L'intervista

«La politica ha navigato a vista, ora serve un cambio di rotta»

Ospite a La domenica del Corriere, Alex Farinelli parla a ruota libera dopo aver annunciato la sua candidatura al Consiglio di Stato per il PLR
© CDT / Gabriele Putzu
Gianni Righinetti
20.09.2026 21:39

Alex Farinelli parla a ruota libera dopo aver annunciato la sua candidatura al Consiglio di Stato per il PLR a seguito della decisione di Christian Vitta di non sollecitare un nuovo mandato. Il consigliere nazionale è stato intervistato come ospite de La domenica del Corriere.

Perché ha deciso di candidarsi proprio ora? La scelta di Christian Vitta ha avuto un ruolo?
«Sì, assolutamente. Quando a fine maggio Christian ha annunciato che non si sarebbe ripresentato, ho iniziato a chiedermi se fosse il momento di mettermi a disposizione del Cantone. Ho vissuto esperienze diverse: nel 2015 sono entrato in Gran Consiglio, dove per quattro anni sono stato capogruppo; nel frattempo sono diventato sindaco a Comano e da otto anni siedo in Consiglio nazionale. Ho 44 anni: credo di avere già una certa esperienza, ma conservo ancora la voglia di fare e di impegnarmi per la cosa pubblica».

Se Vitta si fosse ricandidato, lei sarebbe comunque in corsa?
«Avrei fatto altri ragionamenti. L’attività parlamentare a Berna è molto interessante e preziosa per il Ticino. Le decisioni federali incidono sempre più sul nostro Cantone: per ottenere risultati non basta battere i pugni sul tavolo, bisogna lavorare con pazienza a Berna, e questo è il compito dei parlamentari federali».

La sua è una candidatura per spirito di servizio o c’è anche ambizione personale?
«C’è molta passione per la politica e un forte legame con il Ticino. Se vogliamo chiamarla ambizione, è l’ambizione di provare a fare qualcosa di meglio. Viviamo una fase poco felice per le istituzioni e molti cittadini si sentono disorientati. Mi piacerebbe contribuire a costruire un altro modo di fare politica».

Lei ha annunciato la propria disponibilità già in luglio, sorpassando tutti i colleghi. Non ha creato malumori nel PLR?
«No, perché è stata una scelta condivisa con il partito. Ne avevo parlato con la presidenza. Da quando Vitta aveva annunciato il ritiro, venivo regolarmente interpellato. Avendo già maturato una decisione, non mi piaceva recitare per mesi la parte di chi risponde ‘‘non so, forse mi candiderò’’. Dire che ci sono mi consente inoltre di incontrare persone e realtà del territorio per capire meglio i problemi».

Qual è oggi il problema principale del Ticino?
«Il costo della vita, il lavoro, la sanità, la mobilità, le finanze e la fiducia nelle istituzioni sono tutti problemi reali. Oltre a situazioni deprecabili che non dovevano succedere. Alla base però vedo soprattutto la mancanza di una visione a medio e lungo termine. Negli ultimi anni, anche a causa delle crisi internazionali e della pandemia, si è navigato a vista, al massimo con un orizzonte di uno o due anni. Ora dobbiamo gettare le basi per lo sviluppo del Cantone nei prossimi dieci anni. Con una prospettiva di questo tipo si possono affrontare diversamente il traffico, i premi di cassa malati, il costo della vita e le finanze pubbliche».

Quindi la politica cantonale sa descrivere i problemi, ma li risolve male?
«Se oggi ci troviamo in questa situazione è anche perché in passato non siamo riusciti a costruire un progetto condiviso. Penso ad esempio al mondo del lavoro: nel 2026, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, nelle scuole cantonali continuiamo a formare centinaia di impiegati di commercio, benché siano professioni sempre meno richieste dal mercato. Io penso che si debba avere il coraggio di cambiare. Altrimenti vendiamo illusioni a ragazze e ragazzi che vivono la frustrazione di essersi impegnati senza vedere uno sbocco reale».

Il raddoppio dei seggi PLR in Governo è realistico?
«Sì. La matematica ci dice che il PLR è il primo partito del Cantone: in Gran Consiglio ha la maggioranza relativa e alle ultime elezioni non era lontano dalla conquista di due seggi in Governo. Ma c’è anche una riflessione politica. Da quindici anni viviamo con un altro tipo di maggioranza relativa in Governo (ndr. Leghista) e non mi sembra che questo abbia prodotto una politica migliore. Forse gli elettori potrebbero chiedersi se, cambiando la conduzione, sia possibile cambiare anche la politica cantonale».

Al PLR si rimprovera di amministrare l’esistente senza guardare al futuro. È una critica che condivide?
«In parte sì. Non essere riusciti a mettere sul tavolo una visione e seguirla come un filo conduttore è anche una responsabilità del Partito liberale. Questa critica va rivolta pure al mio partito. Ma riconoscere una lacuna non significa che non si possa cambiare. Credo che il PLR sia pronto ad assumersi questa responsabilità».

Lei ha detto di essere interessato al Dipartimento finanze ed economia, mentre il suo partito ha ventilato la possibilità di un cambio. Perché?
«Il partito conosce il mio percorso. Ho studiato economia; in Gran Consiglio ero nella Commissione delle finanze; come sindaco mi sono occupato del Dicastero delle finanze; a Berna, da otto anni, siedo nella Commissione delle finanze e in quella dei trasporti. Non penso che le finanze siano più importanti degli altri temi, ma senza condizioni finanziarie solide tutte le altre politiche restano parole al vento. Il Dipartimento finanze ed economia forse non è il più semplice, ma oggi dobbiamo impegnarci dove pensiamo di poter essere più efficaci, non più popolari».

Si è tornati a discutere della ripartizione dei dipartimenti. Servirebbe una riforma?
«È legittimo chiedersi se, a oltre trent’anni dalla riforma, la ripartizione sia ancora attuale. Ma cambiare soltanto per dimostrare di aver cambiato non avrebbe senso. Una riforma richiederebbe molte energie e innescherebbe discussioni su quali siano i Dipartimenti più interessanti e quali quelli più problematici. Le tensioni tra partiti e consiglieri di Stato finirebbero per ripercuotersi sul lavoro del Governo. O si trova rapidamente una soluzione condivisa, oppure è meglio non aprire un vaso di Pandora: si consumerebbero energie su una questione che inciderebbe poco sulla vita del Cantone».

Andrea Gheri ha parlato di fallimento riferendosi a Christian Vitta. Che effetto le hanno fatto quelle parole?
«Sono rimasto molto sorpreso. Ero presente al Comitato cantonale nel quale Vitta ha annunciato le dimissioni e c’era anche Gheri. Al termine del dibattito, Gheri ha pronunciato parole molto calorose nei confronti di Vitta, sottolineando come l’economia avesse trovato in lui una persona attenta e pronta ad ascoltare. Qualche settimana dopo ho letto una critica molto dura. Criticare è legittimo, ma non ho ritenuto corretto quel giudizio nei confronti di un consigliere di Stato che forse non ha rivoluzionato il Cantone, ma in dodici anni ha garantito stabilità e portato avanti diversi progetti. Penso, tra l’altro, alla tassazione delle persone giuridiche, scesa dall’8 al 5,5%, con un aiuto concreto alle piccole e medie imprese».

Che cosa ha imparato a Berna?
«Ho imparato a capire i meccanismi federali, il peso delle conferenze intercantonali e l’importanza dei rapporti con l’amministrazione federale. In Ticino abbiamo l’impressione che tutto dipenda dai politici, ma a livello federale gli uffici hanno un peso enorme: non è il consigliere federale, da solo, a dettare ogni scelta. Ho imparato anche che è meglio esprimersi quando si sa di cosa si sta parlando e si ha qualcosa da dire. Altrimenti è giusto tacere: si conquista il rispetto delle persone. E di rispetto, oggi, in Ticino c’è molto bisogno».

Che cosa non sopporta del linguaggio politico ticinese?
«Una certa ipocrisia. Per anni è stato promesso che si poteva fare tutto e il contrario di tutto: aumentare i sussidi e diminuire le imposte, investire di più ma senza toccare le entrate. Sono bugie. Ora i nodi vengono al pettine. È un peccato, perché i cittadini si fidano della politica e credono a ciò che viene loro detto. Non mi piace nemmeno la conflittualità continua, soprattutto tra Governo e Parlamento. Avere opinioni diverse è normale; mantenere un rapporto di rispetto reciproco è un dovere istituzionale».

Intanto Ticino sta vivendo una crisi istituzionale profonda.
«Indubbiamente siamo in una crisi. Non ricordo, almeno negli ultimi venti o trent’anni, le dimissioni di un consigliere di Stato in carica. L’avvicinarsi delle elezioni rende difficile ripartire, ma mi auguro che si riescano a ristabilire ordine e rispetto per le istituzioni, per poi ripartire dopo il voto con un altro approccio. Questa crisi ha danneggiato un bene immateriale fondamentale: la fiducia dei cittadini».

Come ha vissuto, sul piano umano, le vicende istituzionali degli ultimi mesi?
«Con grande incredulità e anche con un senso di smarrimento. Ho detto ai colleghi della Svizzera tedesca che, se un regista avesse scritto un thriller su ciò che potrebbe accadere in Ticino, probabilmente mai avremmo immaginato un copione così. Durante la pandemia, in una situazione di forte incertezza, le istituzioni avevano trasmesso sicurezza: si sapeva che qualcuno teneva in mano la situazione. In questa crisi, invece, per settimane non si è capito chi avesse davvero il controllo. Questo fa male».

La fase finale della legislatura sarà movimentata per effetto della crisi istituzionale generata dal “caso Zali”. Quanto peserà sulla campagna?
«Non è prevedibile: ci sono ancora molti interrogativi su questo e altri casi e non sappiamo quali saranno le risposte. Avremmo volentieri evitato questa coda di legislatura, perché nei prossimi mesi la politica rischia di concentrarsi sui problemi della politica stessa, invece che sullo sviluppo del Cantone. Se vogliamo offrire un futuro e una speranza a chi vive qui, dobbiamo tornare a occuparci soprattutto di questo».

Come si fa a seguire contemporaneamente la politica federale e quella ticinese?
«L’attività in Ticino l’ho sempre seguita, anche se non con l’intensità di quando ero in Gran Consiglio, soprattutto sui temi che mi interessano. Negli ultimi mesi mi sono chiesto che cosa manchi oggi e che cosa si potrebbe fare. Ho già iniziato a ragionare in termini di progetto e di idee. Quando votano, i cittadini scelgono le persone, ma vogliono anche capire che cosa intendano fare. È questo che dovremo presentare quando sarà il momento».