«Il loro impegno civile va raccontato e imitato»

«Si parla molto di neutralità attualmente nel nostro Paese. Ma può esser neutra una persona? Può non prendere posizione? Può non giudicare ciò che è bene e ciò che è male? Forse è una posizione comoda. Ci sono però persone che rifiutano questa comodità perché si sentono responsabili. Ed essere responsabili significa fare delle scelte. Persone che meritano di entrare nella memoria collettiva, come quelle che commemoriamo oggi». Con queste parole Ruth Dreifuss, già consigliera federale, ha voluto ricordare l’impegno civile di tutti i ticinesi, e non solo, che durante la Seconda guerra mondiale sostennero la resistenza antifascista. E che per questo vennero condannati, multati o incarcerati dalle autorità militari svizzere perché le loro azioni erano state considerate una violazione della neutralità. La legge ora riconosce che tali condanne furono ingiuste e restituisce dignità e onore a coloro i quali le subirono. La riabilitazione è avvenuta dopo circa ottant’anni, al termine di un lungo iter parlamentare avviato da diverse mozioni presentate dall’ex consigliere agli Stati Paul Rechsteiner. Per sottolineare questo importante atto politico, oggi, martedì 11 agosto, a Locarno si è tenuto un evento pubblico promosso dall’Associazione Memoria 1943-1945.
Esuli ospitati in casa
Perché proprio a Locarno. Perché nella città sulle rive del Verbano viveva Maria Comandini, una delle cittadine riabilitate grazie alla legge votata dal Parlamento due mesi fa. «Ci raccontava di aver ospitato in casa dei partigiani e degli esuli italiani, in particolare romagnoli», ha ricordato suo nipote Fabrizio, leggendo un testo scritto da suo fratello Luca. «E ci raccontava quello che aveva fatto per loro, aiutandoli anche finanziariamente, nonostante la situazione economica precaria della famiglia. Sapevamo che l’ospite più famoso fu Umberto Terracini poi divenuto dopo la guerra presidente dell’Assemblea Costituente». Malgrado i frequenti momenti trascorsi insieme, la nonna non raccontò mai loro della condanna subita - una multa di 50 franchi, somma che allora era importante - per aver aiutato i partigiani che erano riparati in Svizzera per fuggire dalle vendette dei soldati tedeschi e dei collaborazionisti fascisti. «L’abbiamo saputo grazie alle ricerche storiche, in particolare quelle di Raphael Rues. Grande discrezione? Vergogna di una persona profondamente onesta per la forte multa, anche se ritenuta ingiusta? Desiderio di cancellare i brutti ricordi? Non lo sapremo mai». Per onorare la sua memoria, al termine della cerimonia tenutasi al cimitero di Locarno, sulla sua tomba è stato deposto un mazzo di fiori.
Una sola lettera, ma essenziale
«Queste persone a un certo punto della loro vita hanno smesso di, semplicemente, esistere e hanno iniziato a resistere. Semanticamente ciò che differenzia esistere da resistere, esistenza da resistenza, è solo una lettera. Ma storicamente e politicamente la distanza è abissale», ha affermato la presidente del Gran Consiglio Daria Lepori, ricordando come il dopoguerra si sia costruito sulle fondamenta delle donne e degli uomini oggi riabilitati. Ripercorrendo il travagliato iter della legge che restituisce onere e dignità alle persone che sostennero la resistenza italiana e francese, il consigliere nazionale Simone Gianini ha ripetuto la frase pronunciata al termine del suo intervento alla camera bassa. «La resistenza non fu fatta solo di armi, ma di coscienze di uomini e donne che partecipandovi direttamente o anche solo aprendo la porta a un perseguitato, salvarono l’onore dell’umanità». La presidente del Consiglio di Stato, nonché direttrice del Dipartimento educazione, cultura e sport Marina Carobbio Guscetti ha affermato che le storie di coloro i quali, ottant’anni fa, scelsero di tendere una mano accogliendo chi fuggiva dalle persecuzioni, meritano di essere raccontate. «I loro gesti vanno imitati, fatti nostri, ripetuti di fronte ai conflitti che imperversano, di fronte a un clima di disprezzo e di denigrazione, di fronte a chi chiede ospitalità e aiuto». La conclusione è spettata a Pietro Maino-Hurst, dell’Associazione Memoria 1943-1945. «Senza memoria non sappiamo quanto di buono sono stati capaci i nostri padri e i nostri nonni. Azioni che anche noi siamo chiamati a compiere».
