Il booster, le misure, le incertezze: la Svizzera ora si sente in ritardo

Ritardo nelle decisioni federali sulle somministrazioni della dose di richiamo, misure restrittive arrivate solo qualche giorno fa e comparsa della nuova variante Omicron. Forse si può partire da qui per capire perché ci troviamo nella situazione attuale. I contagi in Ticino hanno toccato ieri un nuovo record: 492 infezioni, il dato più alto dall’inizio della pandemia. Un balzo dei casi è stato rilevato anche in Svizzera, dove sono stati confermati 11.562 contagi, dopo gli 8.167 di mercoledì. «La situazione è preoccupante: abbiamo avuto un incremento notevole negli ultimi giorni e, soprattutto, è difficile stimare quanti di questi casi si tradurranno in ospedalizzazioni», commenta Paolo Bianchi, direttore della Divisione della salute pubblica. Secondo Andreas Cerny, direttore Fondazione Epatocentro Ticino, «tutto questo è il risultato di una reazione troppo lenta».
Attendismo eccessivo
«Alla fine della stagione calda - ricorda Cerny - nel Nord Europa si vedeva già una ripresa dei contagi a causa della variante Delta. È toccato prima ai Paesi baltici, poi alla Russia. Da lì il virus è tornato a farsi pericoloso nel Regno Unito, dove nel frattempo erano state abbandonate tutte le misure di protezione, per poi scendere nei Paesi dell’Est, dove il tasso vaccinale era basso». L’onda, qualche settimana dopo, è arrivata anche in Austria. «Lì, però, il Governo ha prestato maggiore attenzione alle raccomandazioni degli esperti. Si è visto che il virus circolava di più tra i giovani, e sono state introdotte misure nelle scuole, con le mascherine fin dalla prima elementare e i test ripetuti. Tutte cose che noi, in Svizzera, non abbiamo adottato». Mentre i Paesi attorno a noi si muovevano, il Consiglio federale è rimasto in attesa. «Il Governo ha sì raccomandato i test ripetuti a scuola, ma solo pochi Cantoni hanno dato seguito a questa proposta, peraltro già molto soft». Insomma, «si è tardato molto, forse troppo».
Da lunedì, però, è entrata in vigore una stretta. «Avremmo dovuto muoverci prima, anche perché ora abbiamo la sfortuna di avere a che fare anche con la variante Omicron», sostiene Cerny. Ora che i provvedimenti ci sono, «per vedere un calo delle infezioni, dovremo attendere un paio di settimane. Introdurre ulteriori misure fin d’ora, non avrebbe invece molto senso. La popolazione ha capito la situazione, sa come deve comportarsi con le feste in arrivo». A posteriori, anche secondo Bianchi è stato commesso qualche errore di valutazione: «La mascherina era una misura equilibrata, un sacrificio sopportabile. Invece, da metà settembre, con l’introduzione del certificato, la Svizzera - un unicum a livello continentale - ha deciso che questa misura, il pass appunto, potesse sostituire tutti gli altri provvedimenti. Un principio reiterato a due riprese, nella falsa convinzione che una cosa potesse sostituire l’altra. Anche oggi, con l’introduzione del 2G plus, da un lato si sfavorisce quella fetta di popolazione che, pur vaccinata, non può ancora ricevere il booster. Dall’altro, con la richiesta del tampone, si va a gravare sul sistema, in un momento in cui le risorse dovrebbero essere orientate a testare chi ha sintomi». Forse, sostiene Bianchi, «l’utilizzo della mascherina non avrebbe cambiato il corso degli eventi, ma certamente è stato veicolato un messaggio errato».

La dose di richiamo
Dal confronto con gli altri Paesi, emerge anche un certo ritardo nella somministrazione della dose di richiamo. In Svizzera il via libera è arrivato a fine ottobre e finora ha ricevuto il booster solo il 19% della popolazione (in Ticino il 21%). «Dai dati degli altri Paesi - rileva Cerny - si sapeva già da luglio e agosto che gli anticorpi iniziavano a calare quattro o cinque mesi dopo la vaccinazione. Erano dati di dominio pubblico». Invece, la Confederazione è partita con le somministrazioni del booster nella stessa settimana in cui si promuoveva la vaccinazione di base degli indecisi. «Così, da un lato le nuove prime dosi sono state pochissime, e dall’altro si è tardato l’avvio della campagna di richiamo». Secondo Cerny, però, anche i Cantoni hanno reagito troppo lentamente: «Una volta avuto il via libera, avrebbero dovuto procedere con lo stesso ritmo della scorsa estate, invece i numeri delle somministrazioni nelle prime settimane di novembre sono stati molto bassi». Da parte sua, Bianchi sottolinea però che «la Confederazione attendeva ancora di avere basi scientifiche solide prima di dare il via libera». La prospettiva, poi, «è cambiata molto rapidamente»: «Tuttavia, ci conforta il fatto che in Ticino siamo riusciti a proteggere prioritariamente, con il richiamo, le fasce più fragili della popolazione, ed entro fine anno il tasso di copertura tra gli over 75 sarà superiore al 90%». Inoltre, «non dobbiamo dimenticare - prosegue Bianchi - che il cambiamento di paradigma deciso dalle autorità federali - con la riduzione da sei a quattro mesi - ha generato molta pressione sul sistema organizzativo dei diversi Cantoni».
L’imprevisto Omicron
Agli errori di valutazione, si somma anche un imprevisto: la comparsa della nuova variante. «Alcuni sostengono che Omicron sia meno aggressiva, io dico che serve cautela. Per sapere davvero qualcosa in più, bisogna attendere ancora qualche settimana. Anche perché i dati disponibili ci arrivano da un Paese, il Sudafrica, con una popolazione molto giovane e poco vaccinata. Una popolazione molto differente dalla nostra», sostiene Cerny. Dello stesso avviso anche Bianchi: «Anche ipotizzando che Omicron sia meno contagiosa, se i contagi dovessero aumentare in maniera esponenziale, l’effetto sulle ospedalizzazioni sarebbe comunque rilevante. Le prime due ondate sono per certi versi state simili tra loro, oggi abbiamo molte incognite sulla nuova variante, la sua gravità e la protezione vaccinale». Del resto, oggi abbiamo anche il vaccino: «Continuiamo a ritenere che il vaccino abbia un impatto positivo e rilevante. Non ha risolto tutto, ma resta uno strumento fondamentale, benché forse non ancora decisivo».
