La pandemia

La mascherina a scuola? «Nessuno intende imporre provvedimenti inutili»

In vista del rientro tra i banchi degli allievi, Manuele Bertoli torna sull’obbligo introdotto a partire dalla prima elementare

Mentre nei Paesi a noi vicini a scaldare gli animi sono i «super green pass», in Svizzera in questi giorni a dividere parte della popolazione è una misura di contenimento del virus ben nota a tutti: la mascherina. A non fare l’unanimità, però, non è certo lo strumento in sé, bensì l’obbligo introdotto in alcuni cantoni (tra cui il Ticino) di farla indossare a scuola sin dalla prima elementare. Sabato circa 400 persone si sono radunate a Bellinzona, mentre oggi altre 500 sono scese in piazza a Tavannes, nel canton Berna. In entrambi i cantoni, l’obbligo sarà infatti in vigore a partire da lunedì mattina.

Le autorità, però, sono concordi nel dire che questa misura, a fronte della situazione epidemiologica, è utile per garantire quell’obiettivo tanto caro a tutti: la scuola in presenza. A ribadirlo al Corriere del Ticino è il direttore del DECS Manuele Bertoli, da noi interpellato in vista del rientro fra i banchi degli allievi dopo la pausa per le festività. «Omicron ha cambiato le cose nel giro di poche settimane e oggi la mascherina è una delle misure necessarie per cercare di contenere il contagio tra gli allievi, vista la chiara maggiore virulenza di questa variante», premette il consigliere di Stato socialista, aggiungendo che tutto ciò viene fatto «per mantenere la scuola in presenza ed evitare così a molti allievi di interrompere la scolarizzazione per isolamento».

Ma a quali condizioni - chiediamo a Bertoli - si potrà revocare questa misura? «Il decreto esecutivo scade in ogni caso il 25 febbraio, ma se ve ne saranno le condizioni saremo rapidi nel modificarlo alleggerendo le misure. Nessuno - io per primo - intende imporre provvedimenti di protezione inutili ai bambini delle elementari e agli altri allievi più grandicelli».

Il dialogo prima di tutto
Anche tra i manifestanti di Bellinzona, c’è chi non ha nascosto che lunedì mattina, per scelta, non porterà il proprio figlio a scuola. Ma oltre a questi casi estremi, vi è poi il rischio di ‘‘conflitto’’ tra genitori (contrari alla misura) e docenti (che devono far rispettare l’obbligo in classe). Non a caso, ieri anche Thomas Minder, presidente dell’associazione dei direttori scolastici della Svizzera, ha parlato di situazioni «estremamente difficili» per quegli insegnanti che hanno in classe bambini ai quali i genitori hanno detto di non portare la mascherina.

Se davvero questo dovesse succedere purtroppo l’allievo non potrà restare a scuola, ma...

A questo proposito, Bertoli ricorda che in Ticino «discussioni di questo tipo le abbiamo avute anche quando abbiamo obbligato le mascherine dalla prima media, poi dalla quarta elementare». E in genere, spiega il direttore del DECS, «con il dialogo poi si riesce a far capire che tutto questo serve solo a garantire la scuola in presenza per gli allievi». Ma nel caso estremo in cui il bambino dovesse rifiutare la mascherina? «Se davvero questo dovesse succedere purtroppo l’allievo non potrà restare a scuola», rimarca. «Ma siccome l’obbligo scolastico vige sempre, prima di far intervenire Municipi e/o autorità di protezione, si dovrà iniziare il dialogo con la famiglia per cercare di far capire le ragioni di questa misura che tutti auspichiamo il più possibile transitoria».

Deve intervenire Berna?
Proprio per facilitare le discussioni di questo tipo, lo stesso Thomas Minder, tramite l’associazione, ha chiesto al Consiglio federale di adottare norme uniformi a livello nazionale sull’uso delle mascherine nelle scuole. Ciò perché oggi in alcuni cantoni i bambini di prima elementare sono già obbligati a portare la mascherina, mentre in altri no. E questa mancanza di uniformità a volte spinge i genitori a salire sulle barricate.

Per Bertoli, però, introdurre norme di questo tipo sul piano nazionale non sarebbe utile. Anzi, in alcuni casi potrebbe addirittura essere controproducente. «Dobbiamo continuare a essere flessibili e ad adeguarci al mutare della situazione, anche cantone per cantone. Il Ticino era quello messo meglio fino a metà dicembre, ma con la variante Omicron è diventato quello con la virulenza più alta e forse (lo spero) sarà anche il primo a superare il picco dei contagi», spiega il consigliere di Stato. «Regole uniformi a scuola - precisa Bertoli - ci obbligherebbero a mantenere misure strette perché a Zurigo o Berna stanno peggio anche quando da noi non sarebbe più necessario. Non è sensato».

Via le quarantene di classe
Ma, guardando al di là della questione delle mascherine, ora un’altra situazione da tener d’occhio riguarda le possibili numerose assenze tra gli insegnanti costretti a casa da una quarantena.

Su questo fronte, però, lo stesso Bertoli rassicura: «Le assenze e le supplenze dei docenti sono gestite dalle singole direzioni scolastiche, oltre un centinaio tra scuole cantonali e comunali. Oggi (ndr. domenica) dal mio osservatorio non ho indicazioni quanto a un problema legato a marcate assenze di insegnanti, ma la situazione concreta la vedremo solo lunedì».

E sempre sul fronte delle quarantene, va rimarcato che da inizio gennaio, anche le regole per le quarantene di classe sono cambiate. Come spiega il direttore del DECS, «le quarantene di classe non sono più possibili perché le catene di contagio non sono più tracciabili dopo il dilagare del numero di casi positivi». E quindi, concretamente, «rimarranno a casa in isolamento gli allievi positivi, rispettivamente quelli per i quali è stata decretata una quarantena per un caso di positività nel nucleo familiare, mentre gli altri andranno a scuola».

L'esperto: "L’ansia fa più danni di una norma facilmente gestibile"

L’obbligo di mascherina a partire dalla prima elementare è ritenuto eccessivo – se non addirittura lesivo – da una minoranza di genitori. In Ticino, alcune centinaia di persone hanno fatto sentire la loro voce a Bellinzona mentre altre manifestazioni si sono tenute in vari cantoni nel fine settimana. Insomma, la misura divide. Eppure, come ha recentemente spiegato Giovan Maria Zanini, farmacista cantonale, «chi la teme non ha argomenti». Tradotto: la scienza, le evidenze, dicono altro, e cioè che la mascherina non è in alcun modo dannosa per i bambini. Anche le esperienze fatte da altri Paesi raccontano che questa forma di prevenzione serve a evitare la chiusura delle scuole o il ritorno alla didattica a distanza.

L’esempio dei più piccoli

Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e ricercatore lombardo, conosce profondamente il mondo dei bambini. Lo abbiamo contattato proprio per capire come bisogna porsi di fronte alla mascherina ai più piccoli. «Il dibattito in atto in questi giorni in Ticino ricorda da vicino quello vissuto in Italia già due anni fa, quando il Governo aveva deciso di introdurre la mascherina a partire dalla scuola primaria», spiega. «Ricordo enormi polemiche, molti timori. Ma la constatazione che successivamente è stata fatta sul campo è che i bambini in realtà hanno appreso molto bene la norma e l’hanno gestita senza alcun problema. L’ansia degli adulti è stata spazzata via grazie all’esempio dei più piccoli. È ovvio, è meglio fare lezione con i volti scoperti. Ma in un’emergenza come quella che stiamo vivendo la mascherina in classe è il minore dei mali. Pena, appunto, un ritorno alla didattica a distanza». Un punto centrale, quello del mantenere le scuole aperte e il più possibile «normali». Eppure spesso sottovalutato. «E a rimetterci sono proprio i bambini, i quali si trovano disorientati perché vedono gli adulti combattere fra loro», sottolinea Pellai. «Il bambino che applica la misura ma che ha genitori refrattari, si sente sbagliato anche nel fare la cosa giusta. La comunicazione e il dialogo sono fondamentali: ho visto numerosi adolescenti terrorizzati al momento del vaccino per via di tutto ciò che è stato detto e scritto. Ansia e panico fanno molti più danni rispetto al vaccino o, in questo caso, alla mascherina».

La frammentazione

Il contesto svizzero in questo caso non aiuta: la mascherina dalla prima elementare è stata adottata da alcuni cantoni, non a livello nazionale. E questa frammentazione – secondo alcuni – contribuisce a spaccare ulteriormente l’opinione pubblica, indebolendo di riflesso la nuova norma. Meglio dunque un obbligo generalizzato in tutta la Confederazione? Ancora Pellai: «La risposta è molto semplice. In questo momento l’OMS dice che le due armi migliori contro la pandemia sono i vaccini e le mascherine. Partendo da questa osservazione, ognuno deve tratte le sue conclusioni».

Il senso di appartenenza

Da domani, dunque, si parte in tutto il cantone. Sarà centrale, in questo senso, il ruolo dei docenti nell’introdurre la misura durante i primi giorni. «Consiglio ai maestri e alle maestre di spiegare chiaramente ai bambini a cosa serve la mascherina e quali vantaggi potrà portare. Ma di spiegare loro anche tutte le fatiche e gli svantaggi che comporterà la misura. Insieme, però, è necessario capire che lo Stato - che si occupa della salute pubblica - talvolta può intervenire nella vita di tutti noi per tutelare l’intera società. Inoltre, potrebbero esserci casi di bambini contrari alla mascherina a causa delle posizioni dei loro genitori. Per risolvere l’episodio di crisi, darei spazio al racconto e all’ascolto. E punterei sul senso di appartenenza al gruppo, alla classe, e quindi al rispetto delle regole comunitarie».

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