L’anniversario

Greenhope, dieci anni di speranza made in Ticino

La fondazione che sostiene i bambini malati di cancro e le loro famiglie taglia un traguardo speciale e lo farà con un concerto dei Gotthard: ne parliamo con il presidente Luca Cereghetti
© Greenhope
Marcello Pelizzari
29.10.2021 15:51

Dieci anni. Tanti ne sono passati dalla fondazione di Greenhope. Sembra ieri e invece era il 23 novembre del 2011. Una vita fa. Per festeggiare, sabato al Palazzo dei Congressi di Lugano arriveranno nientepopodimeno che i Gotthard. La parabola di Greenhope è una piccola, grande storia di successo. E di emozioni. «Questa attività oramai è entrata a far parte della mia vita» afferma il presidente Luca Cereghetti. «È un po’ come se fosse il mio terzo figlio. È bello, ora, vedere quanto sia cresciuta Greenhope. Ne siamo tutti orgogliosi. Dico tutti perché tanta, tantissima gente ci ha messo del suo. Dai donatori ai volontari».

Greenhope è una fondazione di tipo misto. Raccoglie ed elargisce donazioni e, parallelamente, organizza eventi. Il 30% delle attività si concentra sul sostegno a giovani sportivi e società. Il restante 70%, invece, viene investito a favore dei bambini malati di cancro e delle loro famiglie. «Siamo riusciti – prosegue Cereghetti – a mantenere una dimensione sana. Siamo a conoscenza di ogni franco che entra ed esce. Vogliamo cercare di mantenere questa velocità di crociera. Non puntiamo più alla crescita, ma alla stabilizzazione».

Solo un professionista
Greenhope in dieci anni di vita ha raccolto un milione di franchi: 318.357 sono stati investiti per lo sport, 689.359 sono stati destinati ai bambini e alle famiglie. Il successo della fondazione si basa su quattro pilastri: coinvolgimento, comunicazione, innovazione e dimensioni (ridotte) della struttura. «Abbiamo un solo professionista, tutti gli altri sono volontari e lavorano per Greenhope nei ritagli di tempo» sottolinea il presidente.

A proposito di innovazione, Cereghetti spiega: «Greenhope ha sempre cercato nuove sfide nell’ambito della raccolta fondi». I cosiddetti Act 4 Hope sono nati in questo contesto. «Chiediamo alle persone di coinvolgere amici, fan e colleghi. C’è chi è andato al triathlon delle Hawaii e ha scommesso su un determinato tempo. Tutto in ottica benefica, appunto». E poi c’è il Greenhope Day. L’ultimo ha coinvolto tutti e ventisei i cantoni svizzeri, con 4.500 partecipanti in 77 attività diverse e 35 mila franchi raccolti. «In pratica ti iscrivi, crei una tua attività, indossi un determinato gadget Greenhope e, semplicemente, mandi un selfie. È un’idea nata nel 2018 e, per ovvi motivi, ha funzionato anche ai tempi della pandemia».

Un sostegno concreto
Greenhope, negli anni, ha rappresentato una valvola di sfogo per molte famiglie confrontate con la malattia. «E per noi è un ulteriore, grandissimo motivo d’orgoglio aver stretto legami così intimi» sottolinea Cereghetti. «Ci siamo confrontati, è evidente, con momenti tristissimi. E con bambini che purtroppo non ce l’hanno fatta. Puntualmente, però, le famiglie che hanno subito delle perdite sono tornate ai nostri eventi. Ed è lì che capisci quanto sia importante quello che facciamo. E quanto queste persone abbiano bisogno di incontrarsi e stare assieme. Per scambiarsi opinioni, per farsi forza, per aiutarsi. Sono momenti con una forte carica emotiva. Nel limite del possibile, cerchiamo di coinvolgere i nostri partner. È giusto che sappiano cosa facciamo e soprattutto perché».

Quella squadra di mountain bike
Il rapporto, simbiotico, con lo sport ha un’origine precisa. «Tutto nasce da una squadra di mountain bike che avevamo io e Claudio Andermatten» prosegue il nostro interlocutore. «Una squadra che funzionava bene, ma che faticava dal punto di vista del marketing e degli sponsor. Dovevamo far qualcosa. E a quel punto, ecco, c’è stato un incontro di destini e passioni. Entrambi avevamo perso un genitore a causa di un tumore. Allora, decidemmo che la squadra avrebbe corso anche per aiutare gli altri. L’obiettivo è carpire l’energia che produce lo sport per metterla a disposizione di bambini e famiglie, affinché ne traggano beneficio».

Cereghetti non ha mai pensato che Greenhope potesse affondare. «Abbiamo sempre fatto il passo secondo la gamba, senza imporci obiettivi irraggiungibili. D’altro canto, essendo una fondazione non abbiamo mai subito pressioni. Siamo trasparenti e abbiamo tutto sotto controllo. Direi che, per i bambini, fungiamo quasi da tour operator. Organizziamo attività ricreative che vanno dall’assistere a una manifestazione sportiva al praticare direttamente una disciplina, fino ai concerti come per i Gotthard. L’obiettivo è riunire bambini e famiglie, permettere loro di ricaricare le batterie e di scattare dalla quotidianità, dettata dalla malattia».

La scelta del verde (e del nome) va ricondotta ai colori inizialmente scelti per la squadra di mountain bike. «Verde, comunque, richiama la gioventù e richiama la speranza. Credo sia un bel messaggio da veicolare» chiosa Cereghetti. Tanti auguri, Greenhope.