Processo

Ha abusato delle due sorellastre: «Sono vittime e sono credibili»

Un uomo del Luganese è stato riconosciuto colpevole di atti sessuali con fanciulli per averle molestate con baci e toccamenti – Dovrà seguire un trattamento stazionario – Entrambe le ragazze avevano meno di dieci anni all’epoca dei fatti
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Nico Nonella
03.02.2025 18:48

Per un breve istante, una manciata di secondi, sembrava che qualcosa avesse fatto breccia nell’imputato. Dopo un lungo interrogatorio, incalzato dal giudice Marco Villa e prima e sollecitato anche dalla sua legale, l’avvocato Giorgia Maffei, per un attimo pareva che volesse scusarsi e ammettere che sì, qualcosa di sbagliato lo aveva fatto. Ma dopo qualche minuto di riflessione, è tornato alla versione ribadita per tutto il dibattimento: «Non le ho mai toccate».

Uno spiraglio, ma...

L’imputato, comaprso davanti a una Corte delle assise criminali, è un 35.enne svizzero del Luganese ed era accusato di atti sessuali con fanciulli e coazione sessuale per aver approfittato delle due sorellastre quando queste ultime erano bambine. L’atto d’accusa del procuratore pubblico Pablo Fäh parla di toccamenti nelle parti intime e baci, avvenuta in due periodi ben distinti. Le molestie nei confronti della prima risalgono a una ventina di anni fa. Gli atti sessuali nei confronti della sorella minore, invece, sono iniziati circa otto anni fa. In entrambi i casi, le due bambine avevano un’età simile, tra i sette e i dieci anni, e gli abusi – un centinaio in totale – sono durati per due anni, con modalità pressoché identiche: approfittava di loro quando le cambiava o le metteva a letto.

Per l’avvio dell’inchiesta occorre attendere l’estate del 2023, quando la sorella minore parla con uno psicologo di quanto accaduto e lui la spinge a denunciare. Oltre a questi fatti, l’imputato è accusato di sequestro di persona, coazione, minaccia e vie di fatto per aver chiuso la moglie in bagno in un’occasione e di averla picchiata durante una mezza dozzina di litigi.

Ma se questi ultimi fatti sono stati ammessi, il 35.enne ha negato gli addebiti di natura sessuale. «Non le ho mai toccate», ha appunto dichiarato durante l’interrogatorio. Villa gli ha però ricordato di aver affermato, durante gli interrogatori di Polizia, che sì, qualcosa di sbagliato era successo e che voleva scusarsi con le due giovani. «Ero agitato», ha replicato l’imputato. Ma che cosa ha spinto le due ragazze a parlare degli abusi? «La loro madre ce l’ha con me», ha affermato l’imputato. Il quale ha mantenuto la sua (nuova) versione anche dopo l’interrogatorio, quando il giudice gli ha concesso qualche minuto di riflessione. Sembrava appunto che qualcosa fosse cambiato. Che ci fosse sazio per un sincero pentimento, seppur all’ultimo. Ma qualsiasi spiraglio si è chiuso.

Vergogna o limiti cognitivi?

Nell’arringa, la stessa Maffei ha riconosciuto che le dichiarazioni delle due ragazze non possono essere messe in discussione: «Per onestà intellettuale non posso farlo». L’avvocato difensore ha chiesto alla Corte di valutare «il deficit cognitivo dell’imputato (accertato da una perizia): il suo atteggiamento non è scusabile, ma soffre di limitazioni importanti e non comprende che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato. Sa che deve chiedere scusa, ma non sa perché».

«L’imputato è bloccato dalla vergogna e dal timore per le conseguenze del suo agire» ha di contro argomentato il procuratore pubblico. «Oggi in aula ha banalizzato quanto successo e in sede d’inchiesta ha tenuto un atteggiamento altalenante: prima ha ammesso, poi ha ritrattato». Nei confronti del 35.enne, Fäh ha chiesto una pena di 3 anni e 4 mesi di carcere, sospesa in favore di un trattamento stazionario. La perizia psichiatrica agli atti parla infatti di un pericolo di recidiva, oltre a rilevare una scemata imputabilità di grado medio. Maffei ha per contro chiesto una pena inferiore a 3 anni, sospesa per permettere la presa a carico psichiatrica dell’uomo.

Nel suo intervento, la patrocinatrice delle giovani vittime, l’avvocato Letizia Vezzoni, ha posto l’accento sulla sofferenza delle sue assistite. «Hanno fatto fatica a parlarne. La più grande, quando da bambina aveva riferito di atteggiamenti strani da parte del fratellastro (per esempio i baci sulla bocca, ndr) si era sentita dire che era un’esagerazione e che non si dicono le bugie». L’imputato «ha approfittato della fiducia riposta in lui dalla famiglia». Nei suoi confronti, Vezzoni ha chiesto anche il divieto di contattare o di avvicinarsi alle due ragazze.

«Non è credibile»

«La Corte ha integralmente creduto alle vittime, le cui dichiarazioni trovano ampiamente riscontro dagli atti dell’inchiesta» ha motivato Villa leggendo la sentenza. «All’inizio dell’istruttoria l’imputato sembrava voler andare nella giusta direzione, riconoscendo i fatti. Poi ha cambiato strategia, ma non è credibile». Confermato dunque l’atto d’accusa del Ministero pubblico, mentre la pena inflitta, considerato che parte dei reati è stata commessa dall’imputato quando egli stesso era minorenne, è stata sensibilmente inferiore di quella proposta dall’accusa: 3 anni di carcere, sospesa in favore di un trattamento stazionario. All’imputato è stata inoltre inflitta l’interdizione a vita a svolgere attività con minorenni, così come il divieto di avvicinare e contattare le vittime per cinque anni. La Corte ha infine riconosciuto alle due ragazze 23 mila franchi per torto morale.

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