«Il canone a 200 franchi spingerà la SSR a riorganizzarsi ed abbracciare la modernità»

Il servizio pubblico deve tornare all'essenziale. È su questo principio che il comitato ticinese a sostengo dell'iniziativa popolare «200 franchi bastano!», in votazione l'8 marzo, ha insistito oggi in conferenza stampa al Palazzo dei Congressi di Lugano. Presenti i consiglieri agli Stati Marco Chiesa (UDC) e Fabio Regazzi (il Centro), i consiglieri nazionali Lorenzo Quadri (Lega dei Ticinesi) e Piero Marchesi (UDC), il vice-coordinatore della Lega dei Ticinesi Gianmaria Frapolli e l'ex consigliere comunale di Locarno Marco Bosshardt (PLR).
Il nodo dell'efficienza
Informazione di qualità, approfondimenti seri e cultura: sono i tre pilastri su cui, secondo i sostenitori dell'iniziativa, il servizio pubblico della SSR deve concentrarsi. «Invece di focalizzarsi sull'essenziale, la SSR negli anni ha continuato a espandersi e oggi conta 25 emittenti finanziate dal canone: 17 radio e 8 canali televisivi», sottolinea Chiesa. «Informazione, approfondimenti e cultura occupano oggi meno del 50% delle ore totali di emissione televisiva, il resto del palinsesto non giustifica l’imposizione di un finanziamento obbligatorio da parte dei cittadini», puntualizza da parte sua Marchesi. «Chi vuole intrattenimento, sport e formati leggeri dovrà pagarli. Se la SSR entrasse poi nell’ottica di mercato, i suoi ricavi potrebbero aumentare grazie alla fornitura di servizi a pagamento».
Nel mirino dei sostenitori dell'iniziativa popolare «200 franchi bastano!» anche l'apparente immobilismo della SSR. «Negli ultimi anni il mondo dei media è cambiato radicalmente così come sono mutati il pubblico, le abitudini di consumo e le tecnologie», osserva Chiesa. «In questo contesto la SSR non può permettersi di rimanere ferma. È da tale consapevolezza che nasce l'iniziativa».
A essere messe in discussione anche le modalità di riscossione del canone. «Il canone più caro del mondo è oggi di fatto un’imposta per finanziare la SSR totalmente scollegata dal consumo effettivo di una prestazione: i cittadini pagano per un servizio non per forza richiesto», evidenzia Quadri che poi aggiunge: «Un servizio, per di più, che non è solo lo Stato a poter offrire».
A ciò va poi aggiunto che i cittadini, e in particolar modo i giovani, fruiscono sempre meno di televisione e radio generaliste. Oggi un ruolo importante lo giocano in effetti il pay-per-view e la fruizione di contenuti on demand. «Ciò avrebbe dovuto spingere la SSR a ridimensionarsi», spiega Quadri. «È invece successo l’esatto contrario: i costi operativi nel 2024 sono aumentati di 39 milioni di franchi rispetto all’anno precedente e il numero di dipendenti ha raggiunto la cifra record di circa 7.200. È chiaro che questa logica non è più quella del servizio pubblico perché di fronte alla perdita di fruitori, l’azienda avrebbe dovuto ridimensionarsi. Ha invece assunto la logica del centro di potere in perpetua espansione. Insomma, non si può andare avanti all’infinito a proporre ai cittadini modelli di novant’anni fa come se nel frattempo non fosse cambiato nulla e non è nemmeno accettabile farlo usando il ricatto dei posti di lavoro che si perderebbero». Sulla crescita dell'organico della SSR si è concentrato anche Bosshardt. «Negli ultimi anni il numero di collaboratori della RSI è aumentato a dismisura; mi domando se anche la qualità dell’offerta sia andata di pari passo crescendo. Tra il 2000 e il 2024 l’aumento del personale a livello svizzero è stato del 20%, cosa che mi sembra eccessiva e che mi pone a interrogarmi sulle ragioni di questi aumenti di organico».
Secondo i sostenitori dell'iniziativa popolare, i giovani sono i più penalizzati dal canone odierno. «Nonostante siano coloro che hanno le disponibilità economiche più esigue, si vedono costretti a pagare per un servizio di cui essenzialmente non usufruiscono», osserva Quadri.
I sostenitori del canone a 200 franchi rifiutano anche l'argomentazione che un «sì» alle urne implicherebbe lo smantellamento del servizio pubblico. «Con un canone di 200 franchi la SSR continuerebbe a incassare oltre 850 milioni di franchi l’anno, considerando anche la pubblicità», spiega Chiesa. «Insomma, la base finanziaria è solida ed è più che sufficiente per garantire un servizio pubblico forte, autorevole e credibile. E c’è di più: ridurre il canone non significa chiudere le porte, ma aprirle spingendo la SSR a uscire dalla logica del monopolio protetto per entrare in quella dell’innovazione, della responsabilità e, soprattutto, di mercato. Il vero rischio oggi non è il mutamento, bensì fingere che nulla stia cambiando. Un "sì" all’iniziativa "200 franchi bastano!" è un chiaro invito a riformare, semplificare e concentrarsi sul mandato pubblico». Sulla stessa lunghezza d'onda anche Frapolli secondo cui «una lettura puramente aziendale porta a una conclusione chiara: 850 milioni sono più che sufficienti ad adempiere al mandato di servizio pubblico. In questo senso è utile abbandonare la retorica emotiva per adottare il punto di vista che si applica a qualunque azienda di dimensione comparabile, ovvero quello della riorganizzazione strategica. Nessuna azienda può sottrarsi alle regole dell’economia globale, soprattutto in un contesto di profonda trasformazione tecnologica». Da parte sua, Regazzi spiega che «in tutti i campi finanziati da cittadini e aziende discutere di costi, priorità ed efficienza è considerato non solo normale, ma anche doveroso. Mettere pertanto in discussione dimensioni, missione e perimetro d’azione della SSR non è un attacco alla democrazia, bensì un esercizio di responsabilità politica».
Investire nella tecnologia
Per il comitato ticinese a sostengo dell'iniziativa popolare «200 franchi bastano!» è importante che la SSR abbandoni il vecchio modo di fare e guardi con convinzione alle sfide future. In questo senso, un ruolo fondamentale è giocato dalla tecnologia. «Negli ultimi dieci anni tutti i grandi gruppi mediatici hanno ridisegnato i propri processi tra redazioni integrate, produzioni crossmediali e razionalizzazione delle infrastrutture tecnologiche e tecniche», osserva Frapolli. «Immaginare che la SSR possa continuare a lavorare con le strutture pensate nell’era analogica mantenendo costi fissi elevati significa ignorare la realtà del settore. Una ristrutturazione aziendale non equivale a un indebolimento dell’informazione, bensì alla sua messa in sicurezza. La SSR deve rivedere come fare le cose e non se farle. L’argomento secondo cui oggi l’informazione costa di più non regge. Il vero nodo non è la sostenibilità del servizio pubblico, bensì l’efficienza dell’organizzazione: cultura, sport e intrattenimento dovranno essere ripensati, ridimensionati o prodotti in modo diverso. Riassumendo: bisogna investire nella tecnologia, semplificare le strutture ed eliminare le ridondanze».
Quel garagista di Winterthur
A pagare ingiustamente cifre troppo elevate per il canone radio-TV non sono comunque solo i cittadini, secondo il comitato ticinese a sostegno dell'iniziativa popolare «200 franchi bastano!» particolarmente colpite sono anche le aziende. Tutto ruota attorno alla questione della doppia imposizione. «Imprenditori e dipendenti pagano già il canone a titolo privato; nonostante ciò le aziende sono chiamate a pagarlo di nuovo e lo devono fare, per di più, in base al fatturato. Ciò indipendentemente dall’utilizzo effettivo dei contenuti della SSR. Non viene poi considerato se l’azienda abbia conseguito un utile o una perdita. Questo sistema è iniquo», tuona Regazzi.
Particolarmente svantaggiate, secondo il presidente dell'USAM, sono le piccole e medie imprese che hanno margini ridotti e devono fare i conti con la pressione per il franco forte e i costi per la digitalizzazione e la formazione. «È evidente che i soldi che finiscono nel canone non possono essere investiti in altri ambiti quali l'apprendistato e l'innovazione, per esempio», ammonisce Regazzi.
Il consigliere agli Stati del Centro cita quindi l'esempio di un garagista di Winterthur. «Nel 2024 ha dovuto versare 6.925 franchi di imposta radio-tv nonostante la sua impresa in quell’anno avesse registrato una perdita. Il suo commento è stato: "Abbiamo pagato di più per il canone che in imposte. In più non fruiamo nemmeno dei servizi della SSR. Tutto ciò è semplicemente assurdo"».
Tre domande
A chiudere la conferenza stampa indetta al Palazzo dei Congressi di Lugano ci ha pensato Marco Chiesa. E lo ha fatto in modo provocatorio ponendo tre domande. «Mi chiedo innanzitutto come mai nel 2008 la SSR contasse 5.976 collaboratori e oggi ne conti 7.130? Significa che in passato il pluralismo, la democrazia e la coesione nazionale sono stati a rischio? In secondo luogo: come mai Teleticino riceve dal canone 3,8 milioni di franchi ed è capace di fare servizio pubblico girando tutto il cantone? L’emittente di Melide riesce con le briciole a fare quello che la RSI fa con 220 milioni. Infine: come mai il Partito Socialista finanzia con 820.000 la campagna della SSR?».
