Specie invasive

Il fantasma della cozza aleggia nel Ceresio

Il DNA della quogga è stato individuato per la prima volta nel 2020, ma non è ancora stata trovata «in valva e guscio» – Nei laghi di Costanza e Ginevra in pochi anni ha preso il sopravvento, causando problemi alle infrastrutture per captare l’acqua – Le AIL: «Prendiamo la questione con serietà»
©FLICKR/J.N. STUART
Federico Storni
20.09.2023 06:00

Sfugge alle indagini, la cozza quagga nel lago di Lugano. Ed è una buona notizia, perché in altri laghi in cui si è trovata bene ha preso il sopravvento in pochissimi anni causando non pochi problemi, in particolare alle infrastrutture per la captazione di acqua dal lago, come quelle per l’approvvigionamento idrico e per le reti di riscaldamento. A Ginevra ad esempio oggi vengono spesi milioni per la pulizia delle tubature a causa del mollusco: un centro di costo praticamente inesistente prima del suo arrivo. Alle nostre latitudini si guarda quindi al suo possibile proliferare con una discreta preoccupazione.

Dal bacino del mar Nero

La cozza quagga è un mollusco d’acqua dolce originario del bacino del mar Nero, probabilmente dalla regione ucraina, che da diversi anni, complice la globalizzazione è stato involontariamente immesso in diversi altri laghi in Europa e in Nordamerica. In alcuni di essi ha trovato terreno fertile, come nel lago di Costanza, dove è stata rilevata la prima volta nel 2016 e dove oggi è prevalente in diversi punti del fondale, con punte di densità di oltre 4.000 individui al metro quadrato. Nel Ceresio è probabilmente giunta tramite delle barche (la raccomandazione infatti è quella di pulirle con attenzione in caso di cambio lago, anche perché l’animale rovina gli scafi).

Il problema è che non solo le larve della quagga sono mobili e piccole, ma che la cozza - a differenza della «cugina» zebra, che peraltro tende a soppiantare - si trova a suo agio anche a profondità più elevate, dove si trovano i tubi per la captazione, che tende a colonizzare e intasare, creando così ingenti costi di pulizia. Per non parlare dei mutamenti che possono apportare con la loro presenza alla biodiversità. Dei primi studi fra l’altro indicano che potrebbero favorire i cianobatteri (ma con tutta probabilità questo a Lugano non è un fattore che ha contribuito alle fioriture di queste settimane nel lago). Inoltre la quagga riesce a riprodursi anche in acque fredde, sino a cinque gradi.

Gli studi della SUPSI

A trovare la cozza per la prima volta nel Ceresio - o, meglio, il suo DNA - è stata la SUPSI nel 2020. E ulteriori analisi, come spiega la ricercatrice Camilla Capelli dell’Istituto scienze della terra, sono state fatte lo scorso inverno, in collaborazione con l’Istituto federale svizzero di scienza e tecnologia acquatica (EAWAG). Capelli e il suo team hanno fatto nuove analisi DNA - di cui si attende l’esito - mentre l’EAWAG ha analizzato campioni di fondale presi a diverse profondità cercando tracce fisiche della cozza. Senza però trovarle. «Questo non significa che la quagga non ci sia - spiega Capelli - ma che è presente anche se non ancora in biomasse così elevate da risultare preoccupante. Non sembra però ancora essere riuscita a svilupparsi molto come negli altri laghi». Quanto al perché ciò sia avvenuto, e se una proliferazione mai avverrà, è presto per dirlo e servono ulteriori studi. A questo stadio «bisogna continuare a prevenirne l’inserimento e rallentare il più possibile il fenomeno». Anche perché a oggi non sono noti antagonisti in grado di contenerne l’avanzata.

Le AIL si preparano

Per dare un’idea, a causa della quagga la società turgoviese Regio Energie Amriswil ha dovuto investire circa dieci milioni di franchi per creare un secondo tubo di captazione che faccia da ridondanza per permettere la pulizia dell’altro. È quindi facile assumere che anche le AIL guardino con una certa apprensione al suo arrivo, anche perché la città si rifornisce di acqua potabile in prevalenza dal lago, e dal lago viene presa l’acqua «industriale» poi utilizzata a scopi termici. «La questione va presa con serietà perché potrebbe veramente diventare un problema», dice il vicedirettore e capoarea Gestione reti Michele Broggini. Ad esempio, nella progettazione della nuova stazione di captazione prevista a Cassarate, «stiamo valutando di posare due tubi di captazione anziché uno, nonché studiando dei sistemi di pulizia meccanica». Si ha la fortuna, in altre parole, di poter prevenire. Quanto all’infrastruttura già esistente, per ora le AIL stanno valutando «tutte le opzioni», da sistemi di pulizia «più artigianali» alla possibilità di ricorrere a trattamenti chimici (sempre garantendo la sicurezza dell’approvvigionamento idrico).