Cambiamento climatico

L’agonia dei ghiacciai svizzeri, un fragile patrimonio naturale

Il secondo «Glacier Loss Day» più precoce registrato conferma la difficile situazione sulle Alpi – Il glaciologo Daniel Farinotti individua le cause del fenomeno nel deficit di precipitazioni invernali e nelle recenti ondate di calore
Asia Della Bruna
03.07.2026 06:00

Lunedì 29 giugno i ghiacciai svizzeri hanno iniziato a consumare le proprie riserve di ghiaccio. La neve accumulata durante l’inverno si è ormai esaurita e, da questo momento, ogni litro d’acqua di fusione corrisponde a una perdita netta di massa. È il cosiddetto Glacier Loss Day, arrivato quest’anno con un anticipo che lo colloca secondo soltanto al record del 2022.

Come spiegano i ricercatori dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL), durante l’inverno le nevicate alimentano i ghiacciai, formando una copertura nevosa che protegge il ghiaccio sottostante. Con l’arrivo della bella stagione è questa neve a sciogliersi progressivamente e, finché è presente, il ghiacciaio non perde realmente massa, ma restituisce semplicemente l’acqua accumulata nei mesi precedenti. Una volta esaurita la copertura stagionale, invece, la fusione inizia a interessare direttamente il ghiaccio formatosi nell’arco di decenni, o addirittura di secoli. In un ghiacciaio in equilibrio, o in crescita, questo momento non dovrebbe mai arrivare, perché l’accumulo invernale sarebbe sufficiente a compensare lo scioglimento estivo.

Le cause dell’anticipo

L’arrivo così precoce del Glacier Loss Day è legato a una combinazione di fattori. «L’andamento negativo del 2026 è determinato dal deficit nevoso di metà inverno e dalle ondate di calore registrate a fine maggio e dopo la metà di giugno», spiega Daniel Farinotti, professore di glaciologia al Politecnico federale di Zurigo (ETH) e ricercatore del WSL.

L’inverno ha infatti lasciato in eredità ai ghiacciai una copertura nevosa sensibilmente inferiore alla norma, e le misurazioni effettuate tra aprile e maggio dalla rete GLAMOS hanno rilevato un deficit del manto nevoso del 25% rispetto alla media del periodo 2010-2020. Tra le cause citate dal WSL figura inoltre - anche se «dall’effetto molto meno marcato», sottolinea Farinotti - il trasporto di polvere sahariana sulle Alpi nel mese di marzo. Depositandosi sulla neve, le particelle ne hanno ridotto la capacità di riflettere la radiazione solare, favorendone una fusione più rapida.

Meno ghiaccio, meno acqua

Il secondo Glacier Loss Day più precoce mai registrato non consente, da solo, di prevedere il bilancio finale del 2026, ma le condizioni con cui si apre l’estate sono tutt’altro che rassicuranti. «Il resto dell’estate sarà ovviamente decisivo, ma ci sono le premesse per rendere il 2026 un anno da record, in negativo s’intende» osserva Farinotti.

Le analisi del WSL mostrano inoltre che, nonostante nel 2022 i ghiacciai svizzeri abbiano registrato la più intensa perdita di massa mai osservata, il loro contributo ai corsi d’acqua è stato inferiore rispetto a quello di un’altra grande estate di caldo estremo, quella del 2003. Il motivo, ci spiega Farinotti, è che «rispetto al 2003, i ghiacciai sono ormai più piccoli a causa del loro ritiro. Questo significa che, a parità di rata di fusione, oggi riceviamo meno acqua di allora. Detto diversamente: anche se per metro quadrato il ghiaccio si sciogliesse più rapidamente, la quantità complessiva d’acqua prodotta è inferiore, semplicemente perché oggi abbiamo meno ghiaccio».

Per il momento, l’acqua di fusione continua a svolgere un ruolo fondamentale durante le estati più calde, contribuendo ad alimentare i corsi d’acqua e ad attenuare gli effetti della siccità. Si tratta però di un equilibrio destinato a cambiare. «Le nostre stime indicano che stiamo vivendo gli anni in cui questo «beneficio» è massimo. Nei prossimi anni, e soprattutto nei prossimi decenni, questa fase lascerà il posto a una situazione problematica, in cui la quantità d’acqua fornita dai ghiacciai diminuirà», avverte il glaciologo.

Le conseguenze sono visibili in alcune aree alpine e tenderanno ad accentuarsi. «In parte questo fenomeno è già evidente: si pensi alle fasi estive di siccità in luoghi in cui i ghiacciai non ci sono. Questi problemi si accentueranno soprattutto nelle valli che al momento usufruiscono di acqua generata dallo scioglimento dei ghiacciai, come la Valle del Rodano e le sue valli laterali, o alcune aree dell’Engadina. La riduzione di approvvigionamento idrico potrà avere ripercussioni su numerosi settori, in particolare, vien da sé, quelli con un elevato fabbisogno d’acqua, come l’agricoltura».

A sud delle Alpi

E il Ticino non fa eccezione a ciò che sta accadendo sul resto delle Alpi svizzere. Il Ghiacciaio del Basodino, il più grande del Cantone e rappresentativo dei ghiacciai della Svizzera meridionale, è monitorato da oltre trent’anni nell’ambito della rete GLAMOS e rappresenta, nelle parole di Farinotti, «un indicatore sintomatico» di questa evoluzione. Le misurazioni del World Glacier Monitoring Service mostrano infatti che negli ultimi novant’anni ha già perso circa l’85% del proprio volume di ghiaccio. Anche gli altri ghiacciai ticinesi (dal Tencia al Vadrecc di Bresciana, passando per la Valleggia, il Corno e il Cavagnoli) hanno registrato un forte arretramento negli ultimi decenni. Le prospettive, secondo Farinotti, non lasciano molto spazio all’ottimismo: «Il destino dei ghiacciai ticinesi è segnato, sono destinati a scomparire nei prossimi decenni».

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