Idroelettrico, PLR e Centro: «I proventi restino in Valle»

Il futuro dell'idroelettrico ticinese entra in Gran Consiglio con una doppia mossa politica. PLR e Centro hanno presentato due iniziative parlamentari complementari sul tema dell'acqua, delle valli e del valore generato dagli impianti idroelettrici. A firmarle i rispettivi presidenti di partito, Alessandro Speziali per il PLR e Fiorenzo Dadò per Il Centro, con il sostegno di alcuni deputati delle Valli di entrambi gli schieramenti.
«Non è assistenzialismo»
Il messaggio politico è chiaro: le comunità di montagna, che da decenni convivono con dighe, bacini artificiali e alterazioni paesaggistiche, devono ricevere un riconoscimento concreto per la risorsa idrica che mettono a disposizione dell'intero cantone.
«Le Valli non chiedono assistenzialismo, ma un riconoscimento equo per una risorsa che ha prodotto valore per tutto il cantone», si legge nella nota congiunta dei due partiti.
Tra il 2035 e il 2048, le concessioni sui principali impianti idroelettrici ticinesi scadranno, e il controllo della quasi totalità della forza idrica del territorio passerà nelle mani del Cantone. Un trasferimento epocale iniziato nel 2022 quando il Gran Consiglio ha respinto la domanda di rinnovo della concessione per le acque della Maggia e dei suoi affluenti, aprendo formalmente il processo di trasferimento.
Ad illustrare l’idea di fondo degli atti parlamentari è stato il presidente del Centro Fiorenzo Dadò, il quale ha dapprima ripercorso la storia dell’edificazione degli impianti idroelettici in Ticino, per poi commentare: «Queste centrali fruttano centinaia di milioni di franchi, mentre i canoni d’acqua portano annualmente 53 milioni nelle casse cantonali. A beneficiarne, però, sono stati per lo più altri: le maggiori centrali ticinesi sono oggi in mano alle cosiddette Partnerwerke – azionisti d’oltre Gottardo per l’80% – con contratti di utilizzo delle acque della durata di 80 anni. L’enorme ricchezza prodotta in Ticino ha quindi in gran parte varcato le Alpi. Con il ritorno dei grandi impianti al Ticino nei prossimi decenni, ci saranno grandi guadagni, ed è giusto che qualcosa resti anche alle zone periferiche».
Il fondo cantonale
La prima iniziativa – presentata nella forma elaborata – propone quindi di modificare la Legge sull’utilizzazione delle acque introducendo un nuovo articolo, il 23a. Il cuore della proposta è l’istituzione di un fondo cantonale alimentato con una quota dei proventi dei canoni d’acqua.
«Parliamo di circa 5 milioni di franchi all’anno, ossia il 10 % dei proventi legati ai canoni d’acqua», ha spiegato Dadò.
Le risorse così raccolte sarebbero destinate a scopi precisi, come la rinaturazione dei corsi d’acqua, la protezione e valorizzazione dei paesaggi danneggiati dallo sfruttamento idrico e lo sviluppo economico, sociale e culturale delle zone periferiche attraverso opere pubbliche.
«Non si tratta di distribuire risorse a pioggia, ma di sostenere progetti specifici presentati dai Comuni, valutati e finanziati dal Cantone tramite apposito regolamento del Consiglio di Stato», ha spiegato ancora Dadò.
In sostanza, una parte del valore prodotto grazie allo sfruttamento idrico deve tornare nei territori che da generazioni ne sopportano le conseguenze paesaggistiche, ambientali ed economiche.
«Un patto tra città e valli»
La seconda iniziativa, presentata nella forma generica, guarda invece all’orizzonte più lontano: la grande stagione delle riversioni idroelettriche. «Si tratta di riconoscere che una parte del valore generato dall’idroelettrico debba tornare sul territorio», in particolare nelle Valli, ha esordito dal canto suo Speziali. Il quale ha argomentato in questi termini: «Per tanti anni il Ticino ha vissuto una forma di colonialismo energetico da parte della Svizzera interna. Ora, vogliamo che questa grande rivoluzione che sono le riversioni non si fermi unicamente ai conti cantonali».
Di qui, appunto, la proposta di mettere «nero su bianco» alcuni aspetti perequativi a favore dei Comuni che ospitano questi impianti e dei territori appartenenti ai relativi bacini idrografici. «Il grande rischio che andrà evitato è che le maggiori entrate finanziarie che potrebbero potenzialmente spettare alle Valli spariscano nel bilancio generale del Cantone».
In altre parole, occorre evitare che le nuove risorse generate dalle riversioni vengano disperse nel bilancio generale del Cantone, o neutralizzate attraverso modifiche del sistema perequativo, senza quindi produrre un effettivo miglioramento della situazione finanziaria dei Comuni di valle. «Altrimenti, la rivoluzione sarebbe a metà, e per nulla equa», ha aggiunto Speziali. Insomma, occorre evitare che per le Valli tutta l’operazione sia a somma zero. «Con maggiori risorse saranno più forti». Per questo motivo, «l’optimum sarà di fornire più risorse alle Valli di modo che peseranno di meno su città e centri urbani».
Come ha illustrato Speziali, un incremento strutturale e non neutralizzato dei flussi finanziari a favore dei Comuni che presentano impianti idroelettrici persegue due obiettivi: da un lato assicurare maggiori risorse ai territori che hanno sopportato e continuano a sopportare gli oneri dello sfruttamento idroelettrico; dall’altro, può contribuire a ridurre il fabbisogno perequativo complessivo e, di riflesso, l’onere a carico dei Comuni paganti. Speziali e Dadò hanno parlato di un «nuovo patto territoriale tra valli e città». In questo senso, l’iniziativa non si concentra unicamente sui comuni periferici.
In definitiva, l’iniziativa chiede al Consiglio di Stato di elaborare un messaggio che – in vista delle prime scadenze concessorie – proponga una revisione della legge sull’energia e della normativa sulla perequazione intercomunale.
