I 90 anni di Don Mino, una vita «vissuta in cammino»

Don Mino compie oggi novant’anni. Ci accoglie tra i libri del suo ufficio a Loverciano. «C’è chi mi chiede cosa faccio: lo vedete, leggo! Ma vorrei avere il tempo per leggere tutto, molto di più». Il piglio è quello di sempre. Si accende quando parla della situazione della diocesi di Lugano, ancora senza un vescovo. Vive le emozioni, tutte, pienamente, ricordando il passato e osservando il presente con lucidità.
Don Mino, compie 90 anni. Come vive lo scorrere del tempo?
«All’inizio ho affrontato questo traguardo con un po’ di fastidio, perché sentivo il peso dei 90 anni. Ripensandoci in questi giorni, però, ho capito che è bello poter rivedere le quattro stagioni della vita: la giovinezza e la formazione, poi l’età del ricevere e quella del dare ciò che si è imparato, insegnare e servire. Ho avuto 25 anni di preparazione e 50 di servizio. Poi arriva il tempo del ritiro, il “tempo del bosco”, come lo chiamava il cardinal Martini: si lasciano le attività pratiche e quotidiane, ci si raccoglie a riflettere. C’è un po’ di malinconia, ma poi ci si riprende. Questo ripensamento rimette ordine e fa capire la bellezza degli anni passati, che restano nella memoria. Adesso sono alla soglia dell’ultima fase, che Martini chiamava, riprendendo un proverbio indiano, “l’età della mendicità”, cioè dell’elemosina: bisogna avere l’umiltà di chiedere agli altri. Tra poco mi toglieranno la patente. Ho guidato per 70 anni e ora devo dipendere da altri. Martini aveva il Parkinson, e la sua “mendicità” riguardava anche le cure personali. Mi devo preparare ad affrontarla. Ma non mi rattristo, perché questo è l’aspetto bello dei 90 anni: guardando indietro vedo quante cose ho ricevuto. Penso alla mia famiglia, mia madre, mio padre, i fratelli, gli zii, i nonni, a rapporti di affetto e di legame bellissimi. Penso alle suore, anche. L’importanza delle suore è grande».
Quali figure l’hanno più segnato?
«Ho vissuto 90 anni con i preti e non ne ho trovato uno che mi mancasse di riguardo o di rispetto. Mi fa soffrire il pensiero che dei preti si parli solo quando sbagliano, mentre un prete che per tutta la vita dà tutto sé stesso non finisce sui giornali. Ne ho avuti di magnifici. Non posso fare nomi, perché alcuni li ho conosciuti nei primi anni della giovinezza, in Italia. Qui in Ticino ricordo il rettore Signorelli, Leber, Del Pietro, Biffi, la bontà del vescovo Jelmini, l’amicizia del vescovo Togni, il mio parroco di Ascona, don Alfonso Pura. Ma che preti! Rivedendo queste cose ripercorro la mia vita e gli studi. A Innsbruck ho avuto come docenti i fratelli Rahner, Karl e Hugo. Mi riempio di gioia e dico: il Signore mi ha voluto bene. Non ho incontrato nessun indegno, e mi hanno aiutato a crescere. Ho vissuto con otto papi e con otto vescovi di Milano. La mia libreria ha cinque scaffali pieni di libri di Martini. Prima di lui c’era il cardinal Schuster. Come posso non essere contento? Mi dispiace di più di invecchiare e di non avere più le possibilità di prima, ma non posso che essere grato per il dono che ho ricevuto. Anche nel mondo politico ho conosciuto molti personaggi. Ma non fatemi parlare di Trump, una figura infelice».
Lei ha parlato più volte della necessità di ripensare la Chiesa.
«La storia è movimento, la storia è vita. Non dico che migliori sempre, ma è sempre diversa. Questo è un dato di fatto, con buona pace di chi pensa che oggi si possa vivere ancora con i criteri e i principi di 3.000 anni fa. Per fortuna o per disgrazia, i progressi della scienza ci mettono in mano strumenti come l’intelligenza artificiale: non possiamo ignorarli, dobbiamo adeguarci alla conoscenza e al cambiamento. Per un cristiano la vita è incarnazione del Verbo: il mistero e la trascendenza dentro la concretezza della storia e della quotidianità, che cambia. Bisogna capire, adeguarsi, mantenere un dialogo con questa storia. Il rischio è che, cambiando, si voglia mettere da parte la religione e la fede, pensando di non averne più bisogno perché abbiamo altri mezzi. Ma non c’è niente che possa sostituire la forza e la luce dello spirito, per quanto perfetta sia la macchina. Per cui è inevitabile camminare con la storia, cercando di incarnare l’eternità della parola, dell’esperienza della trascendenza di Dio. Mi chiedo come si faccia a non capirlo: se si vuole restare vivi bisogna camminare. Gesù dice: “Io sono la via, la verità, la vita”. La via è fatta per camminare, non ha senso stare fermi sulla via. La verità non è statica, è dinamica: cresce, si sviluppa, presenta nuovi problemi e fa anche venire dubbi, ma è vita. E la vita, se non c’è movimento, è morte».
Papa Leone XIV ha dedicato la sua prima enciclica proprio all’IA. Come deve cambiare la comunicazione della Chiesa, per raggiungere le giovani generazioni, in un mondo che cambia anche in questa direzione?
«Ricordo, in passato, di aver avuto un contesto molto cattolico: la famiglia, poi le suore, i preti, la scuola cattolica. Questo ambiente non c’è più. È necessario domandarsi, non per capriccio: che cosa fare con questi ragazzi che distruggono le vetrine e sviluppano in maniera insulsa le proteste, ma che esprimono un malcontento e un’insoddisfazione attraverso strade che fanno paura? Io non ho risposta. Ma dico solo: cerchiamo. Mi ricordo di essere cresciuto in una famiglia, quella dei nonni, dove si pregava la mattina e, a mezzogiorno, non si andava mai a tavola senza aver detto l’Angelus. Questo mondo non c’è più. In casa non si prega più: non c’è tempo, c’è il bus da prendere, ci sono gli orari, c’è il traffico. Bisogna discutere, ascoltando la gente che vive in un mondo così diverso, per capire quale strada sia possibile per ritrasmettere la parola, portare la luce di una tradizione di valori, nonostante pecche e fragilità, perché il cristianesimo è fatto di uomini, di peccatori, non di santi tutti».
Il Concilio era la strada.
«Ma c’è ancora tutta un’opposizione al Concilio. Il litigio blocca il valore della proposta. Non ho risposta, ma ho il coraggio di ricercare, di ridiscutere, di ascoltare di più la gente. Adesso lo si fa anche da noi: hanno scoperto la via sinodale. Sinodo vuol dire fare strada insieme. Ascoltiamo anche i laici. Fino a ieri erano solo i preti e le suore a dare norme e a capire. Questa mentalità va rovesciata, e non so se ci riusciremo. Non si può ridurre tutto alla politica - destra e sinistra -, anche se ha la sua importanza. Bisogna saper leggere i segni dei tempi. Il Vangelo dice che sappiamo prevedere il tempo, ma non sappiamo leggere i segni dei tempi che fanno la storia. È una parola che non valorizziamo abbastanza: segni dei tempi. Questi segni vanno ancora letti e capiti, e da lì devono venire le risposte per oggi, che non possono essere quelle di 200 anni fa».
Papa Leone XIV era stato scelto nel segno dell’unità della Chiesa. Sembra muoversi più nel solco di Francesco. Si aspettava qualcosa di diverso?
«Negli ultimi anni ci sono stati due papi, uno conservatore e uno progressista. Leone sta cercando una mediazione tra le due linee. Non è una questione di contenuti: Francesco non è meno ortodosso di Benedetto XVI. Sono diverse le modalità di vivere il ministero. Non era mai successo, prima di Francesco, che un papa andasse a vivere in albergo. Francesco era un primario sanguigno; Leone è un secondario meditativo, riflette molto, e sbaglierà anche lui, ma dopo aver riflettuto a lungo».
Intanto al nostro cantone manca ancora un vescovo.
«Senza un vescovo diocesano la situazione è difficile. Alcuni organismi della diocesi decadono secondo il diritto canonico, e un amministratore apostolico ha meno poteri di un vescovo, soprattutto in campo finanziario. Di solito viene nominato quando c’è un problema da risolvere, non per guidare una diocesi nel tempo. Per questo la soluzione giusta sarebbe la nomina di un vescovo. Il disagio si sente anche tra i preti, che non hanno più un interlocutore con cui confrontarsi. E il Ticino, oggi, non è rappresentato nella Conferenza dei vescovi svizzeri, e questo pesa. Sulla convenzione del 1968 tra la Confederazione e la Santa Sede, che prevede un vescovo ticinese, dico questo: è datata, ma riflette la struttura federale della Svizzera e il bisogno che i cantoni siano rappresentati. Finché è in vigore va rispettata. Penso che debba essere cambiata, ma per le vie previste, non con strappi».
Le pongo la domanda più intima, forse: come è cambiato il suo rapporto con la fede negli anni?
«Mi sento contento e, tra virgolette, realizzato, perché mi sono messo sulla strada del Concilio. Ho cercato di vivere la mia fede e di farla crescere secondo gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, che mi ha permesso di aprirmi alle novità, di vivere una fede in progresso, in cammino, di capire meglio il mondo che cambia. Faccio un esempio. Adesso si lotta tanto per non dare il diaconato alle donne. Ma il diaconato l’hanno inventato gli apostoli, non Gesù Cristo, e nella storia è cambiato molto: a un certo punto i diaconi facevano la segreteria del papa, poi sono decaduti. E se si desse il diaconato alle donne? Dicono che poi vorrebbero diventare preti. Non lo so. Oggi non mi pare che sia maturo, ma se dovesse succedere, che eresia è? C’è una tradizione che deve far riflettere, ma non si può non fare una cosa per paura che ne succeda un’altra: non mi pare un criterio. Prendiamo il perdono dei peccati. Il Concilio ha detto che ci sono tre modi per perdonare i peccati, e l’eucaristia, come diceva Martini, perdona i peccati. Anche i matrimoni falliti. Il matrimonio è indissolubile: “Non separi l’uomo ciò che Dio ha unito”. Ma se si è rotto, si è rotto. Ho camminato, ma l’ho fatto per la strada del Concilio, che incontra ancora molte difficoltà: quei quattro che han voluto mettere su una mitra. Per fare che cosa? Non c’è bisogno di dividere e di contrapporsi. C’è bisogno di parlarsi e di intendersi. Di fronte alla diminuzione delle vocazioni, anche delle suore, se non cambiamo la struttura... È tutto da studiare, da vedere. Non ho paura a dirlo, perché ho seguito il Concilio».
Abbiamo parlato del tempo che scorre, ma non ancora delle gioie di oggi. Che cosa le dà gioia?
«Oggi mi dà gioia l’apertura che i papi, più dei fedeli, mostrano verso la pace e verso l’accoglienza dell’altro, del diverso, anche di altra religione e cultura. Camminare insieme, cercando il dialogo e rispettando le diversità, dove possibile convergendo. È un cammino non facile, ma è l’unico possibile: se non costruiamo la pace, c’è la guerra, come vediamo anche con i moti di questi giorni. Mi piace questo atteggiamento, che i papi ci danno l’esempio di seguire: camminare nella pace senza perdere la propria identità, nel rispetto dell’altro. Non dobbiamo sostituirci al Padre Eterno. Mi dà fastidio chi fa il Padre Eterno. Lasciamo fare a lui il suo mestiere, noi facciamo il nostro, che è diverso: non mandare all’inferno la gente, ma portarla in paradiso».
Che senso dà, oggi, alla morte?
«La soffro, perché mi fa sentire servo inutile. È Vangelo, però: al capitolo 17 di Luca si dice “quando avete fatto quello che dovevate fare, dite: sono servo inutile”. Non capirlo bene ferisce: come, servo inutile? Servo inutile vuol dire servo che non porta più utili concreti. Se ci si sente inutili per l’età, questo fa riflettere molto. Ma mi aiuta ad accettare la morte: se sono servo inutile qui, spero che di là sia ancora più utile. Quindi l’attendo in spirito francescano, “sorella morte”. Fa parte della nostra traiettoria: desidero vedere il tuo volto, se ci sei, e ritrovare un’unità nuova con i miei, la famiglia, gli amici. Avendo fede che ci sarà un’altra vita, perché dovrebbe farmi paura?».
