Lavoro

«Il nostro è un CCL migliorativo, e altre tre aziende lo hanno firmato»

Ticino Manufacturing prende posizione e difende l’intesa sottoscritta con TiSin: «È uno strumento fondamentale per uscire dalla crisi» – Le imprese che hanno aderito all’associazione padronale sono in totale sei
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Nico Nonella
03.12.2021 06:00

Sono sei le imprese che hanno aderito a Ticino Manufacturing. A confermarlo al Corriere del Ticino è la stessa associazione padronale. Oltre alle tre aziende del Mendrisiotto finite sotto i riflettori alcuni mesi fa se ne sono dunque aggiunte altre tre. Con quali motivazioni? In una presa di posizione scritta inviata in redazione, l’associazione ribadisce «la volontà di garantire il futuro ad imprese sul territorio da generazioni, che vi contribuiscono con centinaia di milioni di franchi di imposte, contributi AVS, AD, generando indotti importanti presso ulteriori fornitori ticinesi di beni e servizi».

«Condizioni migliori»

Come detto, nelle scorse settimane altre tre aziende hanno concluso un contratto collettivo (CCL) con TiSin (va precisato che, in base alla recente sentenza del Tribunale federale, due di queste dovranno sottostare al contratto normale di lavoro per il settore della produzione di apparecchiature elettroniche). Il CCL «garantisce una situazione migliorativa per tutti i dipendenti toccati». L’accordo tra le parti sociali, si legge, prevede un salario superiore ai 18 franchi all’ora per tre delle quattro soglie minime e una media delle soglie stesse di 18,75. «A questi importi si aggiungono ulteriori indennità per i residenti. Ciò garantisce a tutti i collaboratori una condizione migliore rispetto a quella attuale e permette al contempo a realtà sul nostro territorio da numerose generazioni di non restare fuori mercato dall’oggi al domani».

Ticino Manufacturing rileva inoltre che «la pandemia ha creato una situazione straordinaria che ha monopolizzato gli sforzi e le risorse delle aziende per affrontare la crisi, praticamente dalla fissazione della soglia minima da parte del Gran Consiglio ad oggi. In questo contesto senza precedenti – senza aiuti per casi di rigore – con limitazioni di spostamento e grossi sforzi finanziari, è stato impossibile affrontare quelle riforme strutturali necessarie per adeguarsi per le mansioni sotto la soglia». Gli effetti della pandemia «non hanno indebolito solo i conti dello Stato, ma creano tuttora non poche difficoltà alle aziende a causa della scarsità e del relativo aumento dei prezzi di materie prime, dell’aumento dei costi di trasporto e dell’energia, e dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento». In buona sostanza, secondo l’associazione padronale «in questo contesto, è proibitivo trovare misure di adeguamento alla legge sul salario minimo. Ciò sarà possibile una volta superata la crisi. Il CCL è quindi uno strumento fondamentale per salvare i posti di lavoro e traghettarli fuori dalla crisi».

«Solo per la produzione»

Tornando all’allargamento del numero di aziende che hanno aderito a Ticino Manufacturing, la stessa associazione padronale assicura che «l’adesione all’associazione e dunque al CCL è concessa solo a realtà ticinesi che vivono di esportazione e quindi in concorrenza con altre piazze estere». «Contrariamente al “fenomeno del nuovo frontalierato” – prosegue Ticino Manufacturing – si tratta di attività sul nostro territorio da molto tempo, con manodopera non qualificata, frontaliera, che non sostituisce il personale residente». L’associazione padronale cita inoltre un sondaggio di AITI «che quantifica questi posti di lavoro per indigeni ad oltre 400. Senza contare gli effetti indotti». Il sondaggio evidenzia inoltre che le aziende manifatturiere «colpite direttamente dall’entrata in vigore del salario minimo» sono circa una ventina, per la gran parte residenti nel Mendrisiotto e Malcantone «e si caratterizzano per un’anzianità media di servizio dei dipendenti molto alta». L’obiettivo, ribadisce Ticino Manufacturing, «è salvare gli impieghi e dare una prospettiva futura in questo nuovo scenario. Non vi è dunque alcun rischio di “adesione incontrollata” al nuovo CCL, poiché il sondaggio evidenzia che si tratta di un numero circoscritto di aziende, alcune delle quali per altro già in possesso di un contratto collettivo».

Gli altri contratti

Fatte queste premesse, l’associazione «si rammarica della politica di “allontanamento” di queste realtà proprio da enti che mirano a “salvare il lavoro in Ticino”. Questo in un momento storico obiettivamente complesso, che richiederebbe più collaborazione tra le parti, per permettere a quanti più posti di lavoro di avere un domani». E proprio questo – conclude – «è lo spirito con cui si è arrivati a questo CCL, e siamo convinti che sia lo stesso che ha portato alla firma degli altri CCL con altri sindacati, ognuno con le sue specificità».