Il dibattito come antidoto alla violenza

Un pomeriggio per riflettere su
come si discute oggi, dentro e fuori le mura scolastiche. In un’epoca segnata
dalla crescente difficoltà di dialogare, l’associazione «Gioventù dibatte» propone un momento di approfondimento, aperto al pubblico e rivolto in
particolare al corpo docente. L'appuntamento è per mercoledì 29 aprile, dalle
14 alle 17.30, alla Scuola cantonale di Commercio di Bellinzona.
Chino Sonzogni, responsabile del
progetto per la Svizzera italiana, sottolinea l’importanza dell’iniziativa. «Quando
si smette di credere nelle ragioni delle diverse posizioni e l’ascolto reciproco
viene meno, il rischio è di lasciare spazio alla violenza», spiega, riprendendo
le parole del filosofo Norberto Bobbio. Il
dibattito è un esercizio imprescindibile di democrazia. Questo è
particolarmente vero nel sistema svizzero, dove la democrazia diretta chiama il
cittadino a partecipare attivamente tramite firme, referendum e iniziative.
L'educazione civica, dunque, parte dalla capacità di analizzare vantaggi e svantaggi di ogni proposta prima
che venga presa una decisione a livello comunale, cantonale o federale. Così è di
fondamentale rilevanza che i giovani imparino a confrontarsi senza far uso di
forme improprie, come la forza, per diventare cittadini attivi nei processi
decisionali. Non a caso in altri Paesi esistono sperimentazioni che introducono
già nella scuola dell’infanzia l’educazione all’argomentazione, insegnando ai
bambini a spiegare perché desiderano qualcosa, a giustificare le proprie scelte
e a motivarle. «È un esercizio difficile, perché è molto più facile
giudicare con una frase secca, magari offensiva - osserva il nostro
interlocutore -. Molto più complesso è cercare di capire il punto di vista
dell’altro, dire che non si è d’accordo e spiegare il perché».
Laboratori nelle scuole dal 2008
Dal 2008 l’associazione propone laboratori di approfondimento nelle scuole - si inizia dalla terza media - e organizza dibattiti giovanili e intergenerazionali. In questi quasi 18 anni di attività ha avvicinato 800 insegnanti alla metodologia. «I ragazzi sono entusiasti, si sentono coinvolti soprattutto perché i temi proposti li riguardano direttamente: dalla guerra alla pace, dalle votazioni federali, come quella sulla Svizzera da 10 milioni di abitanti, fino a questioni concrete come i telefoni cellulari a scuola o i compiti a casa», racconta Sonzogni. All'interno del progetto la valutazione si basa su quattro criteri: la conoscenza della materia, l'abilità espressiva - verbale e gestuale -, la capacità di discutere e la forza persuasiva degli argomenti.

Imparare ad informarsi
Documentarsi, ampliare le proprie conoscenze e verificare le fonti: la fase di preparazione al dibattito è centrale. A tale scopo vengono forniti testi, video e podcast per prepararsi a rispondere alle critiche della controparte. D’altronde, anche il modo di informarsi è cambiato radicalmente oggigiorno: vi è una sovrabbondanza di informazioni. «Nel tempo dell’infodemia - asserisce Chino Sonzogni - bisogna stare attenti perché la fake news è dietro l’angolo». I ragazzi fanno «scroll» continuo, e si limitano a leggere i titoli, consultando raramente gli articoli completi. Un ulteriore problema è costituito dall’esistenza delle cosiddette bolle social, alimentate da algoritmi che spingono l’utente a rinchiudersi tra persone che condividono le medesime opinioni. Tuttavia in questi spazi il dialogo è ancora possibile. A parlarne il 29 aprile, prima agli allievi e poi al pubblico, sarà in primis il filosofo e creatore digitale Eugenio Radin, convinto che i social non sono cattivi in sé, ma tutto dipende dall’uso che se ne fa.
