Il caso

Il capofamiglia rimpatriato subito prelevato dalla Polizia

Yahya Pokerce, espulso dalla Svizzera con moglie e figlioletto, preso in consegna dagli agenti all’aeroporto di Istanbul - Le reazioni della politica, tra la comprensione per i risvolti umani della vicenda e l’obbligo di rispettare le leggi in materia di asilo
Spartaco De Bernardi
08.05.2026 06:00

Quanto temevano i suoi familiari è puntualmente avvenuto. Non appena atterrato a Istanbul con il volo partito dall’aeroporto di Zurigo-Kloten, Yahya Pokerce è stato fermato dalla polizia e condotto in centrale. L’uomo viveva da anni a Riazzino con la moglie Muhterem e i figli Zelal, Yekta e Azaz. Come abbiamo riferito nell’edizione di ieri, mercoledì mattina il 53.enne è stato oggetto di un rimpatrio forzato insieme alla consorte e al figlio minore. In Turchia, il capofamiglia è ricercato per aver pubblicato una vignetta offensiva nei confronti del presidente Recep Erdogan. Ritenendosi vittima di una persecuzione, l’uomo di etnia curda era fuggito dal suo Paese e aveva chiesto asilo in Svizzera per lui e per la famiglia. La sua richiesta è però stata respinta in via definitiva, al pari di quella della consorte e del figlioletto. A Riazzino sono rimasti i due figli maggiorenni, Yekta e Zelal, i quali attendono gli esiti del ricorso inoltrato contro la decisione negativa sulla richiesta affinché sia loro riconosciuto il caso di rigore. «Lo hanno subito preso in consegna. Altre informazioni non ne ho, se non quella che gli è stato concesso di avere un avvocato che lo assista», racconta Zelal, la quale aggiunge: «Mia mamma ora è da suo fratello insieme ad Azaz. Perlomeno hanno una casa in cui vivere. Tuttavia è molto preoccupata per le sorti di papà». Il 53.enne è poi stato rilasciato nel primo pomeriggio di ieri e ha così potuto riabbracciare moglie e figlio. Dovrà però restare a disposizione delle autorità

Mobilitazione comprensibile

Sul caso della famiglia Pokerce abbiamo interpellato i presidenti e i coordinatori dei principali partiti ticinesi. «Casi come questo toccano indubbiamente la realtà del nostro territorio. È però chiaro che, in uno Stato di diritto, le leggi vanno rispettate e applicate. Leggi che talvolta possono generare una percezione di ingiustizia, soprattutto nel caso in cui vanno a toccare famiglie che risiedono da tempo nel nostro Paese», osserva Alessandro Speziali. Il presidente del PLR aggiunge: «Non conosco nel dettaglio il caso in questione, tuttavia posso comprendere che ci si sia mobilitati a favore di questa famiglia. Ribadisco comunque che il rispetto delle leggi permette di mantenere una corretta e sostenibile politica di accoglienza nel tempo».

Della stessa opinione è il coordinatore della Lega Daniele Piccaluga. «Sul piano umano certe situazioni possono colpire. Ma uno Stato di diritto non può funzionare sull’emotività o facendo eccezioni caso per caso. La Svizzera ha regole chiare in materia d’asilo e i Cantoni non possono semplicemente ignorare decisioni federali cresciute in giudicato: chi non applica le indicazioni di Berna viene sanzionato». Piccaluga ricorda poi che questa famiglia ha vissuto per oltre cinque anni in Svizzera interamente a carico della collettività.«È quindi legittimo che lo Stato pretenda il rispetto delle procedure e delle decisioni adottate dalle autorità competenti. Se iniziamo a fare eccezioni ogni volta che un caso suscita emozione, il rischio è di svuotare completamente di credibilità il sistema dell’asilo e il principio stesso dello Stato di diritto. La solidarietà è importante, ma deve andare di pari passo con il rispetto delle regole e con la responsabilità verso i cittadini che finanziano il sistema».

In linea con i suoi due colleghi il presidente dell’UDC Piero Marchesi. «In uno Stato di diritto le leggi si applicano. Anche quando prevedono il rimpatrio di chi non ha ottenuto il diritto di restare in Svizzera. Sul piano umano posso comprendere il dispiacere di chi deve partire. Ma sul piano istituzionale non può esserci ambiguità: se una decisione è definitiva, va eseguita. E quando, finalmente, un rimpatrio viene effettuato, sarebbe il caso di prenderne atto senza trasformare ogni applicazione della legge in uno scandalo».

«Ora si pensi a Zelal e Yekta»

«Siamo consapevoli che la competenza in questo caso è federale. Riteniamo tuttavia che almeno per Zelal e Yekta il Consiglio di Stato debba esercitare la sua influenza affinché possa esser loro riconosciuto il caso di rigore e quindi possano rimanere nel nostro Paese. Sarebbe un gesto nobile, umano, che darebbe lustro all’attività del Governo», rileva il co-presidente del PS Fabrizio Sirica, ricordando anche la petizione corredata da 1.700 firme lanciata dai compagni di studio e di lavoro e la lettera sottoscritta da 24 deputati al Gran Consiglio in sostegno della permanenza in Svizzera dei due ragazzi. «Già la famiglia è stata divisa e il papà è stato subito preso in consegna dalla Polizia turca. Facciamo in modo che almeno Zelal e Yekta possano terminare la formazione che hanno iniziato in Ticino e che ora sono stati costretti a interrompere».

Speranza appesa a un filo

Come accennato, tramite l’avvocata Immacolata Iglio Rezzonico, i due ragazzi hanno interposto ricorso contro una prima decisione negativa dell’Ufficio della migrazione sull’istanza per l’ottenimento del cosiddetto «caso di rigore» affinché venga rilasciato loro il permesso B per integrazione. Zelal e Yekta attendono in particolare il preavviso del Consiglio di Stato all’indirizzo della Segreteria di Stato per la migrazione a Berna, cui compete la decisione in ultima istanza.

«Il caso della famiglia Pokerce è molto spiacevole e rincresce che sia finito in questo modo. Non è purtroppo il primo e non sarà nemmeno l’ultimo», sottolinea Raffaele Dadò. Anche secondo il presidente del Centro ora «è necessario fare tutto il possibile per la permanenza in Ticino dei due figli maggiorenni».

Tra i firmatari della citata lettera di sostegno a Zelal e Yekta, Samantha Bourgoin ritiene che «le istituzioni che si occupano di asilo sono più impegnate a svolgere un ruolo deterrente invece di assolvere al loro compito di accoglienza». E al riguardo della situazione di Zelal e Yekta, la co-coordinatrice dei Verdi è a sua volta convinta che ci si debba battere fino in fondo per fare in modo che possano rimanere in Ticino, almeno per portare a termine gli studi, rispettivamente l’apprendistato. E questo affinché «le risorse investite nella loro formazione possano avere un effetto positivo, sia che rimangano definitivamente in Svizzera, sia che siano costretti a lasciare il nostro Paese».