Iniziativa 200 franchi bastano: «Che tipo di Svizzera vogliamo?»

Hanno spiegato perché l’iniziativa «200 franchi bastano» è pericolosa. Anzi, «subdola», ha detto qualcuno. Qual è la posta in gioco in termini di offerta, coesione e tutela delle minoranze? A che cosa dovremmo rinunciare – in primo luogo come utenti della Svizzera italiana – se effettivamente il canone venisse ridotto a 200 franchi? A queste domande, un ampio comitato della società civile ha cercato di dare risposta. Lo ha fatto scendendo in campo in un luogo simbolico: il Monte Ceneri, per decenni punto di riferimento della radiofonia in lingua italiana e crocevia fondamentale per il Ticino, nelle sue relazioni interne ed esterne.
«Un taglio che apre ai privati»
«L’iniziativa 200 franchi bastano viene presentata dai promotori come un semplice risparmio per le famiglie, ma in realtà è un taglio che mette seriamente a rischio il servizio pubblico radiotelevisivo svizzero», ha esordito il coordinatore del comitato, Luigi Pedrazzini. «I promotori dicono che la riduzione delle risorse sarebbe sopportabile e che la qualità dell’offerta non ne risentirebbe, ma i fatti dicono altro». In realtà, ha detto Pedrazzini, portare il canone a 200 franchi significherebbe «dimezzare le risorse, centralizzare l’offerta e perdere l’ancoraggio regionale». Per questi motivi il vero impatto dell’iniziativa va cercato «fuori» dalla SSR: «Le conseguenze riguarderebbero la qualità dell’informazione, la copertura della vita politica e sociale del Paese, la promozione della cultura, dello sport e della coesione nazionale. A essere colpite sarebbero per prime proprio le regioni periferiche e linguisticamente minoritarie». I rischi, quindi, sono soprattutto «fuori», tanto che Pedrazzini non ha esitato ad affermare che «questa iniziativa non punta solo al risparmio, ma a indebolire strutturalmente il servizio pubblico, aprendo spazio ai grandi gruppi privati, alle reti straniere e alle piattaforme globali che non hanno a cuore il nostro Paese». Dire no all’iniziativa per il comitato rappresenta quindi «un gesto di responsabilità necessario per tenere unita la nostra comunità». .
«Strumento di coesione»
L’ex consigliere di Stato dei Grigioni Claudio Lardi, dal canto suo, ha messo l’accento sull’italianità. «Ridurre il canone significa indebolire la SSR. E le prime realtà a soffrirne sarebbero le regioni linguistiche minoritarie». E ancora: «Per il Ticino e le comunità italofone, la RSI non è un lusso, ma una voce, un ponte, uno strumento di coesione nazionale». Lardi ha quindi sottolineato il diritto «di essere informati in italiano, su ciò che accade qui e nel mondo». Solo così si garantisce quel pluralismo necessario alla coesione nazionale su cui si fonda il federalismo. Difendere l’informazione in italiano significa «difendere un principio costituzionale, quello della parità linguistica».
«Tutto per un caffè?»
Ma il federalismo si fonda anche su un accesso equo all’informazione. «Chi sostiene che 200 franchi bastano ignora che produrre informazione di qualità in un Paese multilingue costa», ha detto Lardi, per il quale la domanda che dobbiamo porci tutti non è «quanto paghiamo», ma «che tipo di Svizzera vogliamo». Anche l’ex consigliera di Stato Laura Sadis ha sottolineato l’importanza di un’informazione di qualità. «Siamo la sintesi di ciò che vediamo, ascoltiamo e leggiamo. Il nostro pensiero e le nostre opinioni dipendono dalle informazioni alle quali abbiamo accesso». In un mondo in cui la manipolazione dei fatti e la mistificazione della realtà sono diventate armi di distrazione di masse, ha detto Sadis, «l’informazione deve essere affidabile e indipendente». E ancora: «Per opporsi a queste tendenze è importante difendere il servizio pubblico e la qualità dell’informazione, un elemento indispensabile in un Paese che si vuole realmente libero». Un aspetto sottolineato anche da Giò Rezzonico. «In un mondo in cui le notizie vengono sempre più proposte e controllate dai grandi gruppi, manovrati da interessi particolari», Rezzonico ha lodato l’indipendenza dell’informazione garantita «dal nostro ente radiotelevisivo nazionale». Basti vedere quanto sta accadendo nell’America di Trump, «dove i media privati si sono allineati alla volontà autocratica del presidente». E poi la domanda: «Volete perdere tutto questo per risparmiare l’equivalente di un caffè alla settimana sull’arco di un anno?»
Cittadini di serie B
Nelle regioni minoritarie verrebbe ridimensionata anche l’offerta culturale e di intrattenimento. «Oggi grazie al servizio pubblico, lo sport in Svizzera è accessibile in chiaro e nella nostra lingua. Questo non è un dettaglio, ma una condizione fondamentale per garantire partecipazione, identificazione e coesione sociale», ha detto Pierluigi Tami, direttore delle squadre nazionali di calcio. È grazie alla RSI, ha aggiunto, che abbiamo potuto vivere le emozioni delle Nazionali e dei grandi eventi sportivi. «Questa iniziativa rischia invece di creare cittadini e utenti di serie A e B, con un’offerta forte nelle regioni maggioritarie e un’offerta ridotta in quelle linguisticamente minoritarie». Stessa sorte, se non peggio, per la cultura. «Con un canone a 200 franchi sarebbe la fine del sostegno alla vita culturale della Svizzera italiana da parte della RSI», ha detto Aldina Crespi, per anni volto della televisione. «Chi parlerà a noi e al resto del Paese di tutte le espressioni che chiamiamo cultura e che, in definitiva, rappresentano quello che siamo?».
Le ricadute economiche
Roberto Pomari, presidente del Film Festival dei Diritti Umani di Lugano, ha infine ricordato l’impatto economico della RSI sul territorio, stimato dal BAK Economics in 180 milioni di franchi, fra stipendi, gettito fiscale, acquisti da fornitori locali e sostegno alle manifestazioni culturali, a fronte di 45 milioni versati annualmente dagli svizzeri italiani per il canone radiotelevisivo.
Un progetto ideologico
Ma il federalismo si fonda anche su un accesso equo all’informazione. «Chi sostiene che 200 franchi bastano ignora che produrre informazione di qualità in un Paese multilingue costa», ha detto Lardi, per il quale la domanda che dobbiamo porci tutti non è «quanto paghiamo», ma «che tipo di Svizzera vogliamo». Anche l’ex consigliera di Stato Laura Sadis ha sottolineato l’importanza di un’informazione di qualità. «Siamo la sintesi di ciò che vediamo, ascoltiamo e leggiamo. Il nostro pensiero e le nostre opinioni dipendono dalle informazioni alle quali abbiamo accesso». In un mondo in cui la manipolazione dei fatti e la mistificazione della realtà sono diventate armi di distrazione di masse, ha detto Sadis, «l’informazione deve essere affidabile e indipendente». E ancora: «Per opporsi a queste tendenze è importante difendere il servizio pubblico e la qualità dell’informazione, un elemento indispensabile in un Paese che si vuole realmente libero». Un aspetto sottolineato anche da Giò Rezzonico: «In un mondo in cui le notizie vengono sempre più proposte e controllate dai grandi gruppi, manovrati da interessi particolari» Rezzonico ha lodato l’indipendenza dell’informazione garantita «dal nostro ente radiotelevisivo nazionale». «Basti vedere quanto sta accadendo nell’America di Trump, dove i media privati si sono allineati alla volontà autocratica del presidente». E poi la domanda: «Volete perdere tutto questo per risparmiare l’equivalente di un caffè alla settimana sull’arco di un anno?»
