Fine corsa

Il nastro della storia di Zali prima della rovinosa caduta

Oggi, 30 settembre 2026, è il capolinea politico da consigliere di Stato per Claudio Zali – Tutto iniziò il 12 novembre 2013 a seguito dell'improvviso decesso di Michele Barra – A grandi linee ripercorriamo la sua parabola
©Gabriele Putzu
Gianni Righinetti
30.09.2026 06:00

Oggi, 30 settembre 2026, è il capolinea politico da consigliere di Stato per Claudio Zali. Tutto iniziò il 12 novembre 2013 a seguito dell’improvviso decesso di Michele Barra. A grandi linee ripercorriamo la sua parabola.

Per il giudice prestato alla politica siamo ormai ai titoli di coda. Quella odierna è stata l’ultima alba di Claudio Zali da consigliere di Stato, già spogliato da settimane di ogni funzione e competenza nel Dipartimento del territorio. Per il leghista della prima ora è una brusca e ingloriosa fine della carriera politica, conseguenza di vicende personali sfociate in comportamenti eticamente e moralmente disdicevoli. Il tutto in attesa che la giustizia si esprima sui due procedimenti penali ufficialmente aperti e noti nei suoi confronti. Tuttavia, non è il giorno del bilancio penale o morale, ma di quello «politico». Esattamente 4.704 giorni in carica: tanti ne sono trascorsi dal 12 novembre 2013, quando il cinquantaduenne Zali lasciò la toga per abbracciare la politica. La Lega arrivava da una fase sulle montagne russe. Nel 2011 aveva raddoppiato in Governo con Marco Borradori e Norman Gobbi. Nel 2013 accadde di tutto: il 7 marzo morì improvvisamente Giuliano Bignasca; cinque settimane più tardi Borradori venne eletto sindaco di Lugano e si apprestò a lasciare l’Esecutivo cantonale. Subentrò Michele Barra, la cui permanenza, per un’improvvisa malattia, fu brevissima. La Lega non aveva più subentranti disponibili. Spuntò così Zali, voluto da via Monte Boglia per lanciare nella mischia il profilo meno politico immaginabile. Pacato e riflessivo, il giorno dell’insediamento si definì «un apprendista». Per capire e imparare, seguiva quasi da scolaretto le sedute del Parlamento anche quando la sua presenza non era necessaria. Avremmo voluto far raccontare a lui tutto il percorso, ma la nostra proposta d’intervista trasmessa il 19 settembre via e-mail è rimasta lettera morta. Lo ricostruiamo quindi scorrendo le pagine del Corriere del Ticino. Nato il 27 settembre 1961, si laureò in diritto a Zurigo nel 1986. Nel 1992, su proposta della Lega, affrontò l’elezione popolare e divenne giudice della Camera civile del Tribunale d’appello. Nel 2001 passò al Tribunale penale cantonale, che arrivò a presiedere. Sventolò la bandiera leghista quando questa non era un’etichetta che agevolava, semmai il contrario. Mostrò così coraggio e, forse anche per questo, venne poi promosso per direttissima in Consiglio di Stato.

Il ministro che non sorrideva

In Governo trovò Gobbi, ma tra i due non fu mai «amore». Nel 2012 Zali aveva criticato il direttore delle Istituzioni per il progetto di scorporo del Tribunale penale dal Tribunale d’appello e il trasferimento a Bellinzona. Parlò di «grandissimo sgarbo» e aggiunse che i giudici erano pronti a dimettersi. Per quasi tredici anni ha diretto il Territorio, è stato rieletto due volte, ha assunto (quasi) tre volte la presidenza del Governo e ha legato il proprio nome ai trasporti, alla tassa sul sacco, alla tassa di collegamento e al tram-treno. «Sono un leghista vero e convinto», disse, indicando nel rigore maturato in magistratura un elemento da portare in Governo. Si definì anche «impaziente», «franco e diretto». Il carattere poco espansivo in una Lega focosa non frenò la scelta unanime della dirigenza. La sua missione non era essere affabile. Non dispensava sorrisi e non gradiva l’esposizione pubblica. Intervistarlo non è mai stata una scampagnata. A una giornalista disse: «Mi faccia una domanda più simpatica e mi vedrà sorridere». Questo dice tutto del politico e del leghista sui generis.

Tassa, treni e code

I primi anni furono segnati da due dossier. Iniziamo con la tassa di collegamento, concepita per colpire i grandi generatori di traffico attraverso i posteggi e contribuire al finanziamento del trasporto pubblico. La misura divise politica ed economia, ma nel giugno 2016 superò lo scoglio popolare. Zali sconfisse così quei parlamentari di centrodestra da lui etichettati come «soldatini» nelle mani della grande distribuzione. L’applicazione venne poi condizionata da ricorsi, sospensioni e rinvii. Ma questa tassa non entrò mai in vigore. Il primo Zali fu anche quello del rigore contro il «posteggio selvaggio»: ai bordi delle strade spuntarono massi per chiudere ogni pertugio alle auto, soprattutto quelle dei frontalieri, specie nel Mendrisiotto. Ma l’obiettivo di ridurre i pendolari soli a bordo è fallito. Sotto la sua direzione le colonne, un tempo limitate ai valichi, sono dilagate fino a paralizzare l’A2. Il secondo dossier fu la tassa cantonale sul sacco, fondata sul principio di causalità. La riforma entrò stabilmente nel sistema nonostante le resistenze di Lugano, definita da Zali «villaggio gallico sul Ceresio»: una città leghista. Ma Zali non guardava in faccia nessuno. Il suo Dipartimento portò intanto avanti la mobilità pubblica. Centrale fu l’apertura nel 2020 della galleria di base del Ceneri, opera federale accompagnata dal Cantone con il potenziamento dei treni e dei nodi d’interscambio. Aumentarono collegamenti e frequenze, diminuirono i tempi di percorrenza. Zali ha rivendicato questa evoluzione senza attribuirsi la paternità dell’infrastruttura. Sotto la sua spinta, quella di un appassionato di motori e rally, il Ticino ha compiuto grandi passi nella rete integrata del trasporto pubblico. A questo filone appartiene la Rete tram-treno del Luganese. Non sarà lui a tagliare il nastro per l’avvio dell’opera. Ma quando entrerà in esercizio non si potrà fingere che Zali non sia mai esistito come consigliere di Stato. La sua testardaggine ha avuto anche molti risvolti positivi. Ma qualche smorfia ci viene pensando ai dossier biblici dell’A2-A13 e della circonvallazione Agno-Bioggio: per vederli vicini occorre un binocolo astronomico. Zali poteva fare di più e meglio? Certamente. Ma non è soltanto colpa sua.

Allergico ai santini

Nel 2015 affrontò il giudizio popolare con una campagna praticamente nulla e un risultato strabiliante. Allergico ai santini, prediligeva schiettezza e poche parole. Fu una doccia gelata per chi credeva che apparire significasse essere. Leghista sì, ma non fino al midollo, partecipava alle adunate a base di risotto e luganiga senza disdegnare talvolta incursioni tra gli ecologisti. Raccolse 83.307 voti: un primato assoluto, osiamo prevedere finanche irraggiungibile.

Lega e UDC negli anni capirono che aiutarsi a vicenda conveniva. Ai leghisti serviva una mano alle cantonali, ai democentristi una stampella per Berna. Anche Zali beneficiò della lista unica per il Governo. Ma con Piero Marchesi le affinità erano pari a zero, nonostante fossero entrambi malcantonesi e appassionati di motori. La campagna del 2023 si giocò a colpi di frecciate a distanza, con Zali che rifiutò ogni confronto pubblico con il «nemico». E poi affermò: «Niente doppi passaporti, niente alleati di comodo. Lega e Lega», disse a un incontro leghista. Forse il bersaglio era il collega Gobbi, leghista con la tessera UDC. Zali venne rieletto anche grazie a Marchesi e ai suoi, ma non riuscì mai ad ammetterlo pubblicamente. Attaccato dall’UDC, anche pretestuosamente, sul tram-treno, sbottò in Parlamento: «Siete nulli». Fece persino stampare una maglietta con quella la frase. I democentristi avevano intanto dichiarato «con Zali in lista mai», chiudendo all’alleanza per il 2027. A riaprire la porta sono stati questa estate i poteri forti di via Monte Boglia, quelli che tengono i cordoni della borsa e del Mattino, scaricando Zali in una resa dei conti da film western. Il movimento lo ha abbandonato pubblicamente dopo la divulgazione degli audio che lo inchiodano per aver messo in atto un metodo inaccettabile nei confronti di una donna, esortata a esercitare violenza contro un’altra donna. Un’escalation di informazioni e indiscrezioni riemerse dal passato, uno tsunami che lo ha travolto e indotto il Governo, in due tappe, a spingerlo fuori da Palazzo. Ma la sua tesdardaggine ha portato all’assurdo braccio di ferro per restare aggrappato alla sedia del quinto piano fino a oggi.

L’arrocco arrogante

Il 1. giugno 2025 Daniele Piccaluga, Norman Gobbi e Zali finirono sulla copertina del Mattino con la proposta di arrocco: Zali alle Istituzioni, Gobbi al Territorio. Il giorno dopo entrambi si presentarono all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Zali concluse con un «torno a casa», riferito ai trascorsi da giudice. Davanti al Governo si scusarono per modi e toni, ma l’Esecutivo non annullò l’arrogante operazione, pur confezionando «l’arrocchino», un pasticcio di scambi parziali e sovrapposizioni confuse. Zali e Gobbi sembrarono finalmente andare d’accordo. Fu un miraggio. Piccaluga emerse intanto come l’ispiratore dell’operazione del «grande scambio».

Discesa senza paracadute

E siamo agli ultimi mesi. Zali, ormai lontano dal politico tutto d’un pezzo, viene in soccorso al figlio quattordicenne di una conoscente collocato alla Farera. Convoca i vertici della Divisione della giustizia per sollecitare un intervento, profondamente umano, ma selettivo al punto di diventare una potenziale ingerenza ad personam: tutto ciò che un consigliere di Stato non dovrebbe mai fare. Riemergono poi e-mail problematiche, tra cui quella per l’assunzione di una conoscente all’EOC. E Zali suggerisce di farle posto licenziando un frontaliere dato che lo stesso EOC ne è infarcito «come un cannolo alla crema». E sugli audio che lo smascherano con frasi di esortazione alla violenza contro altre donne si difende: «Non ho picchiato nessuno, non ho mandato a picchiare nessuno. Non sono un violento». Ma umanamente e politicamente è in caduta libera, ormai senza paracadute. Il Governo gli chiede di lasciare immediatamente la carica. Lui replica: «Rimango al mio posto fino alla data da me stabilita».

Leghista poco addomesticabile

Il giudice diventato ministro, il leghista poco addomesticabile, è arrivato al capolinea, finendo persino per rinnegare il mondo nel quale ha scelto di vivere per tredici lunghi anni: quella politica che, a suo dire, è «affetta dalla sua profonda mediocrità». Un epilogo amaro, inatteso e per molti versi persino surreale. Siamo di fronte a un’uscita di scena che non può cancellare la sua azione politica. Ma neppure l’azione politica può cancellare quanto l’uomo Claudio Zali ha poi fatto ed è emerso nella sua cruda realtà. Chissà se, una volta tornato avvocato e cittadino comune, riuscirà a pronunciare un «mi scuso». Per i cittadini che hanno vista tradita la fiducia e per chi ha sofferto. Non significherebbe dirsi colpevoli, ma mostrarsi umani.

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