L'intervista

I sogni sono importanti, basta che siano realizzabili

Sergio P. Ermotti sarà il prestigioso ospite di TEDxBellinzona – Prima di raggiungere i vertici di UBS, il banchiere ticinese aveva scelto l’apprendistato sognando il calcio – Poi fu la finanza a conquistarlo
© CdT/ Chiara Zocchetti
Prisca Dindo
12.09.2026 12:00

A15 anni, prima di scegliere l’apprendistato in banca, cosa pensava?
 Il mio sogno non era la banca, ma il calcio. Consideravo l’apprendistato una tappa temporanea, fino a diventare calciatore professionista o, come piano B, insegnante di sport. Bastarono pochi mesi per capire che la banca era molto più di un riempitivo.

Che ruolo hanno avuto i suoi genitori?
Più che la scelta professionale, hanno influenzato il mio carattere e i miei valori: tenere i piedi per terra, l’umiltà e il senso di responsabilità verso il datore di lavoro. Mia madre temeva la mia voglia di uscire dalla comfort zone. A 25 anni, quando le comunicai di voler lasciare una carriera già impostata per una banca americana a Zurigo, era preoccupata. A me quella comfort zone stava stretta: volevo fare ciò che mi piaceva.

Che generazione di giovani vede oggi sul lavoro? È diversa dal giovane Sergio?
I giovani affrontano un mondo del lavoro più complicato. Un tempo sui laureati piovevano le offerte; ora il mondo del lavoro è diventato più complesso e trovare il primo impiego è più difficile. Ma quando li incontro, ritrovo nei giovani l’entusiasmo e la voglia di imparare della mia generazione.

Cosa mettere nello zaino per arrivare lontano?
Oltre alla capacità e alle doti, passione, dedizione, perseveranza, coraggio e un briciolo di fortuna.

L’intelligenza artificiale accelera: come non restare a terra?
Non sono i giovani a preoccuparmi: sono nati e cresciuti in questo mondo. Rischiano soprattutto coloro che rifiutano il cambiamento: perderanno competitività. L’AI deve aumentare l’efficienza, senza dimenticare il fattore emotivo umano, che rimane essenziale.

Meglio seguire i sogni o essere pragmatici?
I sogni sono importanti, purché realistici. Meglio tanti sogni brevi che uno irrealizzabile.

Che consiglio darebbe al mondo dell’educazione?
Sviluppare curricula in cui la conoscenza della materia proceda di pari passo con la tecnologia, mostrando che sono complementari. Non dobbiamo imporre modelli troppo tradizionali, ma sarebbe sbagliato delegare tutto alla tecnologia. Apprendistato e formazione classica sono solo l’inizio: il giovane deve investire su sé stesso, evolvere e imparare continuamente. È la prima garanzia per restare competitivo. Senza delegare questo compito unicamente allo Stato o al datore di lavoro.

Ha conquistato il mondo dal Ticino. È impensabile per un giovane ticinese?
Certo che è possibile: qualcuno lo starà già facendo. Un apprendistato apre molte porte. Conta ciò che si è nella pratica, non solo ciò che si è studiato. Ovviamente operare in un contesto meritocratico è un fattore determinante.

Come può restare competitiva la piazza finanziaria svizzera?
Il successo della Svizzera non è piovuto dal cielo. Dobbiamo puntare su qualità, stabilità e affidabilità. Il contesto è diverso dagli anni Sessanta, quando la concorrenza mondiale era poca. Oggi servono condizioni quadro e regole per restare concorrenziali. Troppa burocrazia sta però minando alcuni capisaldi del sistema.

Bisogna partire per valere qualcosa o si può costruire restando?
Partii per Zurigo pensando di tornare entro cinque o dieci anni. Allora molte più banche avevano sede in Ticino. Oggi, nel mio campo, non tutti possono svolgereda noi le attività possibili a Ginevra, Zurigo o Londra. Occorrono motori di crescita e aziende ticinesi che cerchino persone competenti. I giovani torneranno con posti di lavoro interessanti. La storia ticinese è comunque costellata di storie di emigrazione.

Potesse tornare indietro, cosa direbbe al giovane Sergio?
Segui il tuo istinto.

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