Il tramonto del leghismo: «I movimenti nati storicamente da un moto di riscatto sociale giunti al potere non seducono più»

In Italia la Lega versa in una profonda crisi. Matteo Salvini, segretario federale (e ministro), dopo aver portato il suo movimento a toccare il 34 per cento dei consensi alle elezioni europee del 2019, oggi arranca. Ed è alle prese con una lacerante rivolta interna, un fronte - con in testa il governatore lombardo Attilio Fontana - che chiede le sue dimissioni.
In Ticino la Lega creata da Giuliano Bignasca che, con il suo fiuto politico, l’aveva portata quasi al 30 per cento alle cantonali, è in caduta libera (alle ultime votazioni ha superato appena il 14 per cento). Perde seggi, tanti suoi elettori non resistono al fascino dell’Udc e in più la sua immagine è offuscata da inchieste e scandali, o dalle disavventure di esponenti di spicco finiti nei guai come il consigliere di Stato Claudio Zali. Due percorsi paralleli, quelli delle due leghe che ora sembrano smarrite e incapaci di dare un colpo di reni e ripartire, come fa notare il professor Paolo Barcella, docente all’Università di Bergamo, autore del saggio «La Lega. Una storia» (Carocci editore), un profondo studio su questo fenomeno politico.
Professore, che succede: è in crisi il concetto, il modello politico della Lega, così come era stato pensato da Bossi e Bignasca?
«La Lega Lombarda è stata fondata nel 1984 ed è esplosa come fenomeno nazionale tra il 1990 e il 1991. La Lega dei Ticinesi è nata nel gennaio del 1991, sull’onda di un lavoro giornalistico avviato con la creazione del Mattino, l’anno precedente. Questi partiti rispondevano alle domande affiorate in un preciso scenario politico globale in profonda trasformazione».
Di quale scenario parla?
«Allora crollavano il muro di Berlino e l’Unione Sovietica e, con loro, le promesse, le contrapposizioni ideologiche, gli equilibri del quarantennio precedente. In quello scenario, le leghe in Italia e in Ticino seppero presentarsi, in modi diversi, come una novità. Erano certamente nuovi i linguaggi, la maniera di porsi di fronte ai media, il modo di fare comunicazione politica. In Italia, poi, la crisi innescata da «Mani pulite » nel 1992 aprì autostrade a Umberto Bossi che si trovò a riempire il vuoto provocato dalla crisi dei partiti al governo dal dopoguerra».
La lega italiana è nata come moto di ribellione del nord verso il sud, quella dei ticinesi tra Berna e Ticino e «contro il sistema di potere» con interessanti risvolti sociali (come la tredicesima Avs).
«Le proposte delle leghe facevano i conti con quel mondo, proponevano soluzioni ai problemi del loro tempo, concentrandosi sul rapporto tra centri e periferie, e sulle loro tensioni. Per la Lega Nord, gli anni Novanta si sono giocati sulla «questione settentrionale» che non era da intendere come un’espressione generica, valida oggi come allora, ma come un modo di analizzare la realtà economica e sociale del Nord Italia nei suoi rapporti col Meridione di quegli anni. Ecco, i problemi del mondo di oggi non sono quelli dei primi anni Novanta: lo scenario geopolitico è trasformato; le società e i loro equilibri demografici sono mutati profondamente; la tecnologia presenta davanti ai nostri occhi una realtà nemmeno comparabile con quella dell’epoca».
I movimenti, in Ticino e in Italia, non sono riusciti a rispondere, a capire i nuovi fenomeni?
«Le leghe, negli ultimi 35 anni, hanno passato più tempo nelle stanze dei governi che fuori, e hanno amministrato centinaia di comuni. In Italia hanno governato le più ricche regioni del paese».
In Ticino da tempo la Lega ha (ancora per poco) due consiglieri di Stato, esprime il sindaco di Lugano e sul territorio elegge decine di municipali.
«Ecco. I leghisti non possono più pensare di raccogliere consenso contando sull’effetto novità, sulla forza che dava loro presentarsi come il nuovo che arriva e risolve i danni provocati da altri. La volontà di tornare agli antichi fasti del leghismo originario oggi sa di nostalgia, di quel rifugio nel passato proprio di chi ha grosse difficoltà a immaginare un futuro».
Il linguaggio politico usato dalle due leghe era un linguaggio brusco, a tratti violento, spiccio, che riduceva a poche battute fenomeni complessi. Eppure questo linguaggio ha preso piede anche altrove. I leghisti sono stati dei pionieri?
«Una cosa è certa: le leghe sono state una sorta di precursore della politica del nostro decennio, in particolare appunto in termini di linguaggio e di stili di comunicazione».
Molti temi che avevano fatto crescere politicamente le leghe in Italia e in Ticino oggi non sono più monopolio leghista. Pensiamo all’immigrazione. Anche questo ha contribuito alla crisi?
«Certamente. Prendiamo il caso italiano. Bossi, nel 1990, fu il più accanito oppositore della Legge Martelli con la quale si cercò di regolamentare il fenomeno dell’immigrazione in Italia, sull’onda emotiva innescata dall’omicidio, per motivi razziali, di Jerry Masslo. Solo il repubblicano La Malfa - se si esclude il Movimento sociale italiano, all’epoca fieramente nostalgico del Ventennio - vedeva l’immigrazione nei termini negativi espressi da Umberto Bossi, anche se si esprimeva con modi e toni diversi».
Ma Bossi inizialmente mise l’immigrazione fra i suoi temi prioritari?
«Bossi poneva la questione in termini molto diversi, costruì una narrazione ostile all’immigrazione e, quando andò al governo, firmò quella che è rimasta la legge di riferimento per la regolazione degli stranieri in Italia, ossia la Bossi-Fini. L’ostilità verso l’immigrazione, nel frattempo, è diventata un dispositivo per l’agitazione politica condiviso da tanti partiti, figure e personalità con toni talvolta più grevi e radicali di quelli del leghismo anni Novanta».
Questo dell’immigrazione è un tema che riguarda un fenomeno complesso. A sinistra come a destra non ci sono soluzioni.
«Agitare lo spettro del pericolo immigrazione oggi non basta più, è inevitabile. Ormai lo fanno in tanti; e, se consideriamo che la legge che regola l’immigrazione in Italia si chiama Bossi-Fini e non D’Alema-Bertinotti, l’elettore xenofobo convinto che le cose non vadano bene, magari cerca altrove».
Quanto ha influito la mancanza di leader forti, capaci di sostituire adeguatamente due figure travolgenti come Bossi e Bignasca (la Lega dei Ticinesi ha perso anche una personalità autorevole come Marco Borradori)?
«Figure carismatiche come Bossi e Bignasca credo non si possano sostituire. Deve arrivare qualcun altro, con sue caratteristiche specifiche, a mettere in moto nuovi meccanismi di seduzione. Salvini in Italia per alcuni anni ha retto la sfida: è stato abile, ha creato una potente macchina per la comunicazione politica online e costruito una nuova retorica. Dopodiché, nell’agosto del 2019, è crollato».
Entrambi i movimenti sono andati al governo. I ticinesi in quello cantonale, gli italiani in quello regionale e nazionale. Avere responsabilità di governo ha frenato la spinta iniziale?
«A mio avviso, quando sono andati al governo, questi movimenti si sono misurati con la realtà e hanno fatto quello che era possibile fare: ovvero qualcosa che, in larga misura, non poteva coincidere con l’immaginario che avevano venduto. Risposte semplici e vie brevi sembrano funzionare quando si scrive su un volantino. Quando si lavora, invece, possono funzionare solo risposte all’altezza delle sfide. Dopodiché, i consensi calano, credo, perché le leghe, da tanti anni, sono parte della classe dirigente di paesi in cui, semplicemente, le cose non sono migliorate. Come loro invece promettevano».
