La caccia agli inquinamenti

Il catasto dei siti inquinati del Cantone è una costellazione di pallini colorati che indicano il grado di potenziale inquinamento ambientale di una certa zona. Per la maggior parte, fortunatamente, sono gialli e arancioni, il che significa che in quei luoghi non sono previsti effetti dannosi o molesti, oppure che non devono essere sorvegliati o risanati. Tradotto: non c’è da preoccuparsi. Ma ce ne sono anche di rossi e blu, i più critici, che testimoniano la necessità di un’indagine o di una bonifica in quanto sono presenti sostanze nocive. Nel Luganese li troviamo a Melide, Paradiso, Magliaso, Corticiasca, Rivera e Croglio. Su ognuno di questi abbiamo fatto il punto con il capo dell’Ufficio dei rifiuti e dei siti inquinati del Dipartimento del territorio, Mauro Togni.
Chi paga?
Prima di tutto, la procedura. «Quando un sito viene iscritto e catalogato nel catasto, viene inviata una comunicazione al proprietario del terreno. Per tutti i puntini, esclusi quelli rossi, tocca poi a lui fare tutte le verifiche del caso, al più tardi quando presenta un progetto di costruzione o se desidera fare stralciare il proprio terreno dal catasto. Se il proprietario non ha causato direttamente l’inquinamento e se il cosiddetto perturbatore per comportamento (ovvero chi ha causato l’inquinamento, n.d.r.) non può essere rintracciato, allora interviene lo Stato con un parziale contributo economico per la bonifica».
I siti, per la cronaca, si dividono in aziendali, di deposito, d’incidente o d’impianti di tiro. Alcuni vengono inseriti d’ufficio nell’archivio dei siti inquinati, come ad esempio le stazioni di servizio, i poligoni, le discariche e alcune ditte che fanno uso di sostanze molto inquinanti, storicamente legate a prescrizioni ambientali molto più blande di quelle attuali.
Il catrame sommerso
Un pallino rosso lo troviamo a Paradiso, più precisamente sul fondale del Ceresio, a pochi metri dalla stazione di pompaggio di Capo San Martino. È un deposito di catrame risalente al 1940, quando sulla riva era presente un impianto comunale che produceva gas. Anni fa, a quaranta metri di profondità era stato trovato del materiale bituminoso contenente idrocarburi. Il Municipio di Paradiso aveva subito imboccato la strada del risanamento, di concerto con le autorità cantonali, con un progetto dal costo stimato di 4 o 5 milioni di franchi.
Il sindaco Ettore Vismara fa sapere che «abbiamo ordinato un impianto provvisorio (dei container, n.d.r.) per la filtrazione dell’acqua, in modo da fare un ulteriore passo nella direzione del risanamento. La stazione di pompaggio è in pessimo stato e abbiamo pensato che i container ci avrebbero agevolato». L’interrogativo per il Comune, ora, è se interrompere o meno il pompaggio dell’acqua quando si andranno a fare i lavori di risanamento. «Stiamo anche valutando di appoggiarci a Lugano, però allo stato attuale non è fattibile – rileva Vismara –. Ma con i futuri interventi che farà la Città non è da escludere a priori. La questione è valutare se andare avanti a utilizzare l’impianto provvisorio oppure “pescare” l’acqua più lontano».
La cromite dalla Turchia
Un altro pallino rosso si trova a Rivera, sul terreno della ex Galvachrom SA, ditta industriale attiva tra il 1948 e il 1958 che ha prodotto sali di acido cromico (e forse anche acido cromico) ricavati dalla cromite, a sua volta importata tramite ferrovia dalla Turchia. Nel corso degli anni, delle quantità di sostanza nociva sono finite nelle acque sotterranee e superficiali, contaminandole.
Una prima bonifica del sito era già stata eseguita una ventina d’anni fa con la rimozione di cinquemila metri cubi di materiale inquinato, ma non è bastato, per cui si è reso necessario un nuovo intervento. Il messaggio con la richiesta di credito di 11,1 milioni di franchi (attualmente fermo in commissione, ndr) è già stato approvato dal Consiglio di Stato, che dovrà assumersi i costi del perturbatore per comportamento, visto che la Galvachrom SA è fallita negli anni Sessanta.
Colpi dispersi
I siti catalogati con la dicitura «è necessario procedere a un’indagine», cioè quelli di Magliaso, Croglio, Corticiasca e Melide, in realtà sono già stati sottoposti a un’indagine preliminare storica o tecnica. Il che vuol dire che «verosimilmente è stato certificato che ci sono sostanze nocive, ma non si sa ancora quali», spiega Togni. Tutti e quattro i siti, però, vengono iscritti nel catalogo di default. Stiamo parlando di una stazione di servizio a Magliaso, una ex galvanica (ditta che faceva rivestimenti in metallo) a Croglio, nel Comune di Tresa, una cava a Melide utilizzata fino all’inizio di giugno del 2021 come discarica del verde e uno stand di tiro a Corticiasca, in Capriasca.
In quest’ultimo caso, ad esempio, si tratta di bonificare solo la collina paracolpi e la postazione di tiro. «Anni fa la Confederazione aveva emanato un provvedimento con il quale contribuiva economicamente alla sostituzione dei paracolpi dell’impianto con quelli più moderni, per evitare che i colpi venissero dispersi nell’ambiente. Se il proprietario avesse fatto la bonifica in certi tempi, avrebbe ricevuto il contributo da Berna», chiosa Togni.
