di più e prima.
Sober curious
Accanto a questa realtà statistica piuttosto cupa si muove un fenomeno culturale di segno opposto, che arriva dal mondo anglosassone con qualche anno di ritardo. Si chiama sober curious movement, movimento della sobrietà curiosa. Non riguarda chi ha smesso di bere perché aveva un problema. Riguarda chi sceglie di smettere, o di bere molto meno, perché ha deciso che non ne ha bisogno, o perché il farlo non lo rappresenta, o perché un Negroni analcolico con foglia di rosmarino bruciata a 14 euro in un bar di Brera a Milano dice di lui qualcosa che un bicchiere di vino non direbbe mai. Il termine sober curious è stato coniato nel 2018 dalla scrittrice britannica Ruby Warrington ed è significativo che venga da lì, perché non si lega a discorsi salutistici ma mette in discussione la cultura che vuole l'alcol come elemento imprescindibile della socialità e del passaggio all'età adulta. I dati confermano che il fenomeno non è più di nicchia. Secondo la ricerca Circana presentata al Beverage Forum Europe 2025 il 71% dei consumatori europei dichiara di acquistare o bere meno alcolici rispetto al passato, e quasi uno su quattro tra i 25 e i 35 anni ha scelto di rinunciarvi del tutto. Il rapporto State of Beverages 2025 Trend indica poi che la generazione Z e i millennial guidano questa transizione: nelle occasioni sociali il 60% di loro preferisce bevande a basso contenuto alcolico o prive di alcol.
L’era del mocktail
Nessuna città europea ha interpretato questa transizione con la stessa intensità di Milano. Nei cocktail bar del quadrilatero e di Corso Como la sezione analcolica della carta drink non è più un'appendice imbarazzata in fondo al menu: è una proposta autonoma, con le sue signature stagionali, i suoi shrub fatti in casa, i suoi tè affumicati, i suoi bitter botanici e le sue fermentazioni di kombucha. Moebius, il cocktail bar milanese classificato trentottesimo al mondo nella lista 50 Best Bars, propone mocktail elaborati tanto quanto i cocktail alcolici, sviluppati attraverso tre varianti ugualmente convincenti. In questo scenario il mocktail ha acquisito le caratteristiche di un oggetto di status: ordinare un Seedlip con shrub di aceto di mele, sciroppo di timo e acqua tonica in uno speakeasy di Sant'Ambrogio non è un atto di rinuncia, ma di distinzione. Costa quasi quanto un cocktail classico (da 12 a 16 euro in media), richiede la stessa competenza tecnica da parte del bartender, e invia un segnale sull'identità del consumatore: sofisticato, consapevole, non schiavo dei rituali della socialità alcolica tradizionale. L'apertura al mondo analcolico nei locali milanesi, e in misura crescente in quelli lugnanesi e ticinesi, dove la clientela giovane professionale è sempre più attenta all'immagine, va letta anche come risposta a una domanda di inclusività. Il gruppo misto, fatto di chi beve e chi non beve, è infatti diventato la norma nella socialità urbana degli anni Venti.
App della sobrietà
Uno degli aspetti della nuova cultura sober curious è la sua traduzione in strumenti digitali. Il non bere può essere gamificato, quantificato, condiviso sui social e monitorato in tempo reale tramite applicazioni dedicate. Nel mercato delle sobriety app spicca Try Dry, disponibile anche in italiano, che permette di monitorare i cambiamenti legati all'astensione: risparmio, calorie, giorni di sobrietà, miglioramenti nella qualità del sonno. Ha superato i 250.000 download e i suoi sviluppatori riportano una riduzione del consumo di alcol dell'84% tra i bevitori problematici che la utilizzano. I Am Sober, disponibile su iOS e Android, include un sistema di impegni quotidiani e una community di supporto organizzata per tipologia di dipendenza e per traguardi raggiunti. Sunnyside, invece, promuove la moderazione piuttosto che l'astinenza totale, con piani personalizzati basati sugli obiettivi individuali e coach accessibili via messaggio. DrinkControl mette in relazione il consumo personale con le linee guida OMS e quantifica costi e calorie accumulate.
Contrapposizione sociale
Lo scenario che si sta delineando è anche un fenomeno di classe. Chi può permettersi di ordinare un mocktail da 14 euro a Milano o di iscriversi a un corso di mixology analcolica è uno che ha già risolto i problemi di base. Il sober curious, nella sua versione più estetizzata e social media-friendly, è uno stile di vita da professionista giovane urbano, da creativo digitale (anche se non lo è), da chi lavora nel settore del benessere o della tecnologia e si preoccupa di come si presenta online. Il binge drinking, al contrario, è statisticamente più diffuso nelle periferie, nelle fasce di età più giovani e meno istruite, e in contesti dove il weekend rappresenta l'unica valvola di sfogo da un'esistenza per il resto priva di soddisfazioni immediate. Questo non significa che il rapporto sia meccanico, ma la tendenza aggregata racconta di una polarizzazione che ha radici sociali oltre che individuali. C'è poi la questione del salutismo come ideologia. La cultura del benessere che innerva il sober curious movement non è neutrale, ma è anche il simbolo di una visione del sé come progetto da curare costantemente, come brand personale da gestire. A questo pseudo-salutismo performativo il partito dello sballo oppone una logica diversa, non necessariamente più rozza: quella del piacere immediato, dell'abbandono controllato, della solidarietà rituale che passa attraverso la sbronza condivisa. Ci sono studi sociologici che documentano come le occasioni collettive di consumo alcolico svolgano funzioni di coesione sociale nelle comunità giovanili, una funzione che i mocktail, per quanto elaborati, faticano a replicare.
