Il vescovo emerito di Lugano: «Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca. La resistenza identitaria non ci aiuterà»

«Il vangelo non si difende con le corazze ma con la verità, testimoniata bene e adeguata alle circostanze». Il vescovo emerito di Lugano, Pier Giacomo Grampa, non ha deluso chi attendeva qualche fuoco d’artificio dalla conversazione su La Chiesa cattolica in Ticino. Diagnosi e prognosi per il futuro, organizzata ieri a Lugano dalla Biblioteca Salita dei Frati.
Sulla soglia dei 90 anni - li compirà a ottobre - monsignor Grampa ha mostrato molta lucidità nell’analisi della crisi attraversata dal cattolicesimo, in particolare in Europa, e ha fornito interessanti chiavi di lettura e di azione.
Introdotto da Fernando Lepori, presidente onorario della Biblioteca luganese, Grampa ha parlato per quasi 70 minuti richiamandosi spesso a papa Francesco e al cardinale Carlo Maria Martini e non risparmiando severe critiche a Benedetto XVI.
Se fosse lecito utilizzare una categoria non teologica e nemmeno pastorale, il discorso del vescovo emerito di Lugano è stato percorso quasi interamente da un esplicito progressismo. Sul diaconato femminile, sulle resistenze ad accogliere il messaggio del Concilio Vaticano II, «sull’atteggiamento di attaccamento al passato, sull’incomprensione del presente, sull’incapacità di cogliere il dinamismo» del tempo. Qualcosa che «ci blocca - ha detto Grampa - e ci impedisce di andare avanti. La Chiesa è in ritardo, dobbiamo renderci conto che il cambiamento non è distruzione, che l’opzione identitaria è un freno» e produce «autoreferenzialità, il parlarsi addosso. A Mendrisio sono tornati a esporre le sandaline (i drappi e i festoni, ndr) - ha continuato il vescovo emerito - ma a niente serve a ridurre la liturgia a rito quando invece è fede, mistero».
Più volte, monsignor Grampa ha fatto sue le parole che Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, inserì nel testo finale della Dichiarazione di Aparecida, il documento conclusivo della V Conferenza episcopale latinoamericana riunita nel 2007 nella città sede del santuario intitolato alla Madonna protettrice del Brasile: «Non è un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca». Per secoli si battezzavano i figli e si andava a messa la domenica perché era così che si doveva fare, diceva Bergoglio. Ora non c’è più nulla di scontato.
Per due millenni, il «cristianesimo è stato alleato e avversario della società civile, è stato combattuto, discusso, accolto. È stato significativo. Oggi non è più così - ha ripetuto monsignor Grampa - non siamo in una fase di semplici aggiustamenti. Siamo in un tornante storico in cui il cristianesimo non è più il pilota automatico della società. I cattolici sono sempre meno, così come i fedeli. Nel Ticino del vescovo Aurelio Bacciarini (guanelliano, fondatore del Giornale del Popolo e amministratore apostolico nel cantone tra il 1917 e il 1935, ndr) c’era il 96% di cattolici; oggi siamo al 60%, con un 30% che si dichiara senza religione. Non è cambiato qualcosa, ma tutto. E il problema nodale è la fatica della trasmissione della fede da una generazione all’altra».
Che fare, allora? La risposta del vescovo emerito di Lugano è stata chiara: tornare al Concilio Vaticano II, «che non è stato realizzato con pienezza». E riorganizzarsi, anche. La Chiesa deve «rimettere Cristo al centro, non i propri sistemi, le proprie abitudini; la liturgia deve tornare a essere fonte e non rito; la missione dei sacerdoti dev’essere servire e non conquistare». Non si tratta «di adattare la dottrina alle circostanze», ha aggiunto Grampa. La Chiesa del futuro non può muoversi nella logica di «una resistenza identitaria in un contesto ritenuto ostile, non bisogna cedere alle tentazioni del rifugio pur riconoscendo la durezza del contesto culturale: serve presenza aperta e dialogante, serve il coraggio di abitare la complessità senza erigere muri difensivi».
La riorganizzazione della diocesi, in questo frangente, «è fondamentale - ha sottolineato Grampa - abbiamo tuttora 255 parrocchie, in Valle Maggia ce ne sono 27 con 3 preti». E poi, «non abbiamo ancora un vescovo. Su questo, c’è qualcuno che ha il fucile carico contro di me, ma non importa. Ho chiamato il nunzio a Berna, volevo incontrarlo. Mi ha detto di scrivergli una lettera. È questa l’idea di Chiesa sinodale, di Chiesa del dialogo? Con quanti preti della diocesi ha parlato il nunzio? Ed è mai venuto a Lugano?».
