Ingegnere truffatore intascava acconti dai suoi committenti

Un 69.enne ingegnere con la sua impresa generale per anni si è aggiudicato lavori, in genere commissionati da clienti svizzerotedeschi, per ristrutturare le rispettive abitazioni, perlopiù nel Locarnese. Chiedeva acconti in corso d’opera, regolamenti versati dai committenti. Poi però i cantieri marciavano sul posto mentre i soldi intascati prendevano altre vie: sparivano dai suoi conti correnti per «tappare» buchi della sua attività, piuttosto che garantirsi un alto tenore di vita, per sé e la sua consorte (che sarà giudicata a parte). Oggi alle Assise criminali di Locarno, riunite a Lugano, l’imprenditore, anch’esso di origine svizzerotedesche e residente da qualche anno nel Locarnese, è stato condannato a tre anni di carcere (15 mesi su 36 da espiare, gli altri 21 sospesi condizionalmente per due anni), confermando in toto l’atto d’accusa della procuratrice Monica Snider. Con rito abbreviato, il presidente della Corte, Amos Pagnamenta, con Giovanni Celio e Werner Walser come giudici a latere, non ha dunque concesso sconti all’imputato, confermando la pena per tutti i reati dei quali era accusato il 69.enne: truffa qualificata, amministrazione infedele, appropriazione indebita ripetuta, cattiva gestione e riciclaggio di denaro.
Resterà dietro le sbarre
E nemmeno la richiesta da parte del suo avvocato, Giorgia Maffei, di concedergli un’uscita immediata dalla Farera, dove l’ingegnere, arrestato nel settembre 2025, sta scontando la pena anticipata dal gennaio di quest’anno, è stata accolta. D’altra parte, nella brevissima requisitoria davanti alla Corte, il 69. enne ingegnere ha ammesso le sue colpe. «Avevo delle difficoltà finanziarie e ho cercato di risolverle come meglio potevo», ha ammesso. Ma nell’atto d’accusa non si parla solamente di truffa qualificata per «tappare i buchi» della sua attività imprenditoriale: gran parte dei circa 3,3 milioni intascati debitamente, anche attraverso l’attività fallimentare di due società immobiliari a lui riferite, servivano ad alimentare spese personali e familiari e mantenerne alto il suo tenore di vita.
Capacità persuasiva
Scorrendo l’atto d’accusa tracciati dalla procuratrice Monica Snider, si scopre che l’ingegnere svizzerotedesco aveva una notevole capacità persuasiva nei confronti dei suoi committenti, in massima parte confederati o germanici. Tanto convincente che una dozzina di clienti sono caduti nella sua «trappola» truffaldina. «L’imputato, abusando subdolamente della loro fiducia, era solito chiedere il pagamento di acconti facendo credere che tale richiesta era giustificata dall’avanzamento dei lavori, mentre in realtà, almeno in parte, tali lavori non corrispondevano a quanto effettivamente eseguito e indicato sulle pretese, bensì le richieste erano date dalla mancanza di liquidità e dalla necessità dell’imputato di ottenere importi per il pagamento di fatture scoperte relative ad altri cantieri, rispettivamente per i bisogni personali suoi e della sua famiglia», si legge negli atti della procuratrice. Dunque riproposta ancora una volta la tecnica del «buco tappa buco» per cavarsi d’impiccio da una situazione patrimoniale fortemente deficitaria, una prassi che praticamente in quasi tutti i casi si rivela fallimentare. E a proposito di fallimenti, due società immobiliari, delle quali l’ingegnere era gerente, hanno dovuto presentare i bilanci in Pretura. Bilanci che oltretutto, almeno per gli ultimi tre anni, erano stati allestiti con una contabilità «allegra» da parte dell’ingegnere, «con gravi omissioni nella stesura e conservazione dei libri contabili con conseguente danneggiamento del patrimonio delle due società, procacciandosi un indebito profitto» per un importo di poco superiore ai 2 milioni di franchi.
Il ruolo della consorte
Contestato e accolto dalla Corte, infine, anche il reato di riciclaggio, cioè di aver compiuto o tentato di compiere «atti suscettibili di vanificare l’accertamento dell’origine, il ritrovamento o la confisca dei valori patrimoniali, sapendo o dovendo presumere che provenivano da un crimine», operando attraverso conti bancari accesi in Svizzera intestati a sé o alla moglie. Consorte che - almeno nell’atto di accusa - ha avuto un ruolo decisivo nelle malefatte del marito, sia per quanto riguarda le spese voluttuarie effettuate, sia per sovvenzionare il tenore di vita della stessa moglie.
