Il carcere a due passi da noi dove la situazione è esplosiva

«Il carcere di Como è una polveriera». In una riunione del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico della provincia di confine, in prefettura, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, esponente del governo italiano, ha usato queste parole per descrivere la situazione del Bassone. Nel penitenziario del capoluogo lariano i detenuti sono quasi il doppio rispetto alla capienza massima di 226 posti. Il 13 novembre scorso è scoppiata una rivolta, sedata dopo ore ad altissima tensione. L’ultimo, grave episodio di una lunga serie. «Le violenze sono all’ordine del giorno e non si contano più gli agenti feriti», denunciano da tempo i rappresentanti della polizia penitenziaria.
Il bilancio della rivolta è stato di due agenti e un detenuto soccorsi e portati in ospedale. Il detenuto, 24 anni, marocchino, in carcere per un cumulo di condanne per reati legati allo spaccio di droga e rapine, mercoledì scorso si è tolto la vita. Dimesso dall’ospedale dopo le cure, era stato portato nell’infermeria del Bassone, dove si sarebbe impiccato.
«La sconfitta di un sistema»
L’epilogo più tragico, peraltro tutt’altro che isolato, dato che il dramma dei suicidi in carcere è ormai un’emergenza in Italia. «E’ l’ennesima sconfitta per il nostro sistema penitenziario e per tutti noi – ha denunciato Luigino Nessi, Sinistra Italiana –. Questa tragica morte interpella nuovamente tutti, lo Stato, il Governo, la nostra città, la società civile. Non possiamo più far finta di niente. Ribadiamo ancora che al Bassone serve personale di polizia penitenziaria, personale dell’area educativa, potenziamento dell’area sanitaria, potenziamento dell’area scolastica, maggiori possibilità di incontri e di iniziative condivise con il terzo settore e con il volontariato. Così non è più possibile continuare».
Il numero dei detenuti, dopo la rivolta è stato leggermente ridotto perché quasi cinquanta dei 440 reclusi sono stati trasferiti in altri penitenziari. Una misura decisa dopo i gravi disordini per allontanare almeno parte delle persone coinvolte e per ridurre la tensione. Non ancora abbastanza, almeno stando alla richiesta di cui si era fatto portavoce il segretario della Federazione Nazionale Sicurezza della Cisl di Como e Varese Giovanni Savignano, che aveva chiesto «l’allontanamento di almeno 100 ristretti e la ristrutturazione delle parti dell’Istituto danneggiate per restituire al personale di polizia penitenziaria, civile e sanitario sicurezza e dignità lavorativa».
Il Bassone è una casa circondariale, che dovrebbe ospitare i detenuti in attesa di giudizio o con pene non superiori ai 5 anni, ma per la situazione generale di sovraffollamento delle strutture di detenzione lombarde e italiane di fatto viene utilizzato anche per chi ha già una condanna definitiva o a pene maggiori. Gli immigrati sono oltre la metà dei reclusi.
Sofferenza e carenza
Venerdì scorso, poche ore dopo la notizia del suicidio del detenuto, il direttivo della Camera penale di Como e Lecco con l’Associazione «Nessuno tocchi Caino» e numerosi magistrati ha visitato il Bassone. Un incontro già programmato all’inizio del mese di ottobre, ma che inevitabilmente è diventato un’occasione per riflettere sulla situazione esplosiva e di grave preoccupazione del carcere del capoluogo lariano.
«L’organico della polizia penitenziaria è in sofferenza – si legge in una nota diffusa dopo la visita –. Lo stesso vale per gli educatori, 3 rispetto ai 6 previsti. Le carenze riguardano pure l’area sanitaria. Particolarmente grave è la situazione dei detenuti dipendenti da sostanza stupefacenti, circa il 70% del totale, e di quelli affetti da disagio mentale, di cui 20 con patologie psichiatriche. Le gravi condizioni igienico sanitarie e le condizioni generali della struttura, unite agli indici di sovraffollamento, ne fanno un luogo di violazione dei diritti basilari della persona».
«Francamente – aggiungono avvocati, magistrati e vertici dell’Associazione –, non stupiscono i fenomeni di rivolta che hanno interessato l’istituto e i drammatici eventi di questi ultimi giorni. Riteniamo che sia davvero giunto il momento di pretendere dallo Stato un intervento radicale. La legge prevede che chi sbaglia debba essere privato della libertà, non della dignità».
