Ha iniettato 1,7 milioni per salvare la ditta, ma è stato condannato per cattiva gestione

La domanda al centro del dibattimento poteva sembrare a tratti sì semplice, ma per certi versi anche paradossale: si può essere colpevoli del reato di cattiva gestione anche se si ha iniettato nella propria società – che poi andrà in fallimento – ben 1,7 milioni di franchi nel tentativo di salvarla? La risposta è sì, ed è successo a un 65.enne del Luganese condannato dalla Corte delle assise correzionali a 8 mesi sospesi per 2 anni.
«Fallimento solo rimandato»
A spiegare la dinamica dell’accaduto è stato lo stesso imputato, reo confesso, davanti al giudice Amos Pagnamenta. «Abbiamo acquisito dei contratti al di sopra delle nostre possibilità e per coprire il costo del materiale ho dovuto iniettare del capitale personale. Siamo arrivati al punto che i proventi venivano pagati a fine cantiere, quindi in ritardo. Ritardi che però, passo dopo passo, hanno causato il fallimento dell’azienda perché non avevo più capitale nonostante l’iniezione di ingenti somme di denaro per evitare il fallimento. Purtroppo, però, non sono stati sufficienti». L’azienda – ed è questa la tesi della procuratrice pubblica Caterina Jaquinta Defilippi, che aveva chiesto per l’uomo una condanna a 10 mesi sospesi – avrebbe dovuto dotarsi di un ufficio di revisione. Cosa che non ha fatto (nonostante sia emerso che fin dal 2015 la ditta risultava in una situazione di eccedenza di debiti) perché «l’imputato ha fatto da sé e ha pensato di risolvere le difficoltà della società immettendo costantemente e in modo scriteriato capitali nella stessa. Se l’intento del suo agire poteva in qualche modo essere nobile, così facendo non ha risolto la questione, ma paradossalmente ha peggiorato la situazione debitoria della società e rimandato il fallimento nel tempo». In aggiunta, per stessa ammissione dell’imputato, «volevo sì salvare la società, ma non volevo indebitarmi troppo e voleva entrare nella massa dei creditori così da essere rimborsato». Di qui, la decisione di condanna da parte della Corte, perché l’imputato «non poteva non sapere che agendo in questo modo non faceva altro che sovraindebitare la società. Non ha regalato soldi all’azienda, cosa che avrebbe fatto se avesse aumentato il capitale sociale, ma ha fatto un prestito che è andato ad appesantire la situazione debitoria».
«Ha fatto tutto il possibile»
Di tutt’altro avviso è stato l’avvocato Cesare Lepori, patrocinatore del 65.enne, che ne aveva chiesto il proscioglimento sulla base del fatto che il suo assistito «non ha agito con dolo e il reato di cattiva gestione presuppone l’intenzionalità. Il fatto di aver immesso ingenti capitali in una società e di essersi altamente indebitato per far fronte agli impegni societari denotano che il gerente, a quel tempo, ha fatto tutto il possibile per evitarne il fallimento e mettendo capitali voleva evitare un aggravio dell’indebitamento».
