La storia

«Ho lasciato l’Iran da bambino, non l’ho mai lasciato davvero»

Il racconto dell'imprenditore Daniele Mazidi, arrivato in Svizzera quando aveva 9 anni: «Il regime non reprime solo quando le persone scendono in piazza, lo fa molto prima, nella vita quotidiana, nelle scelte intime, nelle convinzioni personali»
©Stringer
Red. Online
14.01.2026 16:34

Pubblichiamo il racconto dell'imprenditore Daniele Mazidi, fuggito dall'Iran verso la Svizzera quando era solo un bambino.

«Avevo nove anni quando mia madre mi prese per mano e mi disse di salutare la nostra casa. Non perché ci stessimo trasferendo, ma perché non l’avremmo mai più rivista.

Sono nato nel 1988 e sono cresciuto a Teheran, una città enorme, viva, contraddittoria. Per me, allora, era semplicemente casa: le strade, le stanze, le abitudini quotidiane. Non sapevo ancora che una casa può diventare improvvisamente un luogo pericoloso.

Nel 1997 siamo scappati dall’Iran. Mio padre, mia madre, mio fratellino e io. Siamo scappati perché mio padre, dopo anni di studio e di riflessione personale, aveva deciso di cambiare religione. Si era battezzato ed era diventato cristiano cattolico. Una scelta spirituale, intima. Ma in Iran, in quegli anni, una scelta del genere significava esporsi subito a controlli, pressioni e punizioni. O peggio.

Non ricordo un solo episodio clamoroso. Ricordo invece una somma di paure quotidiane. Il silenzio forzato. Le parole non dette. L’attenzione costante a ciò che si poteva dire, e a chi. La sensazione che la scuola, il parco giochi, perfino le mura di casa non fossero più luoghi neutrali.

La decisione di partire fu improvvisa. Non per mancanza di amore verso il nostro Paese, ma per una necessità di protezione. Non c’era il tempo di spiegare, di salutare, di chiudere davvero. Ricordo il viaggio. Ricordo la stanchezza. Ricordo Basilea, la prima città svizzera in cui ci siamo presentati per registrarci.

A nove anni non capisci la geopolitica, ma capisci quando qualcosa finisce.

Oggi vivo in Svizzera. Un Paese che mi ha dato sicurezza, diritti, possibilità. Eppure, ogni volta che vedo le immagini dell’Iran di oggi, sento che quella storia non è chiusa. Perché quello che sta accadendo non riguarda solo chi è rimasto. Riguarda anche chi è stato costretto ad andarsene, e a ricostruirsi una vita altrove portandosi dietro un pezzo di silenzio.

Scrivo questo articolo non per spiegare l’Iran con una sola storia. Sarebbe ingiusto. Scrivo perché vorrei che chi vive in Svizzera capisse che la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza non sono concetti astratti. Sono confini invisibili che, quando vengono superati, trasformano famiglie normali in famiglie in fuga.

Oggi, quando guardiamo l’Iran, tendiamo a parlare di crisi, di proteste, di emergenze. Ma quello che vediamo non è una frattura improvvisa. È la prosecuzione di un sistema che, da decenni, decide chi può vivere apertamente e chi deve nascondersi, chi può restare e chi deve fuggire.

Il regime iraniano non reprime solo quando le persone scendono in piazza. Reprime molto prima, nella vita quotidiana, nelle scelte intime, nelle convinzioni personali. È lì che trasforma cittadini in bersagli e famiglie in problemi da eliminare o da far sparire.

La mia storia non è un’eccezione, né una ferita del passato. È una delle tante conseguenze di un potere che teme la coscienza individuale più di qualsiasi protesta. Per questo oggi, mentre vediamo giovani rischiare tutto per dire no, non dovremmo sorprenderci. Dovremmo riconoscere una continuità.

Chi è stato costretto ad andarsene non ha lasciato l’Iran per scelta. È stato espulso moralmente molto prima di attraversarne i confini. E finché questo regime resterà in piedi, continuerà a produrre esili, silenzi e vite spezzate; dentro e fuori dal Paese.

L’Iran non è solo ciò che vediamo nei notiziari. È anche fatto di case lasciate in fretta, di bambini che imparano troppo presto cosa significa non poter tornare indietro. Io sono uno di loro. Non il solo. Forse nemmeno il più sfortunato. E quella fuga, in realtà, non è mai finita».

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