Appello

Il presunto errore medico è tornato in aula (e c'è una nuova perizia)

Processo bis nei confronti di una radiologa accusata di non aver diagnosticato un tumore al seno in una sua paziente nel 2019: in prima istanza era stata assolta - La sentenza fra alcune settimane
©Chiara Zocchetti
Federico Storni
03.10.2025 10:45

È tornato in un’aula penale il presunto errore medico commesso da una radiologa attiva alla Clinica Moncucco nel 2019. Il presunto errore consisterebbe nel non aver diagnosticato in una mammografia e in un’ecografia l’insorgere di un tumore al seno in una sua paziente di lunga data che aveva già subito una mastectomia oltre vent’anni prima. Ciò avrebbe avuto quale conseguenza il ricorrere a terapie più invasive di quelle necessarie in caso di diagnosi precoce. L’accusa è quella di lesioni colpose gravi. Il condizionale, a questo stadio del procedimento, è d’obbligo sia perché vige la presunzione d’innocenza, sia perché la radiologa, un’italiana di 55 anni, è stata prosciolta dall’accusa in prima istanza nel 2022. Un secondo giudizio è stato chiesto in particolare dall’avvocato della presunta vittima, il legale Renzo Galfetti. La sentenza della Corte d’appello e di revisione penale, presieduta dalla giudice Giovanna Roggero-Will, è attesa nelle prossime settimane. A promuovere l’accusa è stato il procuratore pubblico Zaccaria Akbas, che chiede la conferma del suo decreto d’accusa e la condanna della professionista a una pena pecuniaria sospesa. Il legale della donna, avvocato Filippo Ferrari, ne chiede invece nuovamente il proscioglimento.

Un processo complicato

La procedura penale, come forse si ricorderà, è stata piuttosto complicata, sia per via di un rapporto particolarmente teso fra le parti, che è emerso a tratti ancora di fronte alla Corte d’appello, sia per via di alcuni colpi di scena. Ad esempio solo in aula la dottoressa aveva affermato di non aver mai ordinato né mai visto la tomosintesi (una sorta di mammografia in 3D) in cui risulterebbe evidente il tumore, cosa che aveva portato a convocare a mo’ di testimone una tecnica di laboratorio che a sorpresa aveva dichiarato di non essere stata lei a eseguire gli esami richiesti dalla dottoressa. Infine, in seguito agli sviluppi, la perita giudiziaria aveva rivisto le sue conclusioni, affermando che senza conoscere l’esito della tomosintesi ella stessa avrebbe probabilmente proceduto come l’imputata. L’avvocato Ferrari aveva poi messo in dubbio che vi fosse un nesso causale fra la mancata diagnosi e il presunto ritardo nell’iniziare le cure, ipotizzata invece da un paio di pareri di parte. Il giudice di prime cure, Siro Quadri, aveva concluso per il proscioglimento della radiologa, riconoscendole anche un indennizzo.

Le dichiarazioni della parti

"Istruire un errore medico è sempre difficile - ha esordito ieri il procuratore Akbas - e qui alcune circostanze sono state chiarite e altre meno. Il tumore scoperto nel 2020 era già in fase avanzata, ma poteva essere già visto nel 2019, e se così fosse cosa andava fatto per evitare che la vittima subisse quello che ha passato?". Akbas, rimettendosi alle perizie e ai referti medici, ha affermato che "già nell’ecografia si vedeva qualcosa, che doveva essere maggiormente indagato". Il procuratore ha inoltre affermato che, per logica, un intervento precoce avrebbe dato rilevanti benefici: "Mi riesce difficile credere che non sia così. Prima si scopre una malattia tumorale, tanto migliore sarà la prognosi".

Su questo fronte non è però stato aiutato da una perizia oncologica ordinata dalla CARP che ha sostanzialmente concluso che anche ad agire diversamente, rimandando a nuovi esami sei mesi dopo, la cura per la paziente sarebbe stata la medesima. "Questa conclusione chiude la partita", ha commentato l’avvocato difensore Ferrari. Da parte sua, l’avvocato Galfetti ha sostenuto le conclusioni dei pareri di parte e ha ridimensionato quelle della perizia oncologica. Ha inoltre affermato che "l’errore medico mi pare assolutamente pacifico", e che la sentenza di prima istanza è stata lacunosa nel senso che non si sarebbe confrontate con diverse tesi da lui avanzate e con la giurisprudenza vigente, cosa che ha esortato la CARP a fare.

Galfetti si è poi soffermato sulla "rilevante richiesta di danno morale" da lui avanzata, ricordando alla Corte che la Svizzera riconosce gli indennizzi più bassi a livello europeo e invitandola non guardare alla giurisprudenza elvetica nel pronunciarsi in merito, bensì all’equità. Il legale ha anche prodotto una lettera della presunta vittima e del marito in cui i due dichiarano di voler impiegare il denaro del risarcimento - centinaia di migliaia di franchi - per finanziare "la costituzione di un osservatorio per verificare con l’aiuto di radiologici le diagnosi sbagliate di tumori al seno" che portano a interventi inutilmente invasivi. "Quando si vogliono i soldi degli altri per fare beneficenza - ha chiosato Ferrari - non va bene. È una richiesta provocatoria e fuori luogo".

Le denunce, l’abbandono

Come accennato, si è trattato di un procedimento particolarmente litigioso - l’avvocato Ferrari ha definito il processo di verbalizzazione dell’imputata in inchiesta "una rissa" - e queste tensioni sono confluite in una serie di denunce, o segnalazioni, penali per falsa testimonianza e altri reati in seguita alla sentenza di prima istanza. L’avvocato Galfetti ancora ieri ha riferito di suoi "sospetti non verificati" secondo i quali la dottoressa si sarebbe "intromessa" con alcune persone sentite nell’inchiesta per avere un esito a lei più favorevole. La fattispecie è stata indagata dal Ministero pubblico che al riguardo ha emanato un decreto d’abbandono.

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